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Personaggi allo Specchio:
Gaetano Savoldelli Pedrocchi

Gennaio 1999

IL BRACCIO NON VIOLENTO DELLA LEGGE

Ai ladri e agli assassini
Libertà provvisoria oggi è concessa
E, per la legge stessa,
Provvisoria la vita ai cittadini.
(Francesco Proto, epigrammista dell'800)

Siamo da pochi minuti nel suo ufficio, quando un postino leggermente imbarazzato consegna una lettera indirizzata al Procuratore (forse un invito o un messaggio augurale), con tassa a carico del destinatario per mancata affrancatura. E' difficile immaginare "il braccio violento della legge", lo spietato rappresentante della pubblica accusa, in quest'uomo di settant'anni, dal sorriso mite, che estrae il portafogli per pagare di tasca sua la tassa postale, pregando l'efficiente segretaria Iliana Rubecchi di non far cenno della cosa al distratto mittente.

Incontriamo Gaetano Savoldelli Pedrocchi, Procuratore della Repubblica del Tribunale di Pesaro, proprio alla vigilia di un altro Natale nero: tre poliziotti uccisi da una bomba a Udine, l'assassinio del vice-parroco di Orgosolo, un paio di evasioni clamorose e altri fatti di delinquenza minore che ormai non fanno quasi più notizia. E' inevitabile cominciare il discorso con la severità delle pene che la gente comune si aspetta dallo Stato: per desiderio di giustizia, per bisogno di protezione, per esorcizzare il pericolo che grava intorno a noi. Gli esprimiamo il disagio dei cittadini per le scarcerazioni facili, gli affidamenti al servizio sociale, i permessi-premio seguiti da evasione. Ma il procuratore non ci segue troppo su questa strada. Si ha l'impressione che quasi quarant'anni di esperienza giudiziaria gli abbiano ispirato una rassegnata consapevolezza del male, più che il desiderio di repressione. Continua a credere nei principi di rieducazione del reo, anche se dubita che il carcere sia il luogo più adatto per questa missione; è quindi concettualmente contrario all'ergastolo (peraltro ormai soltanto teorico) e ovviamente alla pena di morte, anche per i reati più gravi. Pensa comunque che non sarebbe mai applicabile in questo Paese, "perché noi italiani invochiamo sempre le pene più feroci, ma poi ci commuoviamo quando passa un uomo in manette. E' una specie di schizofrenia sociale impressa nel nostro DNA nazionale, una vocazione salvifica forse derivata dalla nostra matrice cattolica". Crede invece nella certezza di pene limitate, ma senza sconti, come vero deterrente contro il proliferare della criminalità; pur rimanendo un convinto garantista per quanto riguarda gli istituti fondamentali del nostro sistema giuridico, come il cosiddetto "rito accusatorio" (che tutela meglio i diritti della difesa) e i termini della carcerazione preventiva. "La gente si scandalizza perché i responsabili di gravi delitti vengono messi in libertà in attesa del processo. Ma che cosa dovremmo fare? La legge consente la carcerazione preventiva solo in tre casi: la possibile reiterazione del reato, l'inquinamento delle prove, il pericolo di fuga. Facciamo l'esempio di un marito accusato di aver ucciso la moglie: la ripetizione del reato è ovviamente impossibile, come pure l'inquinamento delle prove; il pericolo di fuga è molto improbabile perché richiede una notevole disponibilità di risorse. Lo Stato potrebbe anche decidere di tenerlo provvisoriamente in carcere se il processo durasse solo qualche mese; ma da noi i processi durano anni e magari alla fine l'imputato viene assolto. Si potrebbe introdurre il principio della ‘presunzione di colpevolezza', anziché della ‘presunzione di innocenza', almeno dopo la condanna di primo grado, come sosteneva il grande giurista Vincenzo Manzini: ma bisognerebbe cambiare la Costituzione". A questo proposito Gianni Agnelli ricordava qualche tempo fa che gli americani non capiscono il nostro sistema giudiziario, perché noi teniamo gli imputati in carcere prima del processo e li liberiamo poco dopo la condanna: loro fanno il contrario.

Eppure questo pubblico accusatore che si preoccupa dei diritti della difesa, di casi efferati ne ha visti tanti nel corso della sua attività. Pasquale Barra, il camorrista detto 'O animale: l'accusatore di Enzo Tortora e l'assassino di Turatello Faccia d'angelo. Si racconta (ma il protagonista lo ha sempre negato) che, dopo averlo ucciso, lo sventrò e gli tagliò la testa con un coltellino, insieme al complice Andraus, per esibirla come un trofeo. Gli dava molto fastidio essere definito 'O animale dalla stampa, perché il suo soprannome nel mondo della malavita era più soavemente quello di 'O studente. Andraus oggi scrive poesie in carcere: una di queste inizia col verso "Sono un airone azzurro". Poi il siciliano Antonino Faro, il ‘giustiziere' di tredici carcerati nel corso della sua detenzione: il che la dice lunga sui sistemi di sicurezza dei nostri penitenziari. Il procuratore ricorda un suo interrogatorio dove Antonino gli rivela di essere contrario alla pena di morte. La pena di morte, spiega all'esterrefatto interlocutore, non può essere eseguita a freddo da un boia dopo la pronuncia di un giudice che, da quel momento, si disinteressa del condannato: la morte può essere inflitta agli ‘infami' solo con le proprie mani, da parte di un uomo che sia ‘puro come l'oro'. Antonino Faro non ha finito di scontare la pena perché è stato a sua volta assassinato in carcere.

