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La vita dal cielo

Liliana Dionigi: salvata dalla professionalità degli ospedali marchigiani, dopo un terribile incidente stradale.

Un esempio di buona Sanità

“Ci sta arrivando una macchina addosso…!!!”. Questo il grido disperato, un attimo prima dell’investimento laterale, l’esplosione dell’air-bag e il volo sull’asfalto delle Siligate. Succede a Pesaro in una giornata grigia di giovedì 2 dicembre, intorno alle 12.30, con una coppia che sta andando a pranzo da un amico.
All’arrivo dell’ambulanza ci sono due macchine distrutte, due feriti lievi e una donna supina e immobile sulla strada, con un capannello di gente intorno. La liberano subito degli indumenti, tagliando gli stivali e i vestiti: ma le sue condizioni appaiono così gravi da sconsigliare il trasporto all’ospedale locale. Oltre alla testa insanguinata e alle fratture (ne verranno poi diagnosticate tredici), presenta una imponente emorragia interna e difficoltà di respirazione provocata dalle lesioni ai polmoni. Arriva dal cielo dopo dieci minuti l’eliambulanza dell’ospedale regionale di Torrette di Ancona e poco dopo la donna è già sul tavolo operatorio per l’intervento di embolizzazione delle arterie e la fissazione dei chiodi nel bacino, fratturato in quattro punti. Poi la sala di rianimazione illuminata a giorno, l’intubazione con un cannello nella trachea per consentirle di respirare, il drenaggio dei polmoni, le flebo e poi il sondino nasogastrico per nutrirla. Resta così, immobile sotto la luce bianchissima, per diciotto giorni. Mentre tutto intorno si muove giorno e notte un alveare di infermieri che accorrono presso dieci letti, in un continuo sibilo di allarmi acustici inviati dalle macchine.

Il pianeta dei muti viventi
L’involontaria protagonista di questa storia è Liliana (Lilli) Dionigi: pesarese doc, anche se da tempo residente a Bologna, dove ha appena concluso una lunga carriera come insegnante di Lettere. Il padre Renzo è stato per decenni un apprezzato insegnante di educazione fisica; il fratello Roberto (scomparso prematuramente nel 1998) era un filosofo di notorietà internazionale, un maestro dell’Università di Bologna.
La incontro all’ospedale Santa Croce di Fano, dove è stata trasferita per un nuovo periodo di degenza, dopo la dimissione da Torrette. Resterà ancora immobilizzata un altro mese, per completare la calcificazione di tutte le fratture. Poi seguirà una lunga fase di riabilitazione per imparare di nuovo e camminare e a muoversi autonomamente. Per fortuna non è stata lesionata la spina dorsale, quindi potrà tornare (faticosamente) a una vita normale. Dell’incidente ricorda tutto, nitidamente: la sensazione iniziale di vivere un brutto sogno, che però non svaniva; poi a occhi chiusi, ma sempre cosciente, i commenti in lontananza dei soccorritori, le manipolazioni del suo corpo, le pale dell’elicottero. Ma sentiva anche fluire la sua energia vitale. Capiva che ce l’avrebbe fatta, nonostante tutto.
A Torrette era il paziente numero 9, nel “pianeta dei muti viventi”: come definisce ora la sala di rianimazione. L’intubazione, la luce, il dolore delle ferite. Non si dorme mai, si aspetta, si pensa: una serie infinita di secondi che passano uno ad uno, per diciotto giorni. Però fra le api operose di quell’alveare frenetico c’è anche Fanny, un’infermiera meridionale di ventisette anni, piccola, robusta, con una voce rassicurante, un viso solare e gli occhi neri che sorridono. Lilli ricomincia a vivere aspettando il turno di Fanny.

Oltre il destino
Tornerà a ballare in primavera. In altri tempi, dopo vicende analoghe (ma senza lieto fine) si sarebbe detto “non c’è niente da fare”, “è il destino”, “era la sua ora”. Oggi il Paradiso può attendere. L’organizzazione, l’efficienza e la buona sanità possono intrecciare diversamente i misteriosi fili dell’esistenza. Perché forse “niente è scritto”: come dice Lawrence d’Arabia (con gli occhi azzurri di Peter O’ Toole) dopo aver riportato al campo a dorso di cammello – esausto e disidratato – un beduino disperso nel deserto.

A.A.


 
 
 
 
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