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Diario di un cane


Sono Tom. Vivo in un canile rifugio ormai da qualche anno, insieme a tanti altri cani. Qui le giornate sono sempre tutte uguali e piuttosto sedentarie… Ma non è stato sempre così.
Da piccolo facevo parte di una cucciolata di sette cagnolini, di razza non ben definita, tanto che qualcuno diceva che eravamo ibridi, altri ci chiamavano meticci e altri ancora bastardini; era insomma, la nostra, una condizione “genetica” che non ci assicurava certo una facile commerciabilità né tantomeno una comoda allocazione. Raggiunta l'età di due mesi, fummo condotti, racchiusi in una cesta, al mercato. Un luogo affollato dove tanti esseri della specie umana andavano e venivano, accalcandosi attorno alla nostra cesta con il naso all'ingiù. Il “padrone”, esaltando le nostre qualità, cercava di venderci; e tanto fece che, nel giro di qualche ora, ognuno di noi aveva preso la propria destinazione, molto spesso in braccio ad un bambino: in quel momento, felice. Naturalmente nessuno di noi era accompagnato da certificazioni attestanti la provenienza e tantomeno eravamo marcati con il prescritto microchip che ne attesta la proprietà. Tale condizione evidentemente conveniva a tutti poiché, “non si sa mai…!”.
Anch'io, come spero tutti gli altri cagnolini, scelto da un bambino, sono finito in una bella casa piena di conforti e coccole che mai prima avevo avuto. Ero nutrito in abbondanza, accarezzato, vezzeggiato e tenuto in braccio in ogni momento come fossi un peluche. Il cibo era buono e abbondante, avevo accesso a tutte le stanze, anche alla camera da letto dei bambini con cui giocavo sempre, uscivo quotidianamente e correvo fino a stancarmi; tanto che, al rientro, mi abbuffavo e mi addormentavo profondamente. Era un vita stupenda, da non morire mai. Ma il tempo passava ed io crescevo, dicevano che lievitavo… Ero sì un bastardo, ma di grossa mole. Dopo qualche mese ero diventato ingombrante. Urtavo dappertutto, facevo cadere oggetti che, molto spesso, si rompevano. Con il muso ora arrivavo al bordo della tavola, ove cercavo di avvicinarmi ai piatti perché ero sempre affamato. Qualche volta le buscavo a causa del mio comportamento: sporcavo dappertutto, rovinavo tende, tappeti, tovaglie e divani. Ero diventato insopportabile poiché, dicevano, “nessuno mi aveva mai insegnato l'educazione”.
Gli umori dei padroni nei miei confronti stavano cambiando ed io avvertivo qualche sentimento ostile, sempre più crescente a causa delle frequenti liti che il mio comportamento faceva scaturire tra i genitori e i figli che ancora mi difendevano. Dopo ogni lite trascorreva qualche breve periodo di tollerante calma, ma era di breve durata poiché io continuavo a crescere e l'appartamento diventava sempre più piccolo. Accadde anche che nessuno aveva più tempo di portarmi fuori cosicché le giornate mi offrivano un po' di conforto solamente quando i bambini potevano giocare con me. Venne poi l'estate e, con la fine delle scuole, in casa si cominciava a parlare di vacanze. “E lui dove lo mettiamo?”. “Non ha il microchip e quindi anche un'eventuale cattura non potrà mai ricondurre al proprietario!”. “Ormai è grande abbastanza per potersela cavare da solo”. “Metterlo a pensione?”. “Troppo costoso!” E poi non avrebbe risolto il problema al ritorno dalle vacanze. Così un bel giorno, nonostante la mia ritrosia, fui caricato nel bagagliaio di una macchina, che partì a tutta velocità. Il viaggio fu disastroso. I miei padroni, privi di ogni conoscenza sui cani, non sapevano che molto spesso questi soffrono di mal d'auto; ed io ero uno di quelli. Vomitai di brutto: guaivo, mi agitavo, insomma fu una sofferenza indicibile. Finché l'auto si fermò. Aperto il bagagliaio fui tirato fuori a forza tra gli insulti perché avevo sporcato dappertutto. Era una ragione di più per smammarmi. Quindi, un calcio e via. L'auto ripartì sgommando. Per un certo tratto di strada la seguii, finché, stanco mi abbandonai a lato della strada in un fosso.
Ci misi un po' per capire che la mia condizione era cambiata. Ora ero un randagio. Vagai per il resto della giornata tenendomi lontano dalle strade; temevo le auto. La notte la passai in un boschetto. La mattina seguente ritornai sulla strada. Ero smarrito, spaventato e affamato, per cui mi avvicinai ad una casa. Mi diedero un po' di cibo e mi legarono con una corda ad un albero. Poco dopo arrivò un furgone; ne uscirono due uomini; parlarono un attimo con i proprietari della casa e mi presero in consegna. Caricato sul furgone, in una gabbia metallica, dopo un breve tragitto mi sono ritrovato in un luogo dove c'erano tanti altri cani che, al vedermi, cominciarono ad abbaiare tutti insieme generando un frastuono indiavolato. Ero arrivato al canile comunale. Chi mi accolse mi fece una carezza, mi diede del cibo (crocchette), dell'acqua e mi chiamò Tom.
Il giorno successivo, sono stato lavato, trattato con una sostanza che mi ha liberato dal fastidio degli insetti che infestavano la mia pelle (ectoparassiti), e visitato dal veterinario, il quale mi fece ingoiare delle compresse che mi avrebbero liberato anche dai parassiti intestinali (endoparassiti). Fui poi ricoverato in un box, piuttosto angusto, da solo (zona Contumaciale). Dopo qualche giorno sono stato di nuovo visitato dal veterinario il quale mi ha fatto una iniezione sottocute (vaccinazione eptavalente) e applicato il microchip, attribuendomi, come proprietario il Comune sul cui territorio ero stato accalappiato. Così, munito della prescritta certificazione, che attestava la mia iscrizione all'anagrafe canina, uscivo dal “canile sanitario” ed entravo nel “canile rifugio”. 
I gestori capirono subito che ero di indole buona e mi misero insieme ad altri tre cani in un box di circa venti metri quadri. Avevo la mia cuccia, la mia ciotola per il cibo ed un secchio d'acqua in comune con gli altri. Ormai sono qui da un po' di tempo. Vedo entrare quotidianamente nuovi cani e qualcuno lo vedo uscire, portato via da visitatori che, prima di scegliere, ci passano tutti in rassegna osservandoci attraverso le maglie della rete di recinzione. Noi diciamo che quei cani sono fortunati, poiché hanno trovato un padrone che, scegliendo consapevolmente, riverserà sul nostro compagno tutto il suo affetto.
Come dicevo prima, qui le giornate sono tutte uguali, ma almeno le persone che ci accudiscono mi vogliono bene, anche se debbono dividere il loro affetto con tanti altri cani. Ho, per di più, un sacco di amici della mia stessa specie con cui giocare. Mi consola il fatto che certamente non sarò più tradito, non sarò costretto a vivere allacciato ad una catena, in uno stato di semi-abbandono nella più malinconica solitudine.

Paolo Coli

 


 
 
 
 
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