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  *

Politici allo Specchio:
Oriano Giovanelli e
Cesare Carnaroli


L'ULTIMO TANGO

Sulla facciata del Palazzo del Municipio, dietro l'albero di Natale, il cronometro digitale scandisce implacabilmente il conto alla rovescia di un altro anno della nostra vita. Ma questa volta la pulsazione luminosa dei minuti assume anche un significato simbolico, perché sta per finire l'ultimo anno del mandato del sindaco: che a primavera non potrà più essere rieletto, dopo quasi dodici anni filati al governo della città. E' stato il mandato più lungo dopo quello di Fastigi (che lo batte sul filo di lana, per pochi mesi); supera anche quello di De Sabbata che ha governato “solo” per undici anni.

L'abbigliamento casual della mattinata pre-festiva gli consente di non indossare la cravatta, che peraltro evita accuratamente anche nei ricevimenti ufficiali. La usa solo quando è in visita al Quirinale o in Parlamento, altrimenti non lo fanno entrare. Se nel proseguimento della sua carriera sarà eletto a Montecitorio o a Palazzo Madama, rischierà una sindrome da strangolamento; forse per questo guarda con più favore alla Regione come prossimo sviluppo della sua carriera politica. Ma andiamo con ordine.

Oriano Giovanelli, apparso a Gadana di Urbino la notte del 24 dicembre 1957, ha succhiato latte e comunismo nel biberon. Tra i ricordi d'infanzia che lo hanno emozionato, e segnato, ci sono i cortei con le bandiere rosse che passavano sotto le sue finestre il 25 aprile e il 1° maggio. Ricorda con affetto Luigi Marchegiani, suo professore al Liceo scientifico di Urbino: una specie di apostolo laico che introduceva i giovani alla militanza politica. Si rivela subito come un enfant prodige del partito: a quattordici anni (quando i ragazzi reclamano il primo motorino) prende la tessera del movimento giovanile del PCI, a sedici anni è già segretario di sezione a Gadana, a ventitré anni è consigliere comunale di Urbino, a ventotto consigliere provinciale, a trentatré consigliere comunale a Pesaro e poi assessore all'urbanistica, a trentacinque (nel 1992) è sindaco di Pesaro per la prima volta. In mezzo a questi anniversari istituzionali, ci sono parallelamente gli incarichi di partito: già nel 1980 scende a Pesaro per assumere l'incarico di segretario provinciale organizzativo; due anni dopo Marcello Stefanini lo chiama ad Ancona per dargli lo stesso incarico a livello regionale; nel 1985 è segretario politico dell'area di Pesaro, avendo a fianco Mascioni come responsabile organizzativo (poi lo fa nominare presidente della USL e ha sulla coscienza tutta la sua carriera successiva). Nessuna meraviglia che, così fagocitato dalla politica, non trovi il tempo per finire gli studi alla facoltà di Legge dell'università; in buona compagnia con Massimo D'Alema, che ha fatto quasi tutti gli esami alla “Normale” di Pisa, senza arrivare alla laurea. E' stato detto maliziosamente che quest'uomo non ha mai lavorato. Ma non era possibile fare altro se si militava in un partito totalizzante, un po' francescano, come il PCI di quegli anni: anche se poi ha cambiato nome (e anche pelo) diventando PDS e DS. “Una scelta di vita”, la definisce lui stesso, citando un famoso libro di Giorgio Amendola. Non è mai stato tentato dai movimenti extra-parlamentari, perché ha sempre apprezzato la solidità, la ponderatezza, il grande retroterra popolare del PCI. “Non concepisco la politica come avulsa dal popolo”, mi dice, “Detestavo gli studenti rivoluzionari di quegli anni, che parlavano in nome degli operai senza rappresentarli”. Considerava (e considera) le Brigate Rosse come nemici della classe operaia.
Le altre sue grandi passioni, fortunatamente al di fuori della politica, sono l'arte contemporanea e soprattutto la musica. Nel suo ufficio si circonda di quadri di Piattella, Pagliacci, Sguanci, Nanni Valentini; ma considera la musica come una potenziale alternativa di vita. A volte si sorprende a trasformare in ritmi musicali gli interventi in Consiglio comunale: invece di parole, ascolta note e strumenti: trombe, violini (probabilmente pochi), piatti, contrabbassi. Da ragazzo (gli anni della “Premiata Forneria Marconi”, del “Banco del Mutuo Soccorso”) era appassionato di rock-blues e di progressive rock. Suonava la chitarra elettrica e ha persino vinto un concorso al teatro di Treia, eseguendo come solista il brano “Plaza de toros”. Comunque il vero amore della maturità è proprio la città di Pesaro, dove si è trasferito appena eletto sindaco per la prima volta. Ne parla come un innamorato, con vibrazioni di passione sessuale: “Vivere a Pesaro è stata sempre una mia aspirazione e poi una scelta: la desidero, la amo, la voglio…”. Sono accenti da “Ultimo tango”.

