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Un delitto d’onore nel diario del boia


Giovanni Battista Bugatti nasceva nel 1779 a Senigallia ed a soli 18 anni iniziava la lunga carriera di “giustiziere di Sua Santità, impiccando e squartando”. Lui stesso infatti dichiarava: “Il 28 marzo 1797, mazzolai e squartai in Valentano Marco Rossi, che aveva ucciso suo zio e suo cugino per vendicarsi della non equa ripartizione fatta di una comune eredità”. Nel lasso di 67 anni – cioè dal suo primo “lavoro” al 1864, quando fu collocato a riposo da Pio IX con vitalizio mensile di 30 scudi e sostituito da Vincenzo Balducci – aveva eseguito 516 condanne di persone tra suppliziati e giustiziati e dall’attività gli era derivato il funebre appellativo di mastro Titta, ognora sinonimo di boia. Seppure fosse ben retribuito, nei tempi d’intervallo faceva il venditore di ombrelli.
Operò in tutto lo Stato pontificio, ma principalmente a Roma, in campo de’ Fiori e piazza del Popolo, dove per assistere al macabro spettacolo sul patibolo si radunava gran numero di gente e dopo l’esecuzione – secondo una singolare usanza – per ammonire i figli a seguire sempre la strada della rettitudine, i padri assestavano loro un sonoro ceffone. Prima di ogni attuazione di condanna era uso confessarsi e comunicarsi poi, indossato il consueto mantello rosso, “mazzolava, impiccava, squartava, decapitava” con estrema freddezza, distacco e professionalità.
Mastro Titta moriva novantenne, nella sua Senigallia, inviso a tutti, guardato con timore reverenziale e lasciando un elenco di tutto il suo operato nelle "Annotazioni", un libretto dato alle stampe molti anni dopo la presa di Roma e forse neppure autografo, comunque ricco degli avvenimenti motivanti le pene decretate in nome dei papa-re. Vi si narra ad esempio, con lunga e particolareggiata spiegazione, della condanna alla forca di Domenico Treca, un giovane che si guadagnava la vita facendo il merciaio ambulante in mercati e fiere. “Lucrava discretamente e tutti i suoi denari li spendeva intorno alla moglie, che amava svisceratamente, e che ben meritava d’essere amata per l’incomparabile sua bellezza. Si chiamava costei Felicita ed era dotata di un personale molto appariscente: densa di forme ma aggraziata, col petto torreggiante, le anche poderose, ben tornite e candide le braccia e pingui i lacerti. Quando Domenico era fuori, stava in casa con Felicita una vecchia parente. L’aveva voluta ella stessa, per allontanare qualsiasi sospetto da parte del marito, il quale valutava adeguatamente i suoi pregi e, benché la sapesse onesta, ne era naturalmente geloso. Molti fra i più bei giovani avevano tentato di avvicinarsi a Felicita, ma da brava ed onesta moglie ella li aveva sdegnosamente respinti. Se nonché Felicita era pia e devota: frequentava la chiesa; ascoltava messa tutti i giorni, tutte le settimane si confessava e comunicava, ed era il curato stesso che aveva presa la sua direzione spirituale”.
La cosa però insospettiva le pettegole per cui, “notata l’assiduità di lei alla chiesa, si diedero a spiare i suoi passi e la sua casa, giungendo a sapere che il curato la visitava e si intratteneva con lei lungamente. E così, in breve, di bocca in bocca, si diffuse la notizia che Felicita era l’amante del curato. Domenico, come sempre accade, fu l’ultimo ad essere informato delle voci che correvano in paese intorno a sua moglie. Quando gliene giunse contezza provò uno schianto al cuore ma poi meditò la vendetta. Non uno sguardo, non un gesto, non una parola rivelò in lui, né alla moglie, né ad altri, la terribile cognizione della sua rovina morale, cagionatagli dal tradimento. Attese. Attese finché un giorno partì come di consueto colla carrozzella che gli serviva per il trasporto delle sue merci, annunziando che recavasi ad una fiera, la quale doveva durare otto giorni. Ma la notte medesima tornò pedestre, penetrò nella sua casa e si nascose in una stanza vicina alla camera da letto. Vide giungere il curato ed entrarvi: vide tutti gli apprestamenti di una baldoria fatti da sua moglie e dalla parente di lei e non si mosse; udì il tintinnio dei bicchieri cozzanti e i lieti evviva e i propositi fescennini che uscivano dalla bocca del curato mezzo ebbro, e non si mosse; assisté al trasporto dei resti della cena e alla preparazione del nido d’amore e non si mosse. Solo quando ebbe la materiale certezza che il curato si trovava nelle braccia di sua moglie, uscì dal nascondiglio e armato di un lungo pugnale, si avviò nel buio, alla camera nuziale. In quel mentre tornava la parente con un lume: il terrore le tolse la parola. Non poté mandare un grido, ma si gettò attraverso la porta per contenderne l’accesso all’oltraggiato marito. Domenico Treca non disse verbo: gli infisse il pugnale nel cuore fino all’elsa e lo ritrasse fumante di sangue; quindi, con un balzo di pantera fu addosso al prete, che era sceso dal letto, al rumore prodotto dalla caduta della parente, e pur d’un colpo lo spense. Menico! Pietà! Pietà! urlò Felicita levandosi a sedere seminuda sul letto maritale contaminato, protendendogli le bellissime braccia, quasi in atto d’invitarlo ad un amplesso. Ma Treca gli piantò il pugnale nel petto, sfiorandole prima il braccio col quale la disgraziata aveva tentato di farsi schermo”.
Seppur violento il colpo non era stato mortale, “e con quella fittizia energia che dà la disperazione, Felicita tentò la lotta contro l’assassino. Treca però non era più un uomo, era una belva inferocita e continuò a straziare quel corpo bellissimo coprendolo di ferite. Il delirio omicida gli durò finché non cadde estenuato e privo di sensi al suolo. Rinvenuto dopo parecchio tempo, si alzò, si guardò attorno e tutta la tremenda verità gli apparve dinanzi agli occhi. Un senso di ribrezzo l’invase; volle fuggire, inciampò nel cadavere del curato e cadde; si rialzò, mosse alcun frettoloso passo ed inciampò ancora nel cadavere della parente. Si rialzò un’altra volta e barcollante giunse sulla via, sempre col pugnale stretto nella destra”.
Albeggiava e la “luce smorta piovendogli sul volto contraffatto da convulsioni spasmodiche dei muscoli visuali, lo rendeva cadaverico. Il sangue che gli grondava dai vestiti, cosparsi di grossi grumi, compiva il quadro scellerato. Alcune donne che lo videro prime in quello stato fuggirono gridando spaventate e facendosi il segno di croce; alcuni uomini che pur lo scorsero non ebbero il coraggio di accostarsegli e andarono in traccia dei birri, i quali giunsero di corsa e mentre lo ammanettavano e legavano solidamente, gli chiesero: Che avete fatto? Quella fredda domanda parve ridargli la conoscenza dell’esser suo. Mi sono vendicato rispose e non aggiunse verbo. Tratto in carcere dormì parecchie ore d’un sonno affannoso.  Solo quando si svegliò, dopo il riposo, proruppe in dirotto pianto e chiese instantemente di essere subito giustiziato. Ma dovette attendere che le formalità del processo si esaurissero. Non durarono però molto, essendo confesso, e il 4 luglio 1801 lo impiccai a Subiaco, con immenso concorso di gente”.

Leon Lorenzo Loreti


 
 
 
 
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