La boxe, nobile arte, è uno sport in cui i protagonisti danzano intorno al loro avversario, se ne allontanano al momento giusto, lo colpiscono e scappano allo stesso giusto momento. Con eleganza, stile, leggerezza e tecnica. Luigi Minchillo, classe ‘55, di San Paolo Civitate (Foggia), non era niente di tutto questo. Era semplicemente e soprattutto un pugile che sul ring menava. E forte. Picchiatore, combattente, da cuore oltre l’ostacolo. La sua carriera ha attraversato gli anni ‘70 e ‘80, nei quali ha conquistato il titolo italiano ed europeo nella categoria dei superwelter ed ha combattuto due volte, senza successo, per la corona mondiale.
Da professionista 60 incontri con 55 vittorie; senz’altro uno dei migliori prodotti della scuola pugilistica marchigiana. Lauro Mattioli, maestro di pugilato, figura storica della boxe pesarese, lo vide combattere a sedici anni e, intuendone le straordinarie doti agonistiche, gli fece una corte serrata per poterlo annoverare fra le file della Società sportiva Amici del Pugilato, sponsorizzata nel tempo da Moto Benelli, Idm e Berloni. Allora al sud moltissimi giovani promettevano di diventare buoni pugili; mancava chi potesse prendersi cura di loro. Ecco perché furono in tanti, almeno una quindicina di ragazzi pugliesi (ricordate anche Melissano e Lassandro?), a salire fino a Pesaro, dove veniva loro garantita un’ottima organizzazione. La carriera di Minchillo è stata ricca di soddisfazioni, tant’è che, negli anni d’oro, nei superwelter, in Europa non aveva rivali. Gli è mancata soltanto la laurea, l’alloro mondiale. “Ci credevo fortemente. Tanto di cappello ai due grandi campioni che ho affrontato, Thomas Hearns, il cobra, e Mike Mc Callum; ma ho dei rimpianti. A Detroit nell’84, contro Hearns, durante la decima ripresa, quando ero in netto svantaggio, dopo uno scambio intenso e prolungato, il mio rivale alzò il braccio e se ne andò all’angolo. Peccato che mancassero solo sei secondi alla fine del round: suonò il gong e l’arbitro fece proseguire il match, che persi ai punti. Ancora oggi penso ci fossero gli estremi perché fosse decretata la mia vittoria per abbandono dell’avversario. Relativamente alla sfida con Mc Callum, il rammarico è legato al fatto che avevo problemi fisici ed ero intenzionato a chiedere il rinvio della sfida. Mi fecero capire, più o meno delicatamente, che c’erano troppi soldi in ballo e dovetti combattere; ma quella sera (1 dicembre 1988) sul ring di Milano non salì il vero Minchillo. E comunque con i se e con i ma…”. Da professionista Minchillo non è stato mai messo al tappeto, nei dilettanti soltanto la leggenda Ray Sugar Leonard, allora diciassettenne, riuscì in tale impresa. “Quando vai giù non importa chi ti ha colpito, vai giù e basta. A me è capitato una volta: basta e avanza”. Leonard, Hope, Benes, Duran, Hearns, Mc Callum. Il campione pugliese ha affrontato, vincendo e perdendo, pugili straordinari, alcuni di loro hanno scritto la storia della boxe. “Ricordo che dissi a mia madre: ‘Porca miseria, tu e papà non potevate farmi nascere qualche anno prima o dopo?’. Lei, ridendo, mi rispose che… andava bene quella sera!” Terminata l’attività agonistica, Minchillo ha continuato a vivere nella nostra città. Oggi è dipendente della Provincia ma non ha dimenticato il suo vecchio amore: presso la palestra Cef, insegna boxe come difesa personale e segue l’attività di tre giovani pugili. Ha intenzione di riprendere, entro breve tempo, il patentino da allenatore. Questa chiacchierata ci ha permesso di conoscere una persona che rappresenta degnamente lo stereotipo del pugile tutto cuore e coraggio. Un uomo con pochi fronzoli, deciso, che va dritto al punto come un montante ben portato. “Perché ho fatto la boxe? Mi piace menare!”.
Lamberto Bettini
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