Siamo ormai al bilancio personale di due legislature e mezzo. Soddisfatto?
A costo di sembrare patetico, la prima cosa che mi viene in mente è il rapporto di affetto che si è creato con i cittadini, anche di diverso orientamento politico: lo sento intorno a me e lo ricambio di gran cuore. In questa fase finale della mia esperienza contano più i sentimenti, i volti, che le cose: sono riconoscente verso tutti quelli che mi hanno aiutato e sento un acuto rimpianto per quelli che ci hanno lasciato, tra cui Ezio Gramolini e Massimo Panicali. Sulle questioni concrete, voglio ricordare alcuni momenti fondamentali, come il gennaio 1996, con la riforma organizzativa del Comune che ha introdotto una struttura manageriale (con un direttore generale e di altri direttori di area assunti con contratti a termine) cambiando sostanzialmente il modo di amministrare un ente locale: siamo diventati un prototipo da studiare in tutt'Italia, prima che la legge Bassanini lo trasformasse in uno standard per tutti. Ancora il '96 ha visto l'inaugurazione del BPA Palas e la scelta di un nuovo Piano regolatore che adesso è arrivato in porto (non è mai successo che un Piano regolatore venisse finito dallo stesso sindaco che lo aveva cominciato). Poi ricordo la magica estate del 2002, con quattro grandi operazioni culturali: Palazzo Gradari, la Biblioteca San Giovanni, il Teatro Rossini, il Cimitero ebraico. Infine la privatizzazione dell'Aspes, un esempio di collaborazione di successo tra pubblico e privato.

A proposito di Bpa Palas, lo considera un successo o un errore?
Guardi, all'inizio del mio mandato ho ereditato uno scheletro senza tetto, che era già costato 18 miliardi di allora, col Ministero che voleva indietro i soldi erogati. Invece di abbattere tutto, ho raschiato il barile per trovare gli altri 24 miliardi del conto finale, sottraendo ovviamente queste risorse ad altre esigenze di manutenzione della città. Oggi sono orgoglioso di aver concluso quell'opera perché una struttura di livello europeo non è disdicevole per una città come la nostra, che è la piccola capitale di un territorio più vasto. Certo il Palas si poteva fare meno grande, è un po' sovradimensionato per l'attività corrente; però, se avesse 8.000 posti, in qualche caso avrebbe lasciato fuori duemila persone: vedi i grandi concerti o semplicemente l'ultima partita di basket con la Skipper.

Nel 2005 scade il contratto dell'attuale gestore privato. Che succederà?
Penso che si dovrà creare una nuova struttura di gestione che comprenda anche la Fiera. Un sistema comune garantirebbe le necessarie sinergie, offrendo servizi diversificati per le attività convegnistiche, espositive e di spettacolo. Naturalmente dovrà prima essere chiarita la politica della Regione verso le fiere, che rappresentano un grande strumento di promozione del territorio dal punto di vista economico, turistico e culturale. L'Ente Fiera dovrà essere diretto da professionisti del settore, in grado di attrarre altri settori del mercato. Non si può vivere solo di Mostra del mobile.

Un'altra eredità per i suoi successori è il Piano strategico 2015. Che significa?
Lo dice il titolo: “Pesaro 2015, città della qualità”. Si tratta di un grande progetto di sviluppo e d'innovazione, orientato alla qualità. Stiamo vivendo una fase delicata: il nostro sistema economico comincia ad avere qualche difficoltà nella sua capacità competitiva a livello nazionale e soprattutto internazionale. Il territorio deve ridisegnare una sua missione e un suo futuro: questo significa investire nelle tecnologie, nella cultura, nell'ambiente, in un percorso condiviso da tutte le forze politiche e sociali (partiti, imprenditori, sindacati, cooperative, associazioni ambientaliste), non solo da chi governa. L'attività di “Pesaro Studi”, che ha già superato i 1.000 studenti, rientra in questa strategia. Storicamente l'Università di Urbino (una delle più antiche del Paese) non ha mai dialogato molto col sistema produttivo del territorio: vogliamo creare le condizioni perché questo avvenga. Comunque il Piano strategico è un piano “cornice”, non un corpo normativo; e andrà continuamente aggiornato.

Perché si ferma proprio al 2015?
Perché è un piano a medio termine. Nel lungo termine, come diceva l'economista inglese Keynes, saremo tutti morti.

Qualche rimpianto?
Le due grandi “incompiute” di Pesaro: la sistemazione del porto e Rocca Costanza, due situazioni scandalose che si trascinano dall'inizio degli anni ‘80. Ma non è dipeso da noi, perché in entrambi i casi c'è una grossa responsabilità dello Stato e dei suoi organi periferici: forse avrei dovuto battere di più i pugni sul tavolo, anziché cercare il dialogo. Poi mi dispiace di non essere riuscito a promuovere azioni forti per risolvere situazioni come quelle dell'inquinamento atmosferico e dell'inquinamento idrico del Foglia; anche se uno degli elementi più innovativi in questo campo è il nuovo Piano regolatore. Purtroppo questa è l'altra faccia della medaglia, il prezzo che abbiamo pagato per l'impetuoso sviluppo economico del dopoguerra. Il compito dei miei successori sarà quello di progettare una crescita più sostenibile dal punto di vista ambientale. Per quanto mi riguarda, mi consolo con le parole che il cancelliere tedesco Willy Brandt ha voluto sulla sua tomba: “Ho fatto il possibile”.

E' vero che qualche volta volano scintille nei rapporti con la Provincia e con la Regione?
I rapporti fra la Provincia e la città capoluogo non sono mai stati molto facili, anche se in questi anni abbiamo fatto uno sforzo di collaborazione. Più di una volta abbiamo avuto la sensazione che l'Amministrazione provinciale, per ragioni di consenso e di rappresentanza territoriale (e forse anche per rafforzare la sua stessa identità), mettesse in secondo piano le priorità della città: per esempio, nel caso della programmazione del trasporto pubblico, abbiamo criticato alcune scelte che ci sono sembrate penalizzanti per la realtà della costa. Quanto alla Regione, dovrebbe sempre tener presente che le Marche sono un territorio policentrico e proprio in questo policentrismo sta la sua forza. Un'impostazione troppo Ancono-centrica non aiuta a far funzionare bene questo sistema.

Lei ha 46 anni, quindi è politicamente ancora un bambino. Cosa pensa di fare da grande?
Non vale la pena di nascondere che sono personalmente molto interessato a un'esperienza di governo in Regione: lo vedo come uno sbocco naturale dell'esperienza che ho maturato in una città importante delle Marche e sento che c'è un interesse che va al di là del mio partito di riferimento. Naturalmente ho frequentato i partiti abbastanza a lungo per rendermi conto che ci possono essere tante complicazioni per strada. Non farò comunque drammi sul mio destino personale.

