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Il fico e il ciliegio

Chissà quanti conoscono la distanza che separa la panca che sta sotto il fico della Capitaneria, da quella dall’altra parte della strada, piantata nel giardinetto di fianco al ciliegio. Per chi distrattamente si trova a passare per la via la distanza è poca, una cinquantina di passi appena. Per gli anziani del nostro quartiere, invece, è la distanza di una vita: e anche gli alberi che la rappresentano, rimandano alle varie stagioni della loro esistenza.
Il ciliegio, pianta giovane e robusta che non teme il freddo e sa di primavera. Il fico, storto e gobbo che offre i suoi frutti migliori verso il finire dell’autunno. La sopravvivenza del fico e del ciliegio non è stata facile, come non lo è stata per quegli uomini seduti là sotto, costretti a fare i conti con la cattiveria del’Adriatico e a prendersi in faccia le rasoiate della Bora, vento che lascia segni indelebili nel corpo e nell’anima. Magri, scarni con rughe profonde alla nuca. Sulle guance e sulla pelle le chiazze provocate dai riflessi del sole sul mare. Le mani piene di cicatrici profonde che gli sono venute per trattenere reti troppo pesanti. Segni antichi come erosioni di un deserto senza pesci. Tutto in loro sa di antico tranne gli occhi allegri e indomiti.
Seduti tra il fico e il ciliegio pensano sempre a “la mar”, come lo chiamano gli spagnoli che lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna. Alcuni tra i pescatori più giovani, quelli che usavano palangari e lenze, proprietari di lussuose barche da pesca comprate quando la pesca del tonno rendeva molto, ne parlano come “el mar” al maschile. Ne parlano come di un rivale o di un luogo o perfino di un nemico. Ma i nostri anziani lo pensano sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e faceva cose strane, talvolta malvagie che non si potevano evitare. E’ la luna che lo fa reagire come una donna…
Trascorre così un’esistenza di mare, scandita dal ritmo del “salpa e cala”, ricca di gesti noti solo a chi conosce i segreti, la sintassi, di quell’incomprensibile alfabeto. Vero è che i nostri pescatori, a differenza di altri, hanno avuto un’esistenza dura, quotidianamente in lotta non soltanto contro le tempeste notturne; ma soprattutto, hanno dovuto fare i conti con grossisti ingordi e armatori disonesti. Per la nostra comunità “fare i conti” ha sempre significato la fine dell’illusione, il risveglio da un sogno durato una settimana di lavoro. Dalla notte dei tempi, mai il pescato e la paga hanno coinciso…
Murèa, giuvinòt, marinàr, nustròm, muturìsta e paròn sono i gradi appiccicati a quella divisa immaginaria, che chi va per mare per portare a casa il pane, ha tatuata addosso come una seconda pelle. Questi uomini straordinari, che hanno sognato, accarezzato l’arrivo della pensione come una liberazione, sono stati truffati da un destino infame: la morte sociale. Nell’attesa della campana che li accompagnerà nell’ultima attraversata, aspettano il loro turno seduti su una panca sotto il fico, buona quando tira il maestrale; o sull’altra, quella vicino al ciliegio, al riparo dal vento di scirocco. Come possiamo permettere che uomini che conoscevano il confine del loro agire nell’orizzonte, siano relegati a una sopravvivenza scandita da cinquanta passi? Condannati all’esilio e alla solitudine. Respinti al margine della società, spogliati della loro identità, rincretiniti dalla tivù, derubati da macchinette mangiasoldi, costretti a vivere la loro ultima stagione come ergastolani durante l’ora d’aria. Per loro chiediamo ai governatori della Fano di sopra, un luogo che possa essere trasformato in un centro sociale, dove i nostri anziani possano ritrovarsi assieme per tessere la trama della loro ultima tartana e per sentirsi ancora vivi.

Fabrizio Fabbroni
Fronte del porto


 
 
 
 
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