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Speciale Leopardi

Giugno 1998

Il 29 giugno 1798 nasceva a Recanati Giacomo Leopardi, primo dei cinque figli di Monaldo e di Adelaide Antici. Bambino prodigio, come tutti i geni, a undici anni era già in grado di tradurre le Odi di Orazio; a quattordici anni scrisse due tragedie: 'La virtù indiana e Pompeo in Egitto' e una 'Storia dell'astronomia'. In seguito, sette anni di "studio matto e disperatissimo" (come egli stesso scrisse) gli minarono la gracile complessione ma misero le basi per farlo diventare rapidamente uno dei più importanti letterati d'Europa. Risale al 1825 la pubblicazione, col titolo di 'Idilli', di alcune famosissime poesie, quali 'L'infinito', 'La sera del dì di festa', 'Alla Luna', 'La Vita solitaria'. Intorno a quegli anni scrisse anche un'altra delle sue opere fondamentali: 'Le Operette morali'. Morì a Napoli a trentanove anni, nel giugno 1837, in seguito a una pleurite.

In occasione del bicentenario della nascita, Lo Specchio della città lo ricorda in questa pagina con alcuni contributi legati alla cultura locale: un articolo di Alessandro Casavola che rievoca la sua storia d'amore con la cugina pesarese Gertrude Cassi; la traduzione in dialetto dell'Infinito a cura di Gilberto Lisotti; un originale omaggio, sempre di dialetto pesarese, di Marcello Martinelli; un testo di Gabriele Cerboni sulle opere di divulgazione scientifica del Poeta.

Gli amori di Leopardi

"Ma ditemi: perché, non venite a Pesaro per qualche mese? Vi è aperta la casa mia, quella de' Cassi, quella de' Lazzari, avete i Mamiani vostri cugini. Avete una città intera piena di gente che vi estima e vi onora più che non credete". Così il Perticari concludeva una lettera al Leopardi, nell'aprile del 1821, per rincuorarlo nell'attesa di un impiego introvabile a Roma, per spezzare la sua solitudine in Recanati. Ma Giacomo non si muoverà, non chiederà ospitalità alla bella cugina Gertrude Cassi andata in sposa al conte Lazzari, di cui pure si era innamorato tempo prima.

Ecco la storia. L'aveva incontrata in casa, ospite per pochi giorni perché aveva dovuto accompagnare una figlioletta in collegio, a Recanati. Lui un diciannovenne impacciato, lei una ventiseienne che fermava l'attenzione. Un tipo, si direbbe oggi. A lievitare l'attenzione l'età critica di Giacomo: da qualche tempo anche un sorriso rivoltogli per caso da una donna gli sembrava lusinghiero, per lui evento stranissimo... La presenza per più giorni, e non l'apparizione, di una donna parente e non estranea lo caricarono. "Sempre gli occhi sopra" dirà ricordando questo incontro in un suo diario. Durante una partita a scacchi l'innamoramento con sorrisi, frasi solo a lui rivolte e non anche ai fratelli, celie... Che sollievo le celie! Che non impegnano la mente e l'allietano "L'altra cosa che mi fa infelice - aveva detto Giacomo al suo caro amico Giordani - è il pensiero quando ha in balia una persona". Dunque gli era piaciuta "di forme e di maniere fatte per il mio cuore". Cioè "alta e membruta quanto nessuna donna che io abbia veduta mai, di volto però tutt'altro che grossolano, lineamenti tra il forte e il delicato, bel colore, occhi nerissimi, capelli castagni, maniere benigne". Quanto alle maniere benigne e "senza torcimenti" cioè senza gratuiti gesti seduttivi, il Leopardi osservava curiosamente essere tipiche delle signore di Romagna e pesaresi, non delle marchigiane in generale. Nasceva un archetipo erotico-sentimentale? Sembra di sì, perché in quel diario annotava di aver capito il perché del disinteresse dimostrato in passato per le facce languide e verginali, i capelli chiari o biondi, la statura bassa, le maniere smorte. La statura grande, lui che era piuttosto basso per un difetto di crescita, freudianamente potrebbe significare l'abbraccio protettore, non trovato in casa, o l'abbraccio avvolgente, che preme ed è gradito a chi attende l'iniziativa delle donne.

