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Basket: Il fenomeno Ford


Nome: Alphonso. Professione: fenomeno. Atterra in maglia biancorossa, finalmente, dopo anni di languori, un extra-terrestre dei panieri. Accende come un bengala una squadra a caccia di gloria e di se stessa, ma soprattutto fa ardere d'entusiasmo una folla assetata di rivincite, la tifoseria più arrembante d'Italia, capace di scrivere “9.000” alla voce “spettatori”, come neppure Atene o Barcellona. Grazie, Sant'Amadio!
Chi pare non accendersi più di tanto del sacro fuoco degli entusiasmi è proprio lui, il Ford delle meraviglie. Ci guarda di sottecchi, il baffino al tritolo, sorridendo appena ai complimenti di rito. Ed esordisce così:
“Come mi definirei? Soprattutto, un appassionato pescatore!”.
Esterrefatto il vostro cronista: “Ehi, Fonsie, ma come, pescatore…”.
“Sì, perché la pesca sportiva è la mia vera, grande passione. Mi ci dedico appena posso, soprattutto alla pesca di lago. Ma qui da voi, a Pesaro, c'è addirittura il mare, e allora non mi lascerò sfuggire ogni occasione possibile per prendere in mano la canna da pesca, magari su un bel motoscafo!”.
Sgombri e verdesche avvisati: se questo qui manovra l'amo come la palla a spicchi, sarà meglio girare al largo. Perché il Nostro, nonostante si sia appena ad inizio stagione, il suo biglietto da visita l'ha già sventolato in faccia a tutto il campionato: viaggia infatti alla stratosferica media del 57,6 per cento nel tiro da tre, meglio addirittura che nel tiro ravvicinato (54,4 per cento), firma il tabellino con quasi 23 punti a partita e smazza in più 2,5 assist ad incontro. Gli sono bastate due o tre gare in tono minore, all'inizio, così, tanto per ambientarsi, e poi è stato per lui un vero crescendo rossiniano, culminato nelle partite capolavoro contro Fortitudo e Trieste, nelle quali si è letteralmente caricato in spalla la squadra nei minuti decisivi. Senza dire che lui, l'Alfonso delle meraviglie, la sua parte l'aveva abbondantemente fatta anche nelle due gare perdute contro Benetton e Snaidero, che non sarebbero finite così se solo il resto del branco l'avesse seguito.
E' vero, butta via qualche palla di troppo, eccede talvolta in qualche forzatura, ma, come si dice, chi mangia fa molliche, e, per quello che, almeno finora, Alphonso Ford ci ha mostrato in campo, non pare azzardato nemmeno il parallelo con Sua Maestà Darren Daye, l'Inafferrabile dei due sigilli tricolori.
“Mi trovo pienamente a mio agio nel gioco di questa squadra, nei movimenti offensivi studiati per me dal nostro coach” riconosce Alphonso “ma penso di offrire un buon contributo anche in difesa, dove spesso sono stato chiamato a marcare l'avversario più pericoloso dal perimetro. Il fatto di non disputare alcuna coppa europea assieme al campionato mi permette di scendere in campo ogni volta al meglio della condizione fisica, un fattore essenziale per interpretare positivamente il basket rapido e aggressivo predicato da Phil Melillo”.

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Dopo la doppia battuta d'arresto contro Treviso e Udine, complice l'assenza di un Bud Eley, la Scavolini si è ripresa alla grande travolgendo l'ambiziosa Cantù. Un'affermazione perentoria, ottenuta finalmente grazie al gioco di squadra e non alle prodezze balistiche di Alphonso Ford. Se la formazione di Melillo riesce a lavorare bene come collettivo, con un gioco “inside” efficace, che faccia filtrare palloni preziosi sotto canestro per i lunghi, nessun avversario le risulta fuori portata. Se invece ci si limita a sparare dall'arco dei sogni, o ad inseguire improbabili soluzioni personali uno-contro-cinque, magari l'Alphonso farà anche il trentello, ma ci può scappare alla fine anche la doccia fredda. Un cenno a parte lo merita Silvio Gigena. Gioca poco, troppo poco. Anche se, quando viene pescato dalla panca, fa quasi sempre ottime cose. Contro Cantù, ha scritto 19 punti a referto (con 4/4 nelle “bombe”!) in appena 17 minuti di impiego in campo. E' un giocatore “between”, dice Melillo, cioè “in mezzo”, né vera ala forte, né “numero tre” puro, e in più si ritrova in concorrenza coi due uomini più affidabili del gruppo assieme a Ford: leggi Elliot e Milic. Tutto vero. Però il gaucho è uno che non molla mai, che ha “garra y bolas”, come direbbero nei bar della Boca, e che la sua parte, con grinta e attributi appunto, finisce sempre per farla. Occorre trovargli più spazio.

Alberto Pisani


 
 
 
 
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