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Non siamo insensibili al grido di dolore…

Vittorio Emanuele II (come dicevamo nell’introduzione a questo libro) aveva in testa ben altro quella mattina del 10 gennaio 1859, quando cominciò a leggere all’apertura del Parlamento subalpino il testo del discorso della Corona, preparato dall'addetto stampa del primo ministro. Comunque cedette alle insistenze del conte di Cavour, che voleva dare un preciso segnale alle potenze europee circa le reali intenzioni del Regno di Sardegna a proposito della futura unificazione del Paese.
Il re dunque, che abitualmente parlava piemontese in famiglia e parlava francese con i dignitari di corte e i suoi parigrado europei, si schiarì la voce e cominciò a recitare fra i baffi la celebre allocuzione: "Il nostro Paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei consigli d'Europa perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che esso ispira... Nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi”. L'Europa tremò, sia pure con qualche giorno di ritardo, quando arrivarono i rapporti degli ambasciatori presenti all'incontro. Tremò perché, anche attraverso il linguaggio cortese ed ellittico della diplomazia del tempo, quelle misurate parole significavano che la guerra contro l'Austria era ormai vicina. Erano ancora lontani gli anni in cui Kruscev, con grazia assai minore, si sarebbe tolta una scarpa battendola fragorosamente sul banco dell'Assemblea dell'ONU; o gli anni in cui Capi di Stato piccoli e grandi si sarebbero insultati in mondovisione con una ricchezza di epiteti da far impallidire gli interpreti simultanei più navigati.
Vittorio Emanuele II poteva parlare in quel modo perché aveva avuto preventivamente via libera per scatenare la guerra dal collega francese Napoleone III. Anzi, secondo alcuni storici, pare che la celebre frase del grido di dolore sia stata scritta in bozza dallo stesso Napoleone III e che gli scrivani sabaudi si siano solo limitati a tradurla. Ma il "re galantuomo" non sapeva ancora in che guaio si sarebbe cacciato di lì a poco, con l'annessione di tutte quelle regioni affamate che gli avrebbero permesso di chiamarsi Re d’Italia per grazia di Dio e volontà della Nazione. Una piccola aggiunta, quest'ultima, per dare un doveroso riconoscimento ai plebisciti del Mezzogiorno, della Sicilia, delle Marche e dell'Umbria: plebisciti ovviamente truccati, tanto per cominciare bene il processo di unificazione. Per non parlare del papa Pio IX, il terribile marchigiano Giovanni Maria Mastai Ferretti, al quale potè togliere il potere temporale solo con i moschetti dei bersaglieri di Porta Pia, il 20 settembre 1870, con la puntuale scomunica per lui e per tutto il Risorgimento.

Alberto Angelucci
(tratto dal libro: “Frasi Celebri”, Oscar Mondadori 1993)


 
 
 
 
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