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L'ultimo re di Sardegna

Vittorio Emanuele II

Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso di Savoia- Carignano nasce a Torino il 14 marzo 1820. Suo padre è Carlo Alberto, il sovrano piemontese che, per primo in Italia, concesse uno Statuto – detto appunto albertino – che resisterà fino all’avvento della Repubblica nel 1946. Sua madre è Maria Teresa d’Austria-Lorena, figlia del Granduca di Toscana. Poco dopo la nascita, la famiglia è costretta a lasciare Torino in seguito ai moti insurrezionali e trova rifugio proprio a Firenze. Qui, il 16 settembre 1822, la nutrice Teresa Zanotti compie un gesto sbadato e manda a fuoco le mussole che ricoprono la sua culla: la povera donna, cui il fuoco si era appiccato alle vesti, muore pochi giorni dopo all’ospedale in seguito alle gravissime ustioni riportate; il bimbo invece, da lei salvato con un getto d’acqua, riporta solo qualche scottatura. Ma Vittorio Emanuele è talmente diverso dal padre Carlo Alberto  (che era altissimo di statura, smilzo, col viso lungo e pallido) da avvalorare l’ipotesi che non ne fosse figlio, essendo il vero erede bruciato vivo nel rogo della culla e sostituito con il figlio di un macellaio, tale Tanaca. L’incidente è registrato in un rapporto della polizia granducale e Massimo d’Azeglio, nelle sue memorie, avvalora lo scambio.
Il 7 maggio 1824 la famiglia rientra a Torino. Vittorio non ama lo studio, preferendo la scherma, le cavalcate, la caccia (prima alla selvaggina e poi alle donzelle). Il 27 aprile 1831 il re Carlo Felice muore e con lui termina la discendenza diretta dei Savoia. Sale infatti al trono del regno di Sardegna Carlo Alberto, suo lontano cugino, principe di Carignano. Vittorio Emanuele, come principe ereditario, diviene luogotenente colonnello della Brigata Savoia e impara ad amare la vita militare, i cavalli, i viaggi. Non tarda a rivelare il suo grande amore per le donne: alla prima, una semplice cameriera a cui rimarrà per sempre molto legato ricordandola come “fresca e giovane”, altre numerose ne seguiranno, per lo più contadine, inservienti, di basso ceto, che egli giudica “più calde e vive” delle nobili rampolle. I genitori pensano che sia necessario frenare gli istinti dell’erede al trono, poco adatti ad un futuro re e decidono quindi di dargli in moglie Maria Adelaide di Austria-Lorena, bellissima sua cugina. Dalle nozze nascono Ludovica Teresa Maria Clotilde e il primo figlio maschio, Umberto Ranieri Carlo Emanuele. Tuttavia, nonostante la successiva nascita di ben otto figli, Vittorio abbandona molto spesso la sua residenza per lunghi periodi di caccia (come detto, non solo alla selvaggina). Una sera del 1844, a teatro, conosce una avvenente attrice di nobile famiglia veneziana, Laura Bon: i due si innamorano e fra una tournée e l’altra si frequentano assiduamente fino alla comparsa sulla scena e nel cuore di Vittorio di un’altra donna, Rosa Vercellana, la “bella Rosina”. Siamo nel 1847, Rosina ha quattordici anni, è bella, avvenente, è figlia di una contadina e di un tamburino. Si incontrano quando lei accompagna il padre alle cerimonie a palazzo: il 1 dicembre 1848 viene al mondo la loro prima figlia, Maria Vittoria Rosa Francesca Adelaide. Vittorio la sistema in un cascinale ai margini della residenza di Stupinigi. La moglie di Vittorio, Adele, subisce senza ribellarsi: tanto che quando incontra nel parco la piccola Maria Vittoria la abbraccia e piange. Cavour, invece, tenta in tutti i modi prima di coprire le vicende poi di separare il suo re dalla “avventuriera”.
Il 4 marzo 1848 Carlo Alberto promulga lo Statuto: Vittorio Emanuele ne è contrariato e si dichiara avverso al provvedimento. L’Italia ribolle: a Milano la rivolta delle Cinque giornate (18-22 marzo 1848), Daniele Manin a Venezia assume il potere (22 marzo) . E’ così che Carlo Alberto rompe gli indugi ed il 23 marzo dichiara la guerra all’Austria. Il 25 aprile varca il Mincio. Vittorio Emanuele comanda la Divisione di Riserva, avanza spavaldamente e contribuisce con rapide sortite alla protezione del corpo d’esercito principale Partecipa alla battaglia di Pastrengo (30 aprile 1848) e viene ferito da una fucilata a Goito (30 maggio): caduto da cavallo, sanguinante, rimonta in sella e sfila davanti ai suoi soldati, che lo ammirano per il suo coraggio e lo acclamano. Ma il 23 marzo 1849 l’esercito di Carlo Alberto, dilaniato dalle rivalità e privo di coordinazione fra i suoi reparti, è sconfitto rovinosamente a Novara. Il re abdica la sera stessa in favore del figlio primogenito e si allontana quasi di nascosto da Torino (morirà ad Oporto il 28 luglio successivo). Vittorio Emanuele diviene così Re di Sardegna e a Vignale incontra il generale austriaco Radetzky, lo convince della sua amicizia con l’Austria e riesce a mitigarne le pretese. Rivela così pubblicamente la sua avversione verso “ces canailles de democrates” – cui imputa la spinta alla prematura discesa in guerra contro l’Austria – ed assicura che “je me charge de mettre tout cette canaille à la raison” (mi incarico io di ridurre alla ragione questa canaglia). Radetzky sarà clemente: d’altronde era stato suo padrino di battesimo e testimone alle sue nozze. Il nuovo re, neppure trentenne, firma l’armistizio di Novara e si circonda di “uomini nuovi”, fra cui Massimo d’Azeglio che condivide con lui non pochi interessi (compresi i  cavalli e le donne). Mostra subito il suo piglio: quasi inaspettatamente, il 29 marzo 1849 davanti al Parlamento, giura la Costituzione, guadagnandosi così il titolo di “Re Galantuomo”, appellativo frutto di una abilissima campagna di stampa e propaganda messa in opera proprio dal d’Azeglio per conquistare il campo dei moderati e contrastare la crescente fama che Garibaldi andava acquisendo nel campo dei democratici e rivoluzionari repubblicani. Affronta la maggioranza, favorevole alla continuazione della guerra, sciogliendo la Camera. Scende quindi in campo direttamente e, con il proclama di Moncalieri, invita a votare per deputati moderati. Il 10 dicembre le urne gli danno ragione. Comunque il re non è molto attirato dalla politica, entra spesso in conflitto con d’Azeglio e Cavour perché agisce spesso di testa sua, senza chiedere consigli. Aborre l’etichetta di corte: cammina rumorosamente, siede a cavalcioni delle sedie, fuma sigari, predilige pantaloni sformati. Man mano la corte perde molta della sua eleganza. Ritorna alla ribalta Laura Bon, che egli invita addirittura a Palazzo Reale. Rosa se ne accorge e, dopo un furibondo litigio, lascia Vittorio che si consola subito fra le braccia della Bon. Ne nasceranno due figli ma il legame si allenta e Laura lo abbandona. Rosa allora riappare a corte e il 16 marzo 1851 regala al suo re un altro figlio, Emanuele Alberto Francesco Ferdinando.

(continua)
Paolo Pagnottella


 
 
 
 
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