IL SALUTO A CESARE

Il sindaco più longevo del Comune di Fano non poteva che chiamarsi Cesare (Caesar, secondo Carlo Moscelli): un nome, una garanzia per la Fanum Fortunae degli antichi Romani. Alla fine del suo secondo mandato avrà governato complessivamente per nove anni: a partire dal 23 aprile 1995, quando fu eletto sindaco al primo turno (con il 54,2% dei voti) alla guida di una coalizione tutta di sinistra, con una sfumatura di verde. E' poi seguita una seconda legislatura di cinque anni, con la rielezione del 1999 (sempre al primo turno, con il 52,7% dei voti) e con la coalizione allargata al Partito Popolare e alle altre forze della futura Margherita. Per sua fortuna la legge elettorale lo farà scendere definitivamente da cavallo nella primavera di quest'anno: mettendolo al riparo da eventuali tentazioni delle Idi di marzo e da qualche novello Bruto, magari sotto le sembianze del suo ex compagno di partito Stefano Aguzzi.
Cesare Carnaroli è nato 52 anni fa a Monte Porzio, ridente paese della valle del Cesano, già noto fin dall'età della pietra ma entrato nella storia ufficiale solo grazie ai Galli Senoni: non chiedetemi perché e comunque questo non avrebbe fatto piacere a Caesar, quello vero. Una probabile etimologia del nome deriva da “Montal porco”, monte per l'allevamento dei maiali. Qualcosa di vero ci deve essere, visto che il giovanissimo ragionier Carnaroli, appena diplomato dall'I.T.C. di Fano, trova il primo impiego presso la ditta “Angeloni e Fraticelli”: lavorazione di carni suine. La considera tuttora una straordinaria esperienza formativa, che gli ha fatto capire il mondo dell'economia e dell'impresa. Nel 1974 vince un concorso e va a lavorare all'Istituto Case Popolari; intanto studia all'Università di Urbino, dove si laurea in Scienze Politiche, e rinvia il servizio militare fino al 1978 quando lo mandano a Casarsa della Delizia (il paese friulano di Pasolini) e riesce persino a farsi nominare caporale, per rispetto alla sua età, nonostante sia tenuto d'occhio dalle gerarchie come potenziale sovversivo. Bisogna ricordare infatti che, anche per motivi anagrafici, la sua formazione ideologica avviene nel periodo dei “movimenti” degli anni ‘70: è già impegnato politicamente con Democrazia Proletaria (che alle elezioni del 1976 raccoglie nell'area fanese il 3,5% dei voti) e simpatizza con Lotta Continua. Ha vissuto gli anni della “contestazione generale” come un processo di liberazione, di rivoluzione nei rapporti personali e sociali (uomo/donna, figli/famiglia, cittadino/autorità). E' un movimento ruspante, di provincia, meno politicizzato rispetto ai brucianti crogioli metropolitani. “Non sono un pentito”, mi dice: tuttavia si allontana gradualmente da quel mondo quando una parte dei “movimenti” scivola verso la deriva del terrorismo. Intorno ai trent'anni si sposa, viene ad abitare a Fano, e comincia a militare nel PCI, dove percorrerà tutta la sua carriera politica: segreteria di zona, consigliere comunale nel 1985 (all'opposizione), assessore dal 1988, vice sindaco dal 1992, sindaco dal 1995.
La sua impostazione metodologica (che attribuisce all'imprinting ricevuto nell'impresa privata) è che la pubblica amministrazione non ha solo il compito di erogare servizi, ma deve soprattutto programmare lo sviluppo economico e produttivo, oltre che sociale, del suo territorio. Sono certo importanti le strade, i marciapiedi, le aiuole e gli asili nido, ma è più importante la qualità della vita: intesa come benessere economico, come due stipendi da portare a casa per assicurare la tranquillità della famiglia, le ferie, il pagamento del mutuo, la scuola dei figli (detto da un comunista non pentito, mi ricorda il famoso “discorso del gulasch” di Kruscev: quando blandiva i buoni sovietici post-stalinisti, dicendo appunto che la vera democrazia era la possibilità di mettere ogni giorno lo spezzatino in pentola). Considera una ricchezza il modello economico del nostro territorio, fatto da una miriade di piccole aziende: però è un modello che rischia di andare in crisi a causa della concorrenza mondiale. Di qui il suo secondo convincimento circa la necessità di “fare sistema”: di collaborare tutti – imprese, enti locali, università – per migliorare i modelli organizzativi e la qualità dei prodotti, promuovere la ricerca, avanzare tecnologicamente e quindi competere più efficacemente sul mercato internazionale. In ogni caso mi sembra piuttosto soddisfatto dei risultati ottenuti, visto che nella conferenza stampa di fine anno ha detto che la sua Giunta ha fatto proprio di tutto, tranne i miracoli. “…Ma ci siamo andati vicino”, ha aggiunto, per mitigare la delusione dei cronisti.

