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Gennaio 2001 / Opinioni e Commenti
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Commenti dei lettori
allo 'SpecialeImmigrati'

Aiutiamo i poveri a casa loro

Caro Direttore, le scrivo per complimentarmi per l'ottimo servizio portato alla comunità pesarese con il suo giornale; mi riferisco in particolare al numero di dicembre dello Specchio, con le tre pagine dello “SpecialeImmigrati”. L'impressione che ho avuto nella lettura sono state, nell'ordine: a) preoccupazione per l'intervento di Roberto Bertinetti che esprime utopiche convivenze con qualsiasi immigrato; b) disaccordo nell'analisi di Mohamed Nour Dachan; c) curiosità per il racconto di Marco Ceccolini; d) quasi totale sintonia col suo fondo.
Nessuno propone di chiudere le frontiere verso tutti gli immigrati, anche perché sarebbe impossibile, viste le lunghissime coste che la natura ci ha dato. Questo fatto però non deve avere conseguenze negative per il cittadino italiano, in quanto quest'ultimo deve essere la principale preoccupazione dello Stato. Tale considerazione implica due commenti, uno riguardo il lavoro ed uno riguardo la cultura. Riguardo il lavoro, mi pare ovvio che si debba garantire l'occupazione prima agli autoctoni e poi a tutti coloro che possiamo accogliere e che siano in uno stato di bisogno. Altro discorso è invece affermare, giustamente, che non possiamo fare finta di niente sapendo che in Africa ed in altre parti del mondo si muore di fame. E' disumano non prendere in considerazione la faccenda, o anche considerarla solamente quando qualche immagine televisiva tocca lo stomaco. La soluzione, però, non è evidentemente nell'immigrazione. Come noi siamo stati aiutati dagli Stati esteri, non senza interessi di parte, ovviamente, a rialzarci nei periodi di crisi, così a tutto il mondo occidentale conviene aiutare i Paesi poveri a diventare autosufficienti oggi. La proposta che appoggio, su questo argomento, è che i Paesi avanzati spendano il denaro che investono nell'accoglienza degli immigrati per finanziare una modernizzazione dei Paesi poveri, che dia alla popolazione indigena le possibilità di vivere dignitosamente in patria. La modernizzazione storicamente produce a lungo termine due effetti positivi: l'aumento del reddito pro-capite e il controllo demografico naturale, risolvendo così i due problemi principali dell'Africa senza concessioni ad un'etica in contrasto con molti dei nostri princìpi.
L'altro commento è quello riguardante la cultura. Per progredire occorre confrontare le proprie argomentazioni con quelle di qualcun altro, subire le sue critiche, domandarsene la fondatezza. La presenza di un dialogo implica la presenza di un interlocutore, in questo caso il portatore di un'altra cultura, come un immigrato. Però oggi l'internazionalismo, l'egualitarismo, l'europeismo, sotto l'impulso di una certa parte politica e con l'interesse delle multinazionali che governano il mondo, stanno diffondendosi facendo piazza pulita delle culture nazionali e anche regionali che sono state il motore, nel dialogo, dei progressi dell'umano pensiero. Quindi il modello di immigrazione che oggi abbiamo deve essere cambiato. Per poter ben accettare l'immigrazione occorre risvegliare l'orgoglio nazionale, insegnarlo nelle scuole ed esporlo; con l'attuale Presidente della Repubblica si è un poco riscoperto questo valore, ma lunga è la strada per recuperare ciò che cinquant'anni di prevalenza culturale cattocomunista hanno distrutto. Gli episodi di razzismo, non solo violento, che quotidianamente viviamo sono una diretta conseguenza dell'utopia internazionalista socialista.

Carlo Alberto Consani

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Meglio i cristiani
o i musulmani?


