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  *

'Casa Paci': una speranza
per i detenuti


Senza che me lo aspettassi fui chiamato in matricola per la consegna del foglio del mio primo permesso (7 giorni) e per le fotografie. Fra gli auguri di tutti per una buona Pasqua, finalmente raggiunsi l'uscita. La mia prima sensazione, e anche la più forte, fu di smarrimento: simile, credo, a quella che può provare un pulcino fuori dal guscio (…). Finalmente vidi venirmi incontro un'operatrice, così pratica nei gesti e così comunicativa da farmi accantonare subito ogni formalità, e immediatamente lei divenne Rita: il suo abbraccio fu come quello di una sorella e le sue premure, la grazia e la dolcezza produssero l'effetto di sciogliere rapidamente quel nodo d'ansia e smarrimento che mi attanagliava sin dal primo passo fuori dal carcere, lasciando man mano posto a un senso di serenità e di umanità che credevo di aver dimenticato. Ma, oltre a lei, devo dire che tutti contribuirono a farmi sentire a mio agio. Ad esempio Tito (Stefano Danti, NdR) preferì trascorrere il giorno di Pasqua insieme a noi, portando l'agnello, la colomba e un'infinità di dolci (…). A mano a mano sentivo crescere dentro di me come un senso di appartenenza a una famiglia vera e propria e varie emozioni e sentimenti. Al mondo, fuori dal carcere, non esistono solo egoismi e brutture; c'è gente, come quella che ho conosciuto in questa circostanza, che fa di tutto per cercare di reinserire, quelli di noi che lo desiderano, in una vita diversa, fatta di altruismo e di fiducia…
Questi brani sono tratti da una lettera/testimonianza scritta da Alvaro, un detenuto romano. E' arrivato per la prima volta a “Casa Paci”, in permesso premio dal penitenziario di Villa Fastiggi. Dopo la scarcerazione definitiva ha chiesto di rimanere come operatore volontario in questa struttura, dove è rimasto complessivamente per sette anni e dove è deceduto poche settimane fa, a 75 anni. Al rosario per la sua veglia funebre nell'istituto hanno partecipato tutti i residenti della casa, compresi alcuni extra-comunitari di religione musulmana. Oggi la sua lettera è stampata in un quadro appeso al muro del soggiorno, davanti al camino. Sotto il documento c'è una commovente nota di ringraziamento scritta a mano, con le firme di tutti gli operatori della struttura.

L'onda lunga di don Gaudiano. “Casa Paci” (dal nome del precedente proprietario) è una tranquilla villetta della periferia di Pesaro, a un chilometro di distanza dall'ingresso dell'autostrada: un ambiente un po' surreale, visto che si tratta in qualche modo di un luogo di pena, anche se con funzione rieducativa. La storia ha inizio nel 1991 quando Stefano Danti, un maestro del carcere di Villa Fastiggi, riesce a realizzare un progetto coltivato da qualche anno: l'apertura di una struttura residenziale per concedere ai detenuti la possibilità concreta di accedere a misure alternative al carcere (come previsto dalla legge Gozzini). La prima sede, in una strada di collina dal nome benaugurante di Via dell'Angelo Custode, viene messa gratuitamente a disposizione da Paolo e Mariolina Ugolini. La gestione è affidata inizialmente alla cooperativa sociale “La Casa”, presieduta dallo stesso Danti fino al 1999, quando subentra la IRS l'Aurora, una Società cooperativa di Gradara che è impegnata su vari fronti del disagio sociale. Si occupa infatti di servizi educativi  finalizzati alla promozione umana e all'integrazione sociale. In particolare svolge un'azione di prevenzione, cura e riabilitazione per adolescenti, tossicodipendenti, alcolisti, ex detenuti e loro familiari che necessitano di un sostegno psicologico, sociale e pedagogico: attraverso strutture specifiche ospitate a Gradara, Fano, Ancona, Ascoli Piceno, Senigallia. Il consiglio di amministrazione è presieduto da Eraldo Giangiacomi.
Ma la prima intuizione di queste nuove possibilità di recupero si deve alle associazioni di volontariato che fioriscono a Pesaro negli anni ‘80 e '90. E' l'onda lunga della vita di don Gianfranco Gaudiano che continua ad arrivare.

