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Gennaio 2006 / Lettere e Arti
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Il 'Cantar lontano'
di Marco Mencoboni


Suoniamo il campanello sul quale è scritto “E lucevan le stelle…”: è lo studio, nel cuore della città vecchia, di Marco Mencoboni, clavicembalista e organista nato a Macerata che vive e lavora a Pesaro da molti anni. Stiamo ancora sorridendo compiaciuti per quella insolita e armoniosa dicitura, quando Mencoboni ci apre e ci introduce in una grande stanza dove, strumenti antichi, libri, spartiti, computer, registratori, stampanti, CD e VHS sono arredamento e strumenti di lavoro. Marco Mencoboni è un bellissimo uomo: ce lo ricordavamo con una testa di capelli riccioluti e brizzolati che gli esaltava l'essere personaggio in bilico fra una star hollywoodiana e un performer trovadorico; lo ritroviamo con un sobrio taglio di capelli che lo sottrae al mito aggiungendogli però un tocco di rigorosa professionalità. Per fare amicizia in poche battute, ci presenta una nidiata di splendidi micini nati da poco: ce li porta racchiusi e trionfanti nel cavo della sua manona da organista. Riconosciamo, in questo ragazzone alto come un cestista, quella morbidezza e quella straniata tenerezza che ci aveva colpito assistendo ad un suo concerto di qualche anno fa, durante il Rof, nella chiesa della Madonna delle Grazie alla testa del suo gruppo; sulle pareti i manifesti del suo “Cantar lontano” e nell'aria il suono di una gradevolissima voce femminile che, percorrendo i delicati meandri delle melodie rinascimentali e barocche, ci prepara all'insolita esplorazione sonora ed espressiva della musica antica.
Marco Mencoboni, dopo gli studi a Pesaro, si diploma in organo al Conservatorio Martini di Bologna e in clavicembalo allo Sweelinck di Amsterdam. Anche se da ragazzino voleva diventare pianista, la misura un po' fuori del comune delle sue mani, consiglia la scelta dell'organo: da qui parte la sua appassionata dedizione alla musica antica. Dalla frequentazione accademica con maestri eccezionali (Luigi Ferdinando Tagliavini, Michel Chapuis, Ton Koopman, Gustav Leonhardt, Michael Radulescu) matura la pressante necessità di sviluppare un mondo vasto di conoscenze: sente che il sapere approfondito in ogni campo, è l'indispensabile terreno di coltura sul quale far fiorire qualsiasi scelta. Anche la più ardita, anche la più difficile e - dati i tempi - anche la più impopolare: si dedica con passione totalizzante ad un “cantar” che oltre ad essere lontano nel tempo diventa prassi esecutiva “lontanante” anche nella scelta delle posizioni dei diversi cantori e strumentisti entro lo spazio architettonico dell'esibirsi. Indaga con particolare attenzione i melismi eleganti degli autori rovereschi del ‘500 e del ‘600 (quasi a ricreare le atmosfere rarefatte dell'ambiente storico ducale e rinascimentale, per riappropriarsi delle memorie del nostro passato) che si intagliano negli spazi dei volumi architettonici scelti da Mencoboni per l'esibizione, con rigorosa attenzione all'acustica: ne deriva una seducente avvolgenza timbrica che il nutrito gruppo di artisti, cantanti e strumentisti raffinati da lui diretti, raggiunge insieme a una “castità” di suono che si scioglie in punte di audacia e di turbamento. Con questo ensemble variabile, che si chiamerà “Cantar lontano” appunto, Mencoboni conquisterà, nel panorama della musica antica, un posto di primissimo ordine: è presente nei più importanti festival internazionali d'Austria, Francia, Germania e Spagna: vince numerosi premi e riconoscimenti, nel 2003 la Radio Francese trasmette un'esibizione di “Cantar lontano” proprio la sera della vigilia di Natale, fino a che il Metropolitan Museum di New York non gli commissiona un importante progetto di restituzione musicale.
In questo momento storico in cui il gusto corrente, la fruibilità, i canoni dell'uso e della “piacenza” musicale sono quelli dei supermercati e delle discoteche, Marco Mencoboni raduna una trentina di giovani artisti per recuperare, dopo anni di pazienti ricerche svolte presso archivi e biblioteche come un archeologo musicale, una dimensione d'ascolto scandalosamente nuova, colta e fascinosa, che traduce in pura emozione il potenziale semantico di ogni singola parola e l'estatica ingenuità di un repertorio “lontano”. Il repertorio coltissimo e inusitato è come avvolto da una dolce, estrema eleganza che diffonde momenti di forte suggestione, valorizzando con l'accentuazione delle pause, degli echi, del potenziale evocativo, il piacere di riconoscere, dietro le perfette simmetrie, il gusto del silenzio, degli spazi e della lontananza…
Quasi una preghiera di ritorno, quasi una preziosa rappresentazione dell'impasto vocale nell'interpretazione creativa del suo assunto stilistico: ed è proprio questo assunto che, indagato con sentimento umanistico si apre al futuro, configurando un nuovo e moderno senso di memoria storica, una consapevole e approfondita lettura che, sdoppiandosi da una formale immagine cortigiana, sente il bisogno di evadere da essa, per saggiare, nello stato febbrile del fare artistico, una sensibilità nuova che rispecchi i veri e trascurati aneliti dell'anima moderna. 

Ivana Baldassarri

 


 
 
 
 
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