Un passato antichissimo e glorioso che ritorna alla vita. E' questo il senso più palpabile e profondo, più coinvolgente emotivamente, della sensazionale scoperta archeologica che è stata fatta a Sant'Angelo in Vado, nell'agro detto Campo della Pieve. La campagna di scavi condotta dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, con la collaborazione dell'Università di Macerata e degli enti territoriali di competenza, ha infatti permesso di riportare alla luce una domus gentilizia romana di grande pregio artistico, in quanto adorna di stupendi tappeti musivi istoriati, che costituiscono certamente il maggiore e più prezioso complesso di mosaici romani di età classica di tutta le Marche, superiore anche a quello ben noto di Suasa. L'apertura al pubblico di questa eccezionale area archeologica, che dovrebbe avvenire per la primavera prossima, conferirà pienamente a Sant'Angelo in Vado quella rilevanza come centro artistico e culturale che certo gli compete a motivo delle sue illustri origini di municipium romano, col nome di Tifernum Mataurense. L'insediamento rurale di Tifernum Mataurense (toponimo più arcaico del più tardo Metaurense, che si ritrova anche in Lucano) diviene municipium romano dopo la Guerra Sociale tra il 90 e l'88 a. C., ed entra successivamente a far parte della Sexta Regio dell'età augustea. Plinio il Vecchio lo nomina nella sua “Naturalis Historia”, specificando che i Tifernates facevano parte della Gens Crustumia, e quindi dell'Umbria romana. La sua rilevanza come centro amministrativo è suffragata anche dal rinvenimento, nel suo territorio, di un frammento bronzeo riproducente un brano della “Lex Julia Municipalis”, promulgata da Cesare per fissare le norme per l'elezione dei Magistrati comunali. Distrutto dai Goti l'abitato romano al principio del VI secolo d.C., poco si sa delle successive vicende storiche che hanno direttamente interessato l'insediamento alto-medievale sulle rive del Metauro, se non che doveva costituire un nodo di comunicazione di un certo interesse, perché sede di un “guado” del fiume molto frequentato dai viaggiatori del tempo (da cui il nome di Sant'Angelo in Guado, o, appunto, in Vado, con dedicazione all'Arcangelo Michele). Complesse e articolate nel tempo sono anche le vicende che hanno interessato le diverse fasi delle ricognizioni e della campagna di scavi che hanno permesso di riportare alla luce la domus dei mosaici. Fin dagli anni ‘60 era nota la presenza, nel sottosuolo del Campo della Pieve, di un impianto urbano di epoca romana, documentato anche da rilievi aerofotogrammetrici e da indagini in situ, che già in quegli anni avevano scoperto diversi tratti di strada basolata romana. Occorre attendere però fino al 1998 per assistere ad una ripresa organica e su vasta scala della campagna di scavi, una volta ottenuto il vincolo dell'area per interesse storico-archeologico ed il suo successivo esproprio da parte dell'amministrazione comunale. Gli scavi eseguiti, e tuttora in corso, hanno comunque permesso di ottenere risultati davvero sorprendenti per l'entità e la qualità del materiale riportato alla luce, grazie all'impegno di una équipe di ricercatori dell'Università di Macerata che sta operando sistematicamente nel sito e nel territorio circostante dell'antico municipium romano, dove rimangono ancora sepolte numerose strutture murarie, fra le quali un notevole edificio adibito in epoca augustea a terme pubbliche. La domus dei mosaici è una grande residenza gentilizia risalente al I° secolo d.C., articolata attorno ad un peristilium centrale, delimitato da sei colonne che sorreggevano l'impluvium. Numerosi vani di forma quadrangolare si estendono attorno a tale struttura. Quelli che ospitano i più preziosi tappeti musivi sono il vestibolo, dove è allocato un mirabile “trionfo di Nettuno”, la sala adiacente, probabilmente un tablinum, con un magnifico mosaico quadrato con al centro la raffigurazione del dio Bacco, ed i vani principali situati sul lato opposto del peristilium, dove si trovano il “mosaico della Medusa” ed il mosaico detto “della caccia”, in quanto raffigurante cani e cacciatore all'inseguimento della selvaggina. Il “trionfo di Nettuno”, di incomparabile suggestione ed eleganza per l'estrema raffinatezza delle figure nere su sfondo color ocra, rappresenta il dio Nettuno con la sposa Anfitrite, eretti su un carro trainato da due ippocampi scatenati in folle corsa. Sotto il carro nuotano tre delfini, figure anch'esse di mirabile espressività. Elegantissimo è anche l'ornato circolare a tessere bianche e nere che circonda l'émblema col busto di Bacco; esso è a sua volta inscritto in una campo quadrato, con agli angoli raffinate figure femminili che sorreggono tralci floreali. Meno curato è forse l'émblema contenente la testa della Medusa, anch'esso posto al centro di complicati ornamenti policromi, mentre di grande bellezza è la scena di caccia nel mosaico omonimo, con i ringhianti levrieri che inseguono un cinghiale dal pelo irsuto ed un capro selvatico ansimante nella corsa. Al centro campeggia la figura del battitore, un magister canum con caratteristici abiti da caccia, molto suggestivo nel gesto di aizzare i suoi cani con un sonaglio. Sotto la scena di caccia, al centro del vasto vano che doveva ospitare il triclinium, c'è un appariscente ed elaborato tappeto musivo policromo, composto da ricchi ornamenti geometrici e figurativi di squisita fattura, con al centro un riquadro rappresentante animali marini in lotta fra loro. Vari lacerti musivi, sempre di ottima fattura, si rinvengono anche sui pavimenti dei corridoi adiacenti ai vani principali. Il restauro di questa mirabile domus, finanziato con il contributo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e dello Stato nell'ambito dei “progetti Docup-Obiettivo 2”, è documentato da una bella pubblicazione curata da Michela Tornatore e stampata da Arti Grafiche STIBU di Urbania per conto del Comune di Sant'Angelo in Vado, dalla quale abbiamo tratto gran parte delle annotazioni riportate in questo articolo. Un complesso architettonico ed artistico che non ha nulla da invidiare ai ben più noti e pubblicizzati siti romani di Piazza Armerina e di Ravenna. Immancabile una visita in loco per tutti gli amanti dell'arte e della cultura.
Alberto Pisani
|