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Pillole di storia – L'Africa di Monicelli non è quella vera

Un'immagine del film di Mario Monicelli: 'Le rose del deserto'. Da sinistra: Michele Placido, Alessandro Haber e Giorgio Pasotti.

Attratto dal grande battage pubblicitario, sono anche io andato a vedere “Le rose del deserto”, l'ultima opera cinematografica del maestro Mario Monicelli, di cui ricordo perfettamente “La grande guerra” e lo spirito sottile, direi quasi di riscatto, con cui erano delineati i caratteri dei soldati italiani, alle prese con quel fenomeno sociale di straordinaria forza e rilevanza che di tanto in tanto interessa i popoli e si chiama guerra. Così, pensando di trovarmi di fronte  ad una sorta di “Mediterraneo” rivisitato in chiave di pacata revisione di certi stupidi e beceri stereotipi (che solo un vero “maestro” può permettersi), ho affrontato il film. Delusione profonda, perché si è limitato ad una filastrocca di concetti triti e ritriti, per giunta mal incastrati fra loro, mai approfonditi come avrebbe potuto e dovuto, spersi in un mare magno di banalità. Nessun tentativo di farci rivivere quei tempi, quelle realtà, quelle speranze ma solo rivisitazioni, neanche velate, con gli occhi della attualità; dove insomma rimane fissato che noi italiani non siamo proprio portati alla guerra ma siamo fatti con una speciale materia dove si fondono disimpegno, poesia, convivenze pacate, gioco. Peccato non ci fosse Alberto Sordi con un bel “volemose bbene”.
Ma la nostra avventura africana non è affatto andata così, come rappresentato attraverso i personaggi dello sgangherato reparto della 31ª sezione di Sanità: convinti di essere là per una missione che oggi piace definire “umanitaria” e soprattutto breve, perché “teniamo altro che fare”. E quando il campo viene preso d'assalto dai feriti e dai soldati in rotta dopo la prima, fulminea avanzata inglese, quando compare la guerra vera, quella combattuta dai soldati e dalle armi il film si arresta, si accontenta di chiudere un discorso che io non ho mai visto iniziare. E proprio qui, invece, avrebbe potuto rileggere una pagina di storia che, per noi italiani, per le nostre armi, non fu affatto ingloriosa: magari anche criticandola, ma non ignorandola. Insomma, al discorso manca la conclusione, che secondo me poteva farci sentire ancora quel brividino di orgoglio che proprio i due soldatini de “La grande guerra” ci avevano fatto provare. Basti ricordare che le truppe italo-tedesche, al comando del generale Erwin Rommel, proprio il 25 dicembre 1941 si attestano intorno alla cittadina di Agedabia e fermano le avanzanti truppe di Auchinleck. Gli italiani, insieme ai loro alleati tedeschi, già il 27 dicembre sorprendono ad Atellat-Saunu la 22ª brigata corazzata britannica ancora in movimento, la aggirano, ne distruggono ben 136 carri costringendola a volgere in fuga verso oriente. Il 5 gennaio successivo, dopo che erano finalmente sbarcati a Tripoli i rinforzi, costituiti da carri armati, munizioni, combustibili, autoblindo e rifornimenti (costati alla Marina Italiana enormi sacrifici e duri combattimenti) le truppe italo-tedesche  partono al contrattacco su due direttrici di marcia, distruggono la 1ª divisione corazzata britannica che inizia una precipitosa ritirata, lasciando sul terreno almeno 230 carri armati ed enormi quantità di prezioso materiale bellico. L'avanzata dell'armata italo-tedesca fu travolgente: Bengasi fu ripresa dopo un solo giorno di assedio, il 29 gennaio. Un'intera brigata indiana vi fu catturata, con il suo Comando e tutto l'equipaggiamento di automezzi, armi e materiali che furono prontamente riutilizzati dai nostri soldati. Il 6 febbraio tutta la Cirenaica è di nuovo sotto bandiera italiana. Il nemico è in rotta e si arresta solo dietro la linea fortificata Tobruk - Bir Hakeim - Gazala.
Gennaio 1942, il mese della gloria per le armi italiane e tedesche, finalmente dotate di strategia vincente, di un obiettivo possibile da raggiungere, di unità di intenti, di un condottiero carismatico che comanda dalla prima linea, in mezzo ai suoi uomini con cui condivide rischi, pericoli, fatiche e tenda. Se è vero come è vero che le guerre non le fanno i fucili ma gli uomini che li imbracciano, gli italiani dimostrarono di essere quello che in realtà sono: eccellenti soldati se ben condotti. L'avanzata delle truppe dell'Asse fu fermata sulle dune di El Alamein, quando Alessandria era a non più di 100 chilometri. E là fummo sconfitti, in un'epica battaglia che passerà alla storia anche per l'ammirazione che i nostri soldati suscitarono nel nemico e non solo. Lo stesso Rommel  lasciò scritto: “Il soldato tedesco ha stupito il mondo, il bersagliere italiano ha stupito il soldato tedesco”. Per tutti noi, anche per quei soldati di Sanità così mal dipinti nella nostra cinematografia, più che una medaglia al valore. 

Paolo Pagnottella

 


 
 
 
 
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