Dunque un bilancio tutto in rosa a fine corsa?

Potrei fare un elenco di molte cose fatte, dalla ristrutturazione del porto (con un investimento di 35 miliardi e un grande rilancio della cantieristica da diporto), all'adozione del Piano regolatore, alla riorganizzazione di tutta la struttura amministrativa del Comune: pensi che noi non avevamo una Società municipalizzata dei servizi: l'igiene urbana era gestita in economia, con costi a carico del bilancio comunale. L'Aset è stata costituita solo nel 1997 e oggi fornisce i servizi di igiene urbana, acqua, gas, depurazione, a 17 Comuni del comprensorio, con 60 miliardi di fatturato. Ma preferisco soffermarmi su un grande tema di intervento strategico. Il territorio di Fano è stato sempre caratterizzato da una vocazione agricola, con una tradizione ortofrutticola. La nostra scommessa è stata quella di puntare sullo sviluppo di biotecnologie agro-industriali per un salto di qualità. Nel 1996 abbiamo portato qui il primo corso dell'Università di Urbino, con una laurea breve. Oggi il corso è di cinque anni e il know-how acquisito nei laboratori di ricerca ci ha permesso di depositare quattro brevetti: uno di questi riguarda la scoperta di una proteina ricavata dalle foglie del cavolo che si è rivelata efficace nella cura del tumore alla mammella: tanto che una grande Società farmaceutica ha acquistato il brevetto per proseguire nella sperimentazione. In uno dei laboratori produciamo bio-massa che viene utilizzato in Scozia per la produzione di un vaccino anti-Aids. Tutto questo ha anche permesso ad alcuni nostri neo-laureati di mettersi in proprio, costituendo una Società di certificazione di prodotti alimentari, con 5.000 certificazioni all'anno. La morale della storia è che un ente pubblico, partendo da poche risorse, può essere in grado di sviluppare un programma di ricerca e metterla al servizio di un sistema produttivo privato che da solo non sarebbe in grado di sostenerla.
Un secondo passo in questa direzione è stato quello di lanciare nel 2002 un corso per l'internazionalizzazione delle imprese, per consentire ai nostri giovani managers di acquisire le conoscenze giuridiche e finanziarie necessarie per operare sui mercati esteri. In totale oggi la popolazione universitaria di Fano supera i 300 studenti.

E adesso si parla anche di “parco tecnologico”. Cosa si intende esattamente?
Il parco tecnologico è un luogo particolare, che deve sorgere attorno all'università e ai centri di ricerca: una specie di super-laboratorio dove concentrare specialisti di varie discipline per lo studio dei processi innovativi per il nostro sistema produttivo. Abbiamo messo a disposizione 30 ettari di terreno, vicino all'autostrada, che dovranno ospitare strutture gradevoli, anche esteticamente, per consentire ai ricercatori di sviluppare tecnologie particolarmente in due campi di eccellenza: le bio-tecnologie e la cantieristica. Stiamo mettendo insieme un consorzio che vedrà come promotori, oltre al Comune di Fano e all'Università di Urbino, la Fondazione e la Cassa di Risparmio di Fano e una serie di enti locali e di associazioni di categoria.

Però la gente chiede anche strade, marciapiedi, piste ciclabili, verde pubblico, aria pulita…
Sul piano urbanistico, abbiamo fatto scelte di priorità, investendo otto miliardi e mezzo per il recupero di beni monumentali che stavano degradando, come la Rocca Malatestiana e il Bastione Sangallo. Forse dal punto di vista elettorale ci avrebbe procurato più consensi qualche asfaltatura in più; ma guardando al futuro di questa città riteniamo più importante aver salvato questi monumenti straordinari. Inoltre abbiamo dedicato altre risorse agli edifici scolastici, con la nuova scuola elementare a Sant'Orso, le ristrutturazioni dell'ex “Luigi Rossi” e della scuola elementare e materna del Poderino, il monitoraggio di tutte le scuole costruite prima della legge antisismica per verificarne la situazione strutturale. E' meglio avere qualche buca in più sulle strade, ma salvare il patrimonio architettonico e avere maggiori garanzie per i figli che vanno a scuola.

