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Per una università migliore

Ho l’impressione che molti dei partecipanti alle proteste contro la riforma Gelmini, non abbiano ben chiaro ciò per cui stanno protestando. Io, studentessa universitaria, penso che l’istruzione sia un dovere per ognuno di noi e non dobbiamo permettere che professori permissivisti e superficiali impediscano miglioramenti che riguardano il nostro futuro. E’ inammissibile che un professore, atteso in aula da molti ragazzi per un esame programmato da tempo, risponda di non poter essere presente per paura di ammalarsi causa neve; oppure alla richiesta di qualcosa in più da studiare, sentirsi dire che non è compito suo dare materiale fuori dal programma. Non si può dare lavoro a persone incapaci solo perché di disoccupati ne abbiamo già abbastanza. Proprio per questo motivo chi ha un lavoro dovrebbe impegnarsi a mantenerlo. Quindi ho voluto approfondire per capire cosa veramente preveda tale riforma e mi trovo a pensarla esattamente come prima. L’obiezione che lo scopo del decreto sia “uccidere la scuola”, “togliere il tempo pieno” o “licenziare i professori” è inesatta. Tutt’al più rivaluta il ruolo dei docenti e incentiva loro e i ragazzi a prendere più sul serio la scuola.
Grazie all’autonomia e alla riforma del 3+2 il numero di corsi e di cattedre totalmente fuori da ogni criterio è stato incrementato. Esistono corsi che sono seguiti da un solo studente, corsi con non più di dieci iscritti, facoltà doppie che esistono solamente per accontentare qualche professore “barone”. Situazione che ha portato a una triplicazione dei costi dell’Università e a cui oggi si cerca di trovare una soluzione con questa riforma, eliminando corsi di laurea e cattedre inutili e dispendiose. L’Italia ha seguito in maniera sbagliata il modello dell'università “porta a porta”, dove ogni piccola provincia ha il suo polo universitario, producendo uno spreco di soldi e una scarsa formazione. Un ulteriore risparmio sarà l’adozione dei libri di testo con cadenza quinquennale, a valere per il successivo quinquennio, in modo che gli studenti non siano costretti a comprare libri nuovi ogni anno.
I fondi alla ricerca non verranno tagliati. Si creerà invece una fondazione statale, chiamata “Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia”, allo scopo di promuovere progetti di ricerca di eccellenza e innovativi, così da premiare quei ricercatori che con il loro lavoro portano un grande contributo alla crescita del Paese. E’ giusto non avere più i ricercatori a vita, per il loro bene e per la ricerca stessa. Se un ricercatore è capace intraprenderà la carriera accademica vera e propria.
Dare la possibilità alle università che vogliono trasformarsi in fondazioni (un’istituzione privata riconosciuta come persona giuridica, che ha a disposizione un patrimonio da destinare a determinati scopi, senza fini di lucro) non vuol dire che le stesse diventino tutte private. La possibilità di trarre degli utili dai finanziamenti alle università non è permessa dalla natura stessa della fondazione e la legge sottolinea che eventuali proventi derivanti dalle attività della fondazione debbano essere utilizzati solo ed esclusivamente per finanziare le attività scelte dall’università. Quindi più soldi per il mantenimento di aule, servizi agli studenti, laboratori, biblioteche, nuovi docenti e molto altro ancora. La trasformazione in fondazioni non varierà la struttura amministrativa e lo Stato non perderà il controllo delle università a favore dei privati.
Che questa riforma non abbia nulla che non vada è ovviamente impossibile; ma, come dice un proverbio antico: non si può dare fuoco alla casa per paura delle cimici dei letti.

Dorina Kapaj


 
 
 
 
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