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Gennaio 2011 / Lettere e Arti
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  *

Una storia vera. Madre e figlio

Ogni giorno faccio una camminata di mezz’ora, in compagnia quasi sempre di me stessa perché così posso cantare, pregare e fare elucubrazioni. Per un tratto è quasi tutta campagna e incontro pochissima gente. Qualche tempo fa incontravo spesso una donna, non più giovanissima, taglio lungo di capelli e biondi un po’ sfibrati da troppe tinture. Sempre vestita con gli stessi colori: bianco, grigio, nero. Aveva un incedere elegante e due occhi azzurri, non tristi ma malinconici, che spiccavano da lontano. Un saluto e qualche battuta sul tempo era tutto il nostro dialogo. Mi mettevo a fantasticare su chi poteva essere quella donna, costruivo un racconto e una volta era una contessa caduta in disgrazia, che ora era costretta a fare la badante, un’altra volta era stata rapita da neonata da una coppia che desiderava un figlio e aveva da poco scoperto la verità.
Un giorno di sole andai al mare a Torrette perché la spiaggia è lunga e sabbiosa e si possono fare lunghe passeggiate. Mentre ero sdraiata al sole passò una signora, alta, con portamento altero, un bel costume bianco e un cappello in testa. I nostri sguardi si incrociarono e riconobbi subito i suoi occhi azzurri: era la donna che incontravo nelle mie passeggiate. Si avvicinò e cominciammo a chiacchierare: si chiamava Anna. Come se ci conoscessimo da tanto tempo, iniziò a raccontarmi la sua vita. Da poco aveva scoperto di avere un cancro e i medici le avevano diagnosticato pochi mesi di vita, ma, nonostante questo, la sua maggior preoccupazione era rivolta a suo figlio Francesco. Egli infatti, soffriva, fin da pochi mesi di vita, di crisi epilettiche, resistenti ad ogni medicina. Aveva crisi quasi ogni giorno, che lo facevano urlare, cadere in terra, sbavare. Per seguirlo Anna aveva lasciato il lavoro. Era lei che aveva combattuto contro medici spesso fanfaroni e incompetenti, era lei che lottava contro le autorità, spesso sorde ai problemi dell’handicap, lei che parlava con le maestre, prima, e i professori poi. Il padre del ragazzo era una brava persona, grande lavoratore, non poteva chiedergli di più. Francesco era un ragazzo dolce ma, nonostante i suoi 32 anni, rimaneva un bambino indifeso. Anna, quando scoprì la propria malattia, il suo cruccio, il suo dolore era comunque rivolto al figlio: perché, nonostante il marito amasse molto Francesco, non aveva la sua stessa dedizione e per il figlio si sarebbe prospettato un futuro in un istituto. Nei momenti bui pregava Dio affinché lo facesse morire insieme a lei, poi però tornava in sé. Iniziò così a cercare un istituto adatto al figlio, ma nessuno era di loro gradimento.
Un giorno sentirono parlare di una comunità di recupero per tossicodipendenti a molti chilometri da casa, non sembrava congeniale alle esigenze di Francesco, ma, nonostante ciò, andarono ugualmente a visitarlo. Appena arrivati, mentre i genitori parlavano con il responsabile, Francesco cominciò a guardarsi attorno, a parlare con alcuni ragazzi, a toccare, a chiedere... Alla fine disse alla madre che era quello il posto dove voleva stare. Il direttore non era propenso ad accoglierlo, perché non sapeva se la struttura fosse idonea ad occuparsi di un ragazzo con tale patologia, ma fu persuaso dalla madre, dopo aver saputo del suo dramma. Tutto si svolse in poco tempo: la partenza, l’inserimento. I primi giorni la madre aspettava con ansia le telefonate del figlio e avrebbe voluto, in ogni momento, andarlo a riprendere: ma non poteva, doveva pensare al bene di Francesco.
Dopo un mese ottennero il permesso di andarlo a trovare. Anna aveva il cuore che le batteva forte, l’ansia la divorava con mille domande e perché. Quando arrivarono, lei e il marito furono accolti subito dal responsabile che, entusiasta, disse che tutto era andato per il meglio, Francesco era stato accolto con benevolenza dai ragazzi e lui riusciva anche ad essere utile: aiutava in cucina, preparava la tavola, si dedicava persino all’orto. Anna raggiunse Francesco: era insieme ai suoi nuovi amici a cantare intorno ad un ragazzo che suonava la chitarra. Il suo cuore le sussurrò che finalmente poteva morire in pace.

Giannina Gregori


 
 
 
 
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