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Gennaio 2001 / Lettere e Arti
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La Croce di Sguanci

Gennaio 2001
In una fredda e luminosa mattinata di fine millennio, la Croce si staglia contro il cielo azzurro di un quadrivio della periferia di Pesaro: Via Andrea Costa/Via Bonini da un lato, Via Goito/Via Lubiana dall'altro. Sullo sfondo il cubo massiccio del cinema Metropolis. Siamo davanti alla chiesa di Santa Croce, una costruzione moderna realizzata nel 1980 dagli ingegneri Farina e Giacomini; ma la parrocchia esisteva già da cinque anni, ospitata in un garage del quartiere. Non lontano da qui viveva Alessia De Simoni, una bambina che la forza del suo animo, e le preghiere di tutti, non sono riusciti a strappare al suo misterioso destino di sofferenza e di morte. Oggi, come ci racconta il parroco don Alberto Levrini, la “Città per Alessia” (il Comitato intitolato al suo nome) è uno dei principali finanziatori del progetto per la realizzazione del sagrato in porfido e cotto che sorgerà attorno all'ulivo, alla magnolia e alla grande Croce: ma ci vorranno ancora qualche decina di milioni che la Provvidenza (non potendo far tutto da sola) aspetta dalle imprese, dalle istituzioni e dai cittadini pesaresi di buona volontà.
La Croce di legno, intarsiata e colorata di rosso opaco come un totem cristiano, guarda con pietà il cronista, il parroco e lo scultore, un po' intirizziti, che chiacchierano su di lei nella gelida mattina di dicembre. Ha due piccole braccia per non interrompere l'ascesa verticale dell'occhio verso il cielo: due braccine incappucciate ai margini con guaine di rame che dovrebbero impedire all'acqua di infradiciarne le estremità. Al centro, nel lato verso la chiesa, gli scudi in bronzo con i simboli dei quattro evangelisti: l'aquila (Giovanni), l'angelo (Matteo), il vitello (Luca), il leone (Marco). Sul lato opposto, un altro scudo con il motto latino del Giubileo: Heri, Hodie, Semper (Ieri, Oggi, Sempre); in basso una corazza metallica di forma triangolare: la geometria della divinità. Sorge su un basamento di tre gradini bianchi e il progetto finale prevede una cascatella d'acqua (altro simbolo battesimale: una marea di simboli) che dovrà sgorgare ai suoi piedi, per raccogliersi poi sul sagrato. E' alta sei metri e mezzo, pesa dieci quintali ed è stata tratta da un comune legno lamellare di abete, quello che utilizzano le imprese di costruzione per le capriate dei soffitti, trattato con olii impregnanti e colorato con una miscela di terra e di colla: un legno industriale, senza pretese di nobiltà. Non posso fare a meno di ricordare la recentissima favola natalizia di Paulo Coelho, sui tre antichi cedri del Libano che sognano l'immortalità; e i cui ceppi vengono trasformati rispettivamente nella mangiatoia di Betlemme, nel tavolo dell'Ultima Cena e nella croce del Gòlgota.

I “segni” dell'uomo

Loreno Sguanci, scultore, ha il volto affilato e la barba incolta da eremita metropolitano, lunghe mani nervose e gli occhi dolcissimi degli artisti; la sua voce ha una vibrazione di tenerezza ogni volta che pronuncia la parola “uomo”. Appartiene a quella bella genìa di fiorentini dell'anteguerra, arrivati a Pesaro per insegnare nella nostra Scuola d'arte e mai più ripartiti. Impegnato politicamente con la sinistra, è stato assessore alla Cultura e direttore della “Pescheria”: il Centro arti visive, dedicato dal Comune alle esposizioni di arte contemporanea. La ricerca di nuovi itinerari e di nuove forme espressive lo ha esposto, inevitabilmente, a un diluvio di critiche e di contestazioni. La più virulenta è stata quella a proposito della mostra en plein air delle opere di Mauro Staccioli (le famose o “famigerate” piramidi) che nel 1997 non è degenerata per poco in moti popolari. Lui ha sempre difeso con calore le sue scelte di politica culturale; le opere interpretate come “segni” che scandiscono gli spazi urbani e fanno vedere la città da nuove prospettive: che rappresentano la testimonianza del passaggio dell'uomo, dei suoi sogni e della sua creatività. In tutte le epoche, mi dice, ci sono momenti di cambiamento, con una ricerca di nuove geometrie attraverso le quali rimisurare lo spazio: la Grecia inizia il suo percorso di grande civiltà attraverso le geometria; il “cardo” e il “decumano” sono i segni urbanistici della nuova civiltà romana. Anche noi stiamo andando verso un mondo nuovo che ancora non conosciamo: c'è bisogno di reinventare un linguaggio attraverso segni semplici, per costruire una complessità ricca di fantasia.
Visito con lui l'interno della chiesa di Santa Croce, vasta e sonora come un hangar pieno di echi. Ci sono altre sue opere all'interno: un'acquasantiera in marmo, con un piccolo cuore centrale in pietra; e un fonte battesimale in marmo e pietra bicolore del Furlo, con una base in legno azobé, un legno durissimo, ricavato da gigantesche piante africane plurisecolari, che l'industria non usa molto sia perché rovina gli strumenti da taglio, sia perché i manufatti sarebbero troppo pesanti. Ha un colore uniforme bruno-ruggine, senza venature, che si presta ad essere decorato con motivi geometrici. Sguanci ama molto il legno, che scolpisce con le “sgorbie”, gli scalpelli da falegname; lo affascina l'idea di “ridare dignità a questi esseri viventi, tagliati senza una ragione precisa e trasportati in Italia come brandelli di un gigante”. Col legno ha realizzato molte sue opere ospitate nel nostro territorio: fra queste la “Porta a mare” che introduce a un tratto di spiaggia in Viale Trieste; il crocefisso della parrocchia di Cristo Re, con un piccolo Gesù scolpito in noce al centro di una vasta superficie colorata con motivi geometrici; l'altare, la pala policroma e la statua di Padre Kolbe, con gli occhietti dipinti, che guarda l'Adriatico dalla chiesa di Casteldimezzo.
Gli chiedo il motivo di questo interesse degli artisti per i soggetti di tipo religioso, anche quando non è accompagnato da una pratica di fede. Me lo spiega, più o meno, così: l'artista, come un medium, ha la percezione di scintille di verità e di mistero che sfuggono agli altri. Con la sua intuizione rende partecipi tutti noi di qualcosa che prima non esisteva. Nella religione l'artista avverte dei valori universali da rendere pubblici: Guttuso, che non era un credente, ha dipinto delle crocifissioni di grande forza spirituale; il genio di Michelangelo non sta nella perfezione di una vena scolpita su una mano, ma nell'energia che trasuda dall'intera opera. “Nessuno di noi ha merito”, conclude, “queste cose entrano quasi involontariamente dentro l'uomo e diventano un patrimonio comune”.

Alberto Angelucci


 
 
 
 
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