Mi ritrovo molto nel contenuto e nel tono dell'articolo intitolato “I musulmani in Italia” (Lo Specchio di dicembre). Da un punto di vista evangelico le affermazioni di Mohamed Nour Dachan sono assai più condivisibili di quelle dell'Arcivescovo di Bologna Biffi quando invita lo Stato a rivedere le modalità di concessione del permesso d'ingresso e soggiorno agli immigrati, privilegiando quelli di religione cattolica (a proposito: siamo sicuri che esistano criteri oggettivi in grado di stabilire a priori un tasso minimo di cattolicità o religiosità “politicamente corretta” con cui determinare quell'integrabilità raccomandata da Biffi e dal famoso politologo Sartori?).
La lettura di articoli come quello di Dachan fanno capire molto bene perché, oltre a Biffi, tanti non cattolici, laicisti o addirittura atei, siano favorevoli all'idea di un'Italia con meno musulmani: il nemico che pretenderebbero di eliminare o quanto meno di ridimensionare non è solo la maggior propensione delle donne islamiche alla procreazione (tra i cattolici “impegnati” intervenuti in favore di Biffi c'è persino chi lamenta il divieto dell'uso di anticoncezionali nei Paesi a maggioranza musulmana) rispetto a quelle che si sposano in chiesa, ma la capacità di parlare di Dio, di trasmettere il senso di Dio, il senso del peccato, il senso del castigo, il senso dell'esistenza di un Paradiso per i buoni e di un Inferno per i malvagi e gli indifferenti; in modo più efficace di quello cui sentono di doversi attenere tanti preti e vescovi della Chiesa cattolica.
Non è colpa degli islamici come Dachan se negli USA e nel Canada (dove la percentuale di musulmani è tra le più basse del mondo) il tasso di pedofilia tra i preti è più alto di quello medio nazionale. Non è colpa dell'intransigenza musulmana se un prete come Don Vitaliano Della Sala (guarda caso lo stesso che ha denunciato il Cardinale Biffi alla magistratura) ha guidato il ‘gay pride' del luglio scorso e se tanti suoi confratelli non hanno più il coraggio di dire che il comportamento omosessuale viola la legge di Dio e la legge morale naturale. Non è colpa dei matrimoni misti se certe scelte della “Sacra Rota” hanno talmente amareggiato il Papa da fargli sentire il bisogno di ricordare a tutti, ma specialmente ai giudici ecclesiastici, che questo tribunale non è, e non può diventare, la “via cattolica al divorzio”. Non è colpa delle moschee se tanti giovani bolognesi (all'inizio degli anni '90 si diceva il 92%) disertano la Messa della domenica e se tantissimi adulti ritengono che la partecipazione a questa Messa non costituisce la condizione necessaria per onorare il “giorno del Signore” e il terzo comandamento del Decalogo. Non è colpa di qualche centinaio di migliaia di islamici se, come denunciato da un frate cappuccino dell'Emilia, in Italia ci sono 15 milioni di bestemmiatori e ogni giorno vengono pronunciate almeno un miliardo di bestemmie contro Dio e contro la Madonna. Non è colpa del Corano se le pornostar trovano fans anche tra i presbiteri e i pornoshow riescono a piazzare inserzioni pubblicitarie persino sulle pagine dei giornali d'ispirazione cattolica. Non è colpa della crescente popolarità del Ramadan se tantissimi cattolici non sono capaci di digiunare nemmeno il “Mercoledì delle Ceneri” e il “Venerdì Santo” e solo la paura di contrarre pericolosissime malattie riesce a limitare il consumo alimentare e quello di carne in particolare.
E' invece colpa di tanti imprenditori, politici, magistrati nostrani se anche in questi ultimi anni l'Italia, l'Europa, l'occidente “cristiano” hanno continuato ad esportare armi nel Terzo Mondo e se tanti criminali (Talebani dell'Afghanistan, sgozzabambini dell'Algeria, sterminatori etnici del Kurdistan, della Cecenia, del Kosovo, del Sudan, della Nigeria) continuano a massacrare gli inermi, a godere dell'impunità e della possibilità di far arrivare, in cambio di queste armi, petrolio, minerali preziosi e tanta, tanta droga. Se è vero che occorre prudenza nell'esaltare le società multiculturali e multireligiose, è altrettanto vero che anche Paesi a stragrande maggioranza cattolica non sono riusciti a evitare sanguinosissime guerre civili: come dimenticare la tragedia del Ruanda, dove battezzati Hutu e battezzati Tutsi, quasi tutti praticanti, si sono scannati provocando, nella sola estate del 1994, oltre un milione e mezzo di morti?

Francesco Rondina


 
 
 
 
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