Il caso più recente è stato quello dei fratelli Savi, per cui non ha esitato a chiedere (e ottenere) la pena dell'ergastolo; e a chiedere (senza ottenerli) sedici anni di reclusione per Eva Mikula, che la Corte d'Assise ha giudicato connivente, cioè solo a conoscenza dei fatti criminosi, ma non complice degli assassini. Comunque preferisce non soffermarsi su questa vicenda, che è ancora pendente in Cassazione. Ripercorriamo invece con lui altri momenti importanti della sua vita e del suo lavoro: la breve fanciullezza felice a Sassocorvaro e la casa estiva sul lungomare di Pesaro; il padre notaio scomparso prematuramente; gli anni duri del dopoguerra come studente-lavoratore a Urbino (istitutore in un orfanotrofio, poi cancelliere del Tribunale); il matrimonio con un'urbinate, la prima figlia , i due gemelli maschio e femmina; l'ingresso in magistratura nel 1959, con sedi di lavoro a Roma, Ancona, Macerata Feltria, Ravenna, Fano, Urbino e infine Pesaro (dal 1987). Era sostituto-procuratore a Urbino, nel 1975, quando furono trafugati dal Palazzo Ducale i capolavori di Raffaello e di Piero della Francesca e l'allora ministro Spadolini scese dal cielo in elicottero a testimoniare la costernazione dell'Italia. Anche grazie al suo "furore investigativo" (la definizione è sua) i quadri preziosi furono recuperati in Svizzera l'anno successivo e ricollocati al loro posto: credo che consideri questo ritrovamento il momento più luminoso della sua carriera, pur costellata di successi contro le forme più varie di criminalità. Quando andrà in pensione nel 2000, a settantadue anni, avrà servito il suo Paese come magistrato per oltre 40 anni, dopo 55 anni complessivi di lavoro: un vero pensionato baby. E finalmente potrà andarsene a pescare in pace con la togna, a bordo della sua lancia a vela.

Tornando a parlare di criminalità, è inevitabile toccare anche il tasto della politica e di Tangentopoli, che ha scosso il Paese dalle fondamenta rischiando di allontanare pericolosamente i cittadini dalle istituzioni. Il termine ‘Tangentopoli' non gli piace: gli ricorda ‘Paperopoli', un'immagine troppo frivola, inadeguata alla dimensione del fenomeno criminale portato alla luce dai magistrati del Pool di Milano: corruzione, concussione, falsi in bilancio e via elencando. Lo considera un esempio di prepotenza del potere perché la politica ha bisogno di soldi e se li procura con ogni mezzo, lecito e illecito. A suo parere i magistrati di Milano, scoperto il primo filone, hanno semplicemente applicato fino in fondo le norme penali: senza remore, ma rispettando tutte le garanzie previste per gli indagati. Comunque non crede che un fenomeno di questo genere possa essere arginato con la semplice approvazione di nuove leggi.

E Pesaro come sta? Nel nostro piccolo, stiamo male come gli altri, anche se finora è stato esercitato un efficace controllo del territorio. Anche la nostra ‘Mini-Tangentopoli' (tuttora in corso) con le vicende del Pentagono e dintorni che hanno coinvolto politici e imprenditori locali, gli sembra tutto sommato un fenomeno di modeste dimensioni. Ma il procuratore non si fa troppe illusioni, perché ormai la grande criminalità dispone di mezzi che le consentono di spostarsi rapidamente dalle Alpi a Pantelleria; e anche la microcriminalità comune (furti, rapine, piccolo spaccio di droga), prevalentemente di importazione esterna, risentirà inevitabilmente dei nuovi flussi di immigrazione.

Concludiamo con un accenno ai problemi del mondo giovanile: non per parlare di delinquenza (che è molto modesta fra la popolazione locale, come già accennato), ma di auto veloci, orari e discoteche. E qui torna fuori il padre di famiglia, che ci sembra assai meno morbido del procuratore. "E' un fenomeno di costume che riguarda più la sociologia e la psicologia di massa che il diritto. Comunque è curioso che lo Stato si preoccupi di tutti gli aspetti della salute dei cittadini: il fumo, l'alcol, la droga, l'inquinamento, le sofisticazioni alimentari; ma non cerca di tutelare i ragazzi dalla sordità provocata dal livello di decibel delle discoteche e dai danni biologici conseguenti ai ritmi della vita notturna. Si potrebbero limitare gli orari dei locali pubblici, come si fa ad esempio in Inghilterra, dove i pub chiudono alle undici di sera (il sabato) per contrastare i pericoli dell'alcolismo. Ma da noi è troppo forte il timore dell'impopolarità quando si toccano le esigenze dei giovani. Forse l'unica strada percorribile è quella di intervenire nell'educazione dei giovanissimi per modificare certe abitudini prima che diventino troppo radicate".

Si chiude un altro secolo e un altro millennio ma i nostri problemi rimangono più o meno gli stessi. Buon anno, procuratore, buon anno a tutti noi!

Alberto Angelucci

 


 
 
 
 
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