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Gennaio 2006 / Lettere e Arti
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Visti da vicino:
Arnaldo Pomodoro


"Alberto caro, Arnaldo ti deve parlare", mi sussurrò Franca Mancini, uscendo dal Teatro, "una cosa bella, importante". Avevamo appena inaugurato le manifestazioni per il bicentenario della nascita di Gioachino Rossini: era il 1992, un anno bisestile, ma per Pesaro e la Provincia un anno felice. La Zecca coniò una moneta in argento per ricordarlo e la Repubblica di San Marino stampò una fortunatissima serie di francobolli. Non mi feci ripetere l'invito e raggiunsi subito Arnaldo Pomodoro che, corrucciato e pensoso, avanzava verso di noi con alcuni amici. "Non voglio stare più a Milano", incominciò, "è diventata una città invivibile. Tutti i miei amici sono terrorizzati, non si parla più. Voglio tornare nella mia terra. Voglio vivere in provincia. Voglio portare qui le mie opere, la mia collezione". Erano le prime avvisaglie di quel periodo cruento che fu chiamato Tangentopoli, e un animo sensibile come Arnaldo avvertiva già le sofferenze che ne sarebbero derivate. Anche se la causa era fortuita, la prospettiva che si apriva per la nostra comunità era "bella ed importante" come l'aveva definita Franca. Una collezione di valore incalcolabile avrebbe potuto impreziosire ulteriormente il tesoro di opere d'arte della nostra terra. Annuii e rassicurai Arnaldo che avrei fatto tutto il possibile e l'impossibile per concretizzare questo suo desiderio, questa sua volontà. Ne parlai immediatamente al presidente della Provincia Rosaspina che, con il consueto entusiasmo per le occasioni fortunate e le grandi idee, mi diede carta bianca. Informai Simonetta Romagna, allora mia dirimpettaia assessorile al Comune di Pesaro, e prendemmo appuntamento con Arnaldo per la settimana successiva allo scopo di visitare tutte le proprietà pubbliche e verificare la loro idoneità al grande progetto. Nel frattempo mi recai alla "Fondazione Burri" di Città di Castello a parlare con i responsabili ed a procurarmi il loro statuto. Tutto sembrava procedere con il vento in poppa. Franca, Simonetta ed io, emozionatissimi, accompagnammo Arnaldo sul San Bartolo e poi a Muraglia sulle stupende colline della nostra terra ma egli restava muto, l'ispirazione non veniva. Restava il centro storico e ci recammo nell'unico edificio che secondo il nostro parere avrebbe potuto diventare una sede degna per la "Fondazione Pomodoro": l'enorme spazio del San Benedetto. Solo l'arte avrebbe potuto riscattare quell'area di dolore e di emarginazione. Ci rendevamo conto delle difficoltà ma l'idea era semplicemente geniale: Pesaro in un colpo solo sarebbe diventata un centro mondiale per l'arte contemporanea. Arnaldo ne fu rapito. Ricordo bene la sua commozione all'interno dei locali della lavanderia da tempo abbandonati in cui permanevano alcuni materassi macchiati, fasci di giornali, una sedia sgangherata. Per un attimo pensammo di essere riusciti a far quadrare il cerchio. Purtroppo per Pesaro non fu così. Il San Benedetto, una volta di proprietà della Provincia, con la riforma sanitaria era passato all'USL i cui dirigenti al primo colloquio informale ci fecero capire che l'idea di trasformare in un centro artistico-culturale l'area del San Benedetto dal loro punto di vista era a dir poco balzana. Non furono pochi coloro che immediatamente si schierarono dalla parte del realismo ed aggredirono il nostro sogno. Per carità di patria non ricorderò i loro nomi. Arnaldo di fronte alle difficoltà, e alle pressioni di Milano, abbandonò l'idea e rientrò nella città che gli aveva dato tanto e che aveva riconosciuto il suo genio. Oggi tutta la stampa nazionale ed internazionale ci informa che la Fondazione si è trasferita da Rozzano alle ex officine di turbine Riva & Calzoni di Milano in una area di 3.500 metri dove è in corso la grande Mostra della Scultura italiana del '900. Un grande spazio "tutto per sé" per le opere, l'archivio e la biblioteca: come Tàpies a Barcellona, Mirò a Barcellona e Palma de Maiorca, Gonzàles a Valencia, Calder in Francia, Moore nello Yorkshire. A Pesaro resta la Palla bronzea. Grande, bella, magicamente ambientata dallo stesso Arnaldo; ma una sola, malinconica Palla.

Alberto Berardi


 
 
 
 
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