Un'equipe al femminile. Dal 1997 la casa si è trasferita nella sede attuale (sempre di proprietà della famiglia Ugolini), dove vengono accolti solo uomini, per periodi in genere non superiori a 12 mesi. A causa delle caratteristiche operative della struttura, non sono ammessi tossicodipendenti, alcolisti e pazienti con patologie psichiatriche. Sono ospitati i detenuti cui, per decisione del giudice di sorveglianza, possono essere applicati provvedimenti di mitigazione della pena; detenuti in regime di semilibertà o ammessi al lavoro esterno; in permesso premio (3-15 giorni); in detenzione domiciliare o in affidamento in prova al Servizio sociale; ex detenuti da reinserire nel mondo del lavoro; e infine anche adulti a rischio di emarginazione che non hanno pendenze giudiziarie e che trovano qui una sistemazione temporanea. Il reinserimento nel mondo del lavoro viene effettuato in collaborazione con varie cooperative sociali come l'Italkappa, L'Adriatico e T41.
Le spese di gestione sono coperte per il 50% dal Comune di Pesaro: rappresentato dall'assistente sociale Annalisa Spinaci e dal responsabile dell'unità organizzativa socio-assistenziale Corrado Cardelli che fa capo all'assessore Marco Savelli. Altri contributi economici sono assicurati dalla Caritas diocesana, da sostenitori e da altre associazioni del volontariato; oltre che dalla stessa IRS l'Aurora da cui dipendono i quattro operatori in pianta stabile e i quattro giovani del Servizio civile messi a disposizione dallo Stato, con un contratto annuale che prevede cinque ore di impegno giornaliero. Finora rappresenta l'unica esperienza di questo tipo in tutta la regione Marche, e fra le poche in Italia. Ogni detenuto è soggetto a un particolare regime disciplinare indicato dal magistrato di sorveglianza e segue un programma concordato con il CSSA (Centro di servizio sociale per adulti) di Ancona: un organo periferico del ministero di Grazia e Giustizia.  Le domande di ammissione provengono direttamente dai detenuti. A tutti viene data risposta, con l'invio del regolamento della Casa e di una dettagliata scheda informativa da compilare per richiedere l'affidamento: che in media viene concesso dal magistrato nel 10% dei casi. Vengono comunque ospitati solo i reclusi nelle carceri della provincia di Pesaro o delle Marche: in totale 136 persone – dal 2000 al 2004 – con quasi 13 mila giornate complessive di presenza.
Il responsabile della struttura è Francesco Battistoni, 53 anni, quattro figli, che – dopo un primo periodo di lavoro come imprenditore nel campo del mobile –  ha svolto tutta la sua attività professionale nelle cooperative sociali del territorio. Vive questa realtà da oltre dodici anni ed è costantemente in contatto con le Case circondariali di Villa Fastiggi e di Fossombrone: ha così modo di conoscere la storia e le caratteristiche dei detenuti e di seguirne personalmente il percorso umano, collaborando con gli organi istituzionali nella valutazione delle misure alternative. Da due anni è affiancato dall'assistente sociale Maria Chiara D'Amicis, 26 anni, laureata a Urbino (vivacissimi occhi neri e fisico da fotomodella). Gli altri operatori dello staff sono due educatrici trentenni, Monia Caroti e Lucia Lorenzi, e i quattro ragazzi del Servizio civile: Sara, Emanuela, Tommaso e Chiara. Come si può osservare, si tratta di un'equipe prevalentemente femminile, secondo una linea di tendenza che sembra affermarsi nel settore dell'amministrazione penitenziaria. Su tutto vigila comunque la vicina caserma dei carabinieri, con frequenti controlli anche notturni per verificare che vengano rispettati gli orari e le regole previste dal magistrato per ogni ospite. Non ci sono stati finora grossi problemi ma, negli ultimi anni, si sono verificati tre casi di evasione di extra-comunitari.

Lo spirito della Costituzione. Al piano superiore della villetta c'è la zona notte, con dieci posti letto: attualmente tutti occupati. Al pianoterra c'è un piccolo ufficio, accanto a un ampio soggiorno e sala da pranzo (dove in questi giorni è stato allestito anche un presepe), e a una vasta cucina dove gli ospiti che non hanno impegni lavorativi all'esterno preparano i pasti: consumati poi tutti insieme, operatori compresi. Tutti si danno del “tu”, con reciproco rispetto, pur restando al proprio posto e nel proprio ruolo. Peraltro diversi anni fa c'è stata anche una storia d'amore tra un'operatrice (che si è subito dimessa per correttezza) e un detenuto di Torino. Si sono poi sposati e hanno una bambina.
In attesa della cena incontro qualcuno dei residenti, in maggioranza extra-comunitari. Omar, un marocchino di 36 anni, è arrivato da pochi giorni e sta finendo di scontare la pena: ha una moglie e tre figli al suo Paese e spera di farli venire presto a Pesaro. Belkacem, algerino di 35 anni, è in detenzione domiciliare e fa il giardiniere in una cooperativa. Conosco anche Fausto, un pesarese di 48 anni che non ha avuto guai giudiziari ma è assistito dal Comune a causa di un grave incidente stradale e altri problemi economici e familiari; sta vivendo un comprensibile periodo di depressione da cui spera di uscire quando troverà un lavoro compatibile con la sua menomazione. Sicuramente lo aiuterà a riprendersi anche la passione per la scrittura: mi mostra le bozze manoscritte di un suo racconto/saggio in forma di fiaba, “La fantastica storia di un mondo”.
Speriamo che l'anno nuovo porti a tutti loro la serenità di una vita pienamente recuperata, realizzando il civile dettato della Costituzione italiana: le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.

Alberto Angelucci

Nelle foto:
1) L'esterno di "Casa Paci": una villetta alla periferia di Pesaro, concessa gratuitamente dalla famiglia Ugolini alla cooperativa IRS l'Aurora. Può ospitare fino a dieci detenuti.
2) Il coordinatore della Casa, Francesco Battistoni, insieme all'assistente sociale Maria Chiara D'Amicis.

 

 


 
 
 
 
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