Molti preferirebbero un parco tradizionale nella zona dell'aeroporto, invece del ventilato parco tecnologico.
Questo è uno dei casi in cui si è creata una contrapposizione forzata, che non ha ragione di esistere. Non riteniamo possibile un ulteriore sviluppo dell'aeroporto; vogliamo solo completare l'opera già realizzata per l'85%, con una pista (qualunque sia il tipo di materiale impiegato) che consenta di mettere in sicurezza gli aerei dell'aviazione generale. Il parco lo vogliamo tutti e sono già stati messi a disposizione 6 ettari di terreno, che dovrà essere attrezzato; ma non possiamo disporre degli altri 25 ettari, che sono proprietà del Demanio e non del Comune.

Altri mugugni derivano dalla situazione del traffico, con le polemiche sul P.U.T.
Questa è una situazione oggettivamente più difficile, con la Statale 16 che attraversa le nostre località costiere. Ci sono 150 mila auto che viaggiano ogni giorno tra Fano e Pesaro. Fano è un punto strategico della viabilità, con le correnti di traffico che arrivano ogni mattina dall'entroterra, da Marotta, da Pesaro e che vanno tutte a congiungersi davanti all'Arco d'Augusto. Abbiamo cercato di velocizzare la circolazione per evitare le code che si formavano a Fosso Sejore, anche con i sensi unici che hanno eliminato due tempi ai semafori. Senza dubbio questo ha appesantito il volume di traffico su alcune strade del centro, ma bisogna fare delle scelte. Scommetto che lei oggi non ha avuto problemi di code, arrivando da Pesaro.

No, in effetti (anche perché era sabato mattina, N.d.R.). Passiamo ad altro: dicono che l'ospedale di Fano sarà progressivamente svuotato, a favore di Pesaro.
Nell'ambito del sistema sanitario regionale, noi siamo un ospedale di rete e facciamo un primo livello di integrazione con gli ospedali di Fossombrone e Pergola. E' evidente che l'Azienda ospedaliera San Salvatore di Pesaro, con le specializzazioni in cardiochirurgia e neurochirurgia, dovrà sempre di più assicurare prestazioni di alta qualificazione nella parte nord della Regione: non avrebbe senso duplicare due strutture con la stessa missione a dodici chilometri di distanza. L'ospedale di Fano, oltre a mantenere le unità operative provinciali di urologia, otorino, oculistica, dovrà garantire tutti quei servizi e interventi di base che coprono il 95% dei bisogni sanitari della popolazione. Comunque un punto importante, che garantisce Fano, è il fatto di aver mantenuto la sede dell'ASL contro l'ipotesi di concentrazione regionale o provinciale.

Anche a lei la domanda di rito: cosa pensa di fare da grande?
Mi piacerebbe continuare un'esperienza di amministratore pubblico, dopo un anno di stand-by. Comunque non c'è solo il mio problema individuale: vedremo come il mio partito, e la coalizione di cui facciamo parte, decideranno di utilizzarmi.

Nelle foto: Oriano Giovanelli in una caricatura di Simone Melle del 1997.
Cesare Carnaroli a colloquio col famoso velista Massimo D'Alema durante la presentazione del Porto di Fano alla Fiera internazionale di Genova del 2002.

Alberto Angelucci

I precedenti articoli di questa serie sono stati dedicati a: Palmiro Ucchielli (febbraio 2003), Roberto Giannotti (marzo), Renzo Lusetti (aprile), Gilberto Gasperi (maggio), Paolo Sorcinelli (giugno), Marco Savelli e Gabriele Del Monte (luglio), Anna Maria Guerra (settembre), Giuseppe Mascioni (ottobre), Giuseppina Catalano (dicembre).


 
 
 
 
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