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Quando eravamo povera gente
Gennaio 2001
La “mucca pazza” stravolge le nostre sicurezze alimentari. Ci angoscia come bambini di fronte ad un dolce proibito. Il mondo ricco, sereno e sazio vacilla. Dopo la paura della guerra atomica, dopo la crisi petrolifera e dopo l'Aids, la rinuncia della bistecca ha scavato un solco profondo fra i nostri gusti e i nostri desideri buttando all'aria ciò che credevamo un sacrosanto e inalienabile diritto. Una paura commestibile nell'era di Internet e del “grande fratello” ci opprime e ci turba. I cinquantenni forse potranno adeguarsi a questa rinuncia, ma i più giovani come faranno? Come faranno gli adolescenti degli ‘hamburger' e dei ‘fast food' a fare a meno della loro bella dose di carne giornaliera? Anche Vissani, l'astro della gastronomia, ha mostrato alcune sere fa in Tv serie preoccupazioni psicologiche e culinarie di fronte ad un ragù senza interiora, midolla e cervello di manzo. Noi cinquantenni sopravviveremo perché abbiamo ancora nel Dna i tratti alimentari dei nostri padri e nonni contadini. Ma le generazioni più giovani? La differenza è nello scontro generazionale fra chi ha conquistato la modernizzazione e fra chi che si è trovato immerso nel postmoderno, come se quello delle merendine e delle supervitamine fosse l'unico mondo possibile. Proviamo a riflettere un attimo su questa condizione mentale e culturale che gli italiani hanno imboccato quasi cinquant'anni fa insieme alla “seicento”, alla “lambretta” e al frigorifero. Le prime dovevano servire per scoprire le trattorie fuori porta, il secondo a conservare le nostre spese alimentari, sempre più ricche e sostanziose.
Era suppergiù il 1958-59. Nel paese dove abitavo, tremila abitanti, c'era un solo spazzino che con una carretta raccoglieva l'immondizia da terra e scaricava il tutto in una piccola fossa a due passi dalle case. Non esistevano praticamente rifiuti: la gente comprava la pasta, la conserva, il tonno, il salame, in piccoli involti di carta oleata o gialla, a seconda della merce. Per l'olio si portava da casa la boccetta. Anche la marmellata o la cioccolata si vendevano a grammi, sfuse. A volte si andava in negozio con la fetta di pane già pronta e il negoziante le spalmava sopra. Il 38% delle famiglie italiane (in dati assoluti quasi quattro milioni e mezzo!) non acquistava mai carne, il 27% faceva un solo acquisto settimanale e il 15% almeno due volte alla settimana entrava in una macelleria. Solo il 20% comprava carne tre o più volte alla settimana. La poca carta che entrava in casa veniva subito riciclata per accendere il camino o la cucina economica. I giornali erano i più contesi perché, per la loro “morbidezza” venivano ridotti in strisce da appendere vicino al gabinetto. Il Carosello televisivo fu un colpo mortale alla società del riutilizzo esasperato. Aprì la prima breccia verso la società dell'usa e getta. Fu una grande rivoluzione che preparava, come sempre succede, altre rivoluzioni soprattutto in ciò che gli italiani (ma non solo) avrebbero mangiato e bevuto. Ma come ci si è arrivati?
Con il XX secolo tutti i Paesi europei hanno im-boccato, con minore o maggiore decisione, la strada che avrebbe segnato un radicale cambiamento nei consumi alimentari. Tuttavia soltanto a partire dagli anni cinquanta si verificherà ad ogni li-vello il passaggio definitivo da un'alimentazione in prevalenza cerealicola e vegetale a regimi basati sulle proteine cosiddette nobili, quelle della carne. Addirittura nello spazio di due decenni, fra gli anni Sessanta e Settanta, il consumo di carne si attestò su livelli superiori alle razioni consigliate dai dietologi. Se nel 1885 ogni italiano consumava in media 11 chili di carne all'anno, nel 1955 il valore era passato a 14 chili, per balzare poi a 46 nel 1974, con una variazione del 27% nell'arco dei primi settant'anni e del 228% nell'arco degli ultimi vent'anni. Più ancora degli antibiotici, è stata tale tendenza a eliminare parecchi rischi patologici, legati soprattutto a malattie da carenza vitaminica e da deficienze immunitarie. Ne ha però sollevato degli altri: quelli delle malattie cardiovascolari e neoplastiche. Ma allora il problema, malgrado il colesterolo e i trigliceridi, non diventò un'ossessione come rischia invece di diventare quello della “mucca pazza”. Perché? Dovevamo saldare il conto con la nostra atavica fame di carne. Dovevamo riempire secoli e secoli di privazioni di bistecche, cosciotti e salsicce che gli italiani, generazione dopo generazione avevano imparato più a sognare che a praticare. Non è forse vero che dopo il concetto della frugalità del popolo italiano, profuso a piene mani dai governi monarchico-liberali della fase postunitaria, il ventennio fascista aveva provveduto a sanzionare una netta divisione fra alimenti fisiologici e antifisiologici e che la carne, appartenendo a questa categoria, fu demonizzata come l'alimento che ingrassava e che provocava l'impotenza? Eppure tutti sognavano di mangiarne anche se pochi potevano farlo.
Da qualche decennio il mito industrialista e consumista ci ha abituati a convivere con le contraddizioni nutrizioniste e non. Quelle dei Paesi del “Terzo mondo” in via di sviluppo, che in un circolo vizioso di sottoproduzione, inadeguata assistenza sociale, aumento delle malattie, devono fare i conti con un'endemica sottonutrizione e con le sue conseguenze sanitarie, e quelle del “nostro mondo” che consuma il 75% delle risorse totali. Questa parte che comprende solo il 25% della popolazione esistente sulla terra si dibatte nel dilemma di un accurato dosaggio fra proteine vegetali e proteine nobili e nell'incubo degli ele-menti a rischio derivati dalle tecniche dell'industria alimentare: processi di produzione, di preparazione, di raffinazione, di conservazione e di trasformazione. In questo caso, come mette in evidenza il sociologo francese Claude Fischler, “a occupare le menti non sono più né la paura delle privazioni né l'ossessione dell'approvvigionamento” ma l'abbondanza . Cioè la duplice inquietudine derivante dal “timore degli eccessi e dei veleni del-la modernità” e dal “problema della scelta” degli alimenti stessi.
E prima o poi doveva arrivare anche la “mucca pazza”. Così, dopo i sogni di colossali abbuffate di carne che non c'era e dopo colossali abbuffate di carne che abbondava, qualcuno può pensare che siamo preda dell'ennesimo castigo divino che vuole punire le nostre intemperanze alimentari. Più prosaicamente si potrebbe dire che abbiamo costruito con le nostre mani un'intricata catena di cause e di effetti. In questo gioco del dare ed avere abbiamo veramente avuto ciò che abbiamo o non abbiamo dato. E la mucca è solo un piccolo ingranaggio senza colpa che ora ci fa paura, come l'aria che respiriamo e come la pioggia che ci bagna. E noi in mezzo: frastornati e atterriti da inquinamenti postmoderni, da alluvioni postmoderne e da bistecche postmoderne.

Paolo Sorcinelli


 
 
 
 
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