Restò fedele a questo archetipo? mah! Sappiamo che Teresa Malvezzi, la intellettuale signora bolognese che nel 1825, a ventisette anni, doveva nuovamente accenderlo, fosse bionda ma di maniere non smorte all'occasione, come malignava il Monti. Così l'altra signora, la fiorentina Fannj Targioni Tozzetti che accostò Giacomo solo come tramite, perché desiderava una relazione con il Ranieri, l'amico del poeta. In Carlo Augusto Levi una curiosa notizia: Giacomo simpatizzò per qualche tempo con una pensionata accanto al suo quartierino, a Bologna. Una signora separata che si preparava per il bel canto "una persona che a lui e ad altri parve bella" disse un giorno maliziosamente Giacomo. Nerina, cantata ne "Le Ricordanze" forse era scura di capelli, la Natura nel famoso dialogo con un Islandese aveva un enorme seno. La pastorella con cui scambiò parole quotidianamente durante le passeggiate fuori dal reclusorio della villa del Ranieri sulle falde del Vesuvio, non sappiamo come fosse fisicamente: ma si chiamava Silvia! La suggestione di un suo antico nome, le maniere semplici, un sorriso umile dovettero piacergli, forse spingerlo ad un pallido sorriso sul finire della vita...

 Alessandro Casavola

Il fascino della scienza

Ogni volta che si leggono le opere scientifiche del giovane Leopardi, ci si meraviglia delle sue acute osservazioni riguardo ai vari fenomeni della fisica, della chimica, della astronomia e "Sugli errori popolari degli antichi", tanto più che egli scrisse questi componimenti dall'età di 13 anni all'età di 15 anni, pressappoco l'età scolastica che oggigiorno va dalla terza media al biennio delle superiori.

Giacomo poteva attingere, nella grandissima biblioteca paterna, a diversi manuali scientifici tra cui la Physica di F. Jacquier, un testo che andava per la maggiore in quei tempi; lo lesse tutto d'un fiato e si appassionò con l'entusiasmo tipico della gioventù, così che ne fece delle "Dissertazioni" sulle varie branche della fisica. Nel leggerle notiamo l'atteggiamento tipico del ricercatore illuminista che non si ferma all'evidenza del fenomeno, ma ne vuole interpretare le segrete cose. Alcune dissertazioni, quali l'attrazione dei corpi, la gravità, l'urto dei corpi, risentono della mancanza di solide basi matematiche, sono più sintetiche; altre invece, ad esempio quella sullo spazio, permettono al Leopardi una più libera e personale interpretazione, con implicazioni anche nel campo della chimica, che in quei primi anni del secolo faceva i suoi primi passi. Si trovano esposti esperimenti sulla combustione della candela, spiegando l'azione dell'ossigeno; oppure sulla dissoluzione del sale nell'acqua, o sulla dilatazione dell'aria per mezzo del calore. Per quanto concerne le dissertazioni sulla idrodinamica e sui fluidi elastici (gas), si trova un errore sulla percentuale di ossigeno nell'aria: che secondo Leopardi è di 1/4 del volume totale, mentre in seguito si scoprì con un facile esperimento che la percentuale dell'ossigeno corrisponde ad 1/5; ed ancora nella dissertazione sopra la luce e sopra l'elettricismo, alcuni errori di interpretazione dei vari fenomeni risentono del periodo in cui erano stati scritti i manuali su cui il giovane Giacomo aveva studiato.

A soli 15 anni scrisse una "Storia dell'astronomia", lavoro monumentale in cinque capitoli, dalle origini fino ai primi anni dell'800, con una descrizione della cometa del 1811: opera che non fu divulgata abbastanza ed è raramente citata dalle antologie. La competