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Gennaio 2011 / Storia
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La revisione della Storia

Ultimamente stiamo assistendo a vari revisionismi relativi a fatti storici più o meno documentati: dal Comunismo sovietico, all’Olocausto, al Risorgimento, al Movimento studentesco del ‘68. Chi non ha vissuto questi eventi cruciali, e ne ha sentito parlare in maniera contraddittoria, può rimanere disorientato.
Quando ero scolaro, il Risorgimento veniva presentato dai maestri, dai professori, dai libri e dai monumenti cittadini come un’epopea di eroi vincitori e beatificati, da una parte; di aguzzini e farabutti, oltretutto incapaci e perdenti, dall’altra. Ora il bel film di Martone, Noi credevamo, ci presenta un quadro ben più problematico e in buona parte rovesciato rispetto all’interpretazione studiata a scuola. Il comunismo era indicato da molti, soprattutto intellettuali, come la panacea dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e ora viene criminalizzato dai più come uno dei peggiori obbrobri del secolo scorso, ed equiparato al nazismo.
Resta il fatto che l’uomo deve porsi il problema della storia per conoscersi e che tutta la storia deve essere chiamata in causa per capire il cammino dell’uomo. Cicerone nell'Orator afferma che non sapere che cosa sia accaduto prima della propria nascita equivale a rimanere per sempre bambini. Che cosa è infatti la vita di un individuo, se non la si allaccia con quella delle generazioni precedenti, attraverso la memoria storica? Se non si studia metodicamente la via percorsa dall’umanità, o almeno dalla propria nazione?
Vero è pure che scrittori autorevoli negano che la direzione della storia abbia un chiaro senso: Musil, nel suo grande romanzo, L’uomo senza qualità, vede il cammino dell’umanità come uno sbandamento continuo: “Il cammino della storia non è quello di una palla da biliardo che una volta partita segue una certa traiettoria, ma somiglia al cammino di una nuvola, a quello di chi va bighellonando per le strade, e qui è sviato da un’ombra, là da un gruppo di persone o da uno strano taglio di facciate, e infine un luogo che non conosceva e dove non desiderava andare. L’andamento della storia è un continuo sbandamento”. Riconoscere nella storia un continuo progresso, secondo la prospettiva dello storicismo hegeliano, che è sostanzialmente reazionario, significa proclamare la razionalità del reale, la potenza dei fatti storici come la marcia di Dio sulla terra e la santità del successo. Magris ricorda che Nietzsche considera lo storicismo una consolatoria patina ottimista sovrapposta alla reale irrazionalità e alle reali contraddizioni della vita, una mistificazione della verità operata dall’ideologia al potere. Una storia che rifiuta i “se” e i “ma” (quella che si è scritta sempre prevalentemente finora) è una storia “dal punto di vista del successo” e suppone che il successo riveli anche un diritto, una ragione, ha scritto Gianni Vattimo.
Ma torniamo ai revisionismi. Vediamone un paio tra quelli antichi. I fatti della storia sono scritti in una specie di palinsesto: quando un regime cambia, ci possono essere rivalutazioni o nuove condanne, secondo l'interesse o la simpatia del despota o del potere, qualunque esso sia: Tito Labieno (soprannominato Rabienus per la sua rabbia contro i vincitori) si uccise per non sopravvivere alla sua opera, che Augusto fece bruciare, siccome esaltava la libertas. Anche del senatore Cremuzio Cordo furono bruciati i libri, per ordine di Seiano, il celebre prefetto del pretorio di Tiberio; ed egli, accusato, s’era lasciato morire di fame. Ebbene, Caligola fece tornare alla luce gli scritti di Labieno e di Cremuzio. “E’ nel mio interesse – diceva – che la storia sia conosciuta”. Era un punto di vista utile alla tendenza antitiberiana e alla ricerca della popolarità, con cui Caligola, ai suoi inizi, si presentò come un monarca – a suo modo – costituzionale. La riabilitazione di Tito Labieno e Cremuzio Cordo fa pensare ai vari “revisionismi” recenti. La storia come palinsesto è denunciata quale manipolazione del potere tirannico da Orwell nel romanzo 1984: “la storia era un palinsesto grattato fino a non recare nessuna traccia della scrittura antica e quindi riscritto di nuovo tante volte quante si sarebbe reso necessario”. Il revisionismo del resto ha i suoi estimatori. Oscar Wilde in Il critico come artista scrive: “L’unico dovere che abbiamo verso la storia è di riscriverla”.
Concludo con la raccomandazione di scongiurare, comunque la si pensi, il pericolo incombente che i nostri giovani perdano il senso della storia. La storia è ciò che è stratificato, lo strato di humus sul quale camminiamo; e quanto più profonde sono le radici del nostro essere, tanto più spiritualmente ricca è la nostra vita.

Giovanni Ghiselli


 
 
 
 
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