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Gennaio 2001 / Lettere e Arti
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Camminando con Fabio Tombari

Tu che leggi scusami: provo un leggero senso di nausea a parlare di me, ma sono l'unica rimasta della nostra piccola famiglia. PapÓ, mamma, nonno ed io.
Nonno Riccardo, un uomo basso dal grande naso e dal grande cuore, coraggioso e di forte senso civico. Viveva con noi silenzioso e accomodante, pago solo di stare vicino a quel figlio tanto caro. Nonno fu il primo a Fano a portare la luce elettrica nella sua bottega di barbiere e il primo che volle che il figlio gli desse del "tu" con confidenza. Non alz˛ mai le mani su di lui, cosý come mai lo fece papÓ su di me.
PapÓ era lo scrittore, l'artista e mamma teneva i cordoni della borsa, ma mancando totalmente di razionalitÓ, sembrava sempre che fossimo poveri malgrado la campagna e lo stipendio di papÓ. Sono cresciuta a pane e filosofia; per fortuna dopo pranzo, prima che nonno si mettesse a fare il solitario con le carte e papÓ riprendesse il lavoro, si cantava. A nonno toccava la parte del basso o del baritono con orchestra e concertati, a papÓ la parte del tenore e a me il soprano. Un atto intero dopo pranzo col caffŔ non ce lo toglieva nessuno. Il pasto non doveva essere stato molto pesante se eravamo in grado di cantare.
"Brava Maria, hai cantato bene, come un gatto che gli han preso la coda tra la porta! Puoi andare a fare i compiti".
Salivo le scale in silenzio; quando papÓ scriveva c'era per lui il rispetto pi¨ assoluto. Per giorni non gli chiedevamo niente, poi era lui che, concluso il capitolo, ce lo leggeva aspettando le reazioni. Dopo di che, allentata la tensione interiore, si scherzava su tutto e si usciva a spasso. Bora, vento, freddo o acqua non importava; a passo veloce tagliando la bora col naso si rideva, si inciampava, si incontrava sempre qualche amico suo. Professore o marinaio, contadino, prete o intellettuale, avvocato o pittore o vagabondo, tutti lo chiamavano Fabio. Solo Fabio. Ciao Fabio.
E si camminava: un pomeriggio siamo arrivati a Pesaro a piedi (da Fano). Se scoppiava un temporale, anzichÚ rientrare a casa, si correva in cima al molo del porto a respirare bora e "galaverna". Aspettavamo tra scrosci di pioggia e saette che le barche rientrassero tutte. C'eravamo solo noi e le mogli dei pescatori che si riparavano con le mantelle scure fatte all'uncinetto. Ci sembrava quasi un dovere rincasare solo quando i pescherecci erano tutti rientrati. Erano i marinai la vera gente di Fano, erano le loro donne le vere donne. Con papÓ camminando o viaggiando si incontravano molti artisti e celebritÓ ma a Fano un giorno mi port˛ nello studio di un amico pittore: una stanza scialba, un uomo piccolo, magro, povero, con gli occhi bruciati dall'anima e dal sentimento. Io avevo circa undici anni, guardavo le "nature morte" e le "marine" appoggiate qua e lÓ, poi cercai tra i rifiuti delle tele e del legno scartati per terra.
"Cosa fai Maria?"
"Antonioni, se lei scarta qualcosa di suo io lo conserver˛ come un tesoro."
Si gir˛ prese una marina e me la mise fra le mani. Quel cielo e quel mare ancora oggi se sento il cuore pesante mi fanno respirare. Mi piace pensare che quell'uomo dall'aspetto cosý meschino, ma cosý grande interiormente, abbia ora trovato un amico: San Francesco e con lui sia vicino al Sole, compensato di tutto, al caldo, protetto e onorato, e finalmente felice.
Ricordando Tombari, non volendo, ho ricordato il pittore Antonioni. Ma un uomo vale anche per gli amici veri che si sceglie.

Maria Tombari


 
 
 
 
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