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Amarcord

Jop Jop-Drin Drin

I pesaresi di una certa età lo ricorderanno senz'altro. Girava per il Trebbio e Via Branca facendo il cascamorto con le ragazze ma soprattutto con le signore giovani. Indossava vestiti che si confezionava da sé, di una foggia stravagante che attirava lo sguardo della gente. Ricordo una giacca tight nera con camicia bianca e pantaloncini corti. Però bisognava stare attenti agli sfottò perché aveva dei cazzotti molto pesanti. Non ho mai saputo se i pantaloncini corti se li faceva perché li riteneva un'eleganza eccentrica, o per mettere in mostra le gambe che lui riteneva belle, o per risparmiare il costo di un metro di stoffa. Perché il nostro personaggio economicamente non se la passava molto bene. Era di Santa Veneranda e di mestiere faceva il barbiere di contadini, mestiere che oggi non c'è più. Girava cioè per le campagne in bicicletta, con una borsetta che conteneva tutti i ferri del mestiere, alla ricerca di qualche contadino che fosse disposto a farsi tagliare i capelli. Nel suo girovagare per le campagne, un giorno gli successe di investire una donna che lo citò per danni. Chiamato davanti al pretore e invitato da questi a raccontare come si erano svolti i fatti, il nostro barbiere si giustificò così: “Di qua ci avevo il fosso, di là una piscicolla, io ho fatto jop-jop-drin drin (imitazione onomatopeica del campanello della bicicletta) ma questa non si è spostata!”.
Si possono immaginare le risate del pubblico, che a quei tempi affollava le aule della Pretura e del Tribunale, che costituivano un diversivo e uno svago in una città sonnolenta come era la Pesaro di allora. E da quel giorno il nostro barbiere divenne famoso col nome di ‘Jop-Jop-Drin Drin'.

Settechiappe

C'era a Pesaro un vigile urbano (ma a quei tempi si diceva guardia comunale) nativo dell'Abruzzo, molto ligio al proprio dovere e molto severo. Se ti prendeva in fallo, non c'era pericolo che lasciasse perdere: la multa non te la cavava nessuno. A quei tempi la multa ammontava a 10,10 lire, cioè dieci lire la multa e 10 centesimi la marca da bollo. Oggi dieci lire ci fanno ridere ma allora erano più della paga giornaliera di un operaio. Devo anche ricordare che in quegli anni i pesaresi avevano l'abitudine di passeggiare dopo cena lungo il viale che da Piazza Lazzarini porta alla Stazione. Facevano, insomma, quelle che poi sarebbero diventate le ‘vasche'.
Una sera la gente vide con stupore un giovane ciclista che pedalava furiosamente inseguito dalla nostra guardia, che voleva raggiungerlo per affibbiargli una multa perché aveva la bicicletta senza lume. Ma il nostro giovane aveva più birra in corpo e non si faceva raggiungere. Allora la guardia agitando una mano minacciò: “Se tte chiappe, se tte chiappe” (se ti acchiappo). E il giovane fuggitivo, senza smettere di pedalare, si voltò e rispose in pesarese: “Sett chiapp fa tre cul e mezz!”. E da quella sera la nostra guardia comunale fu nota col nome di ‘Settechiappe'.

Souncassjé

Il fatto accadde nella campagna tra San Pietro e Torcivia. Un tale in automobile, transitando in una strada di campagna, investì un uomo e questi citò l'automobilista davanti al Pretore per il risarcimento dei danni chiamando come testimone una contadina che aveva assistito all'incidente. A quei tempi non c'era l'assicurazione obbligatoria ma l'automobilista promise una adeguata mancia alla contadina se fosse stata zitta e dicesse che non aveva visto niente.
Andò la causa e il Pretore chiese alla contadina di raccontare come si fossero svolti i fatti e questa rispose: “So un cass jé!” Che tradotto in italiano sarebbe: “Non so un… cavolo io”.
Ma il Pretore non era di Pesaro e non poteva certamente capire il dialetto campagnolo e perciò disse alla contadina: “Scusi, non ho capito, vuol ripetere?”. E la contadina ripeté: “So un cass jé!”
Il Pretore continuò a non capire, la contadina a ripetere il suo “so un cass jé” finché un usciere tradusse la frase al Pretore, tra le risate omeriche del pubblico. E da quel giorno souncassjé entrò a far parte del frasario pesarese.

Adler Cecchini


 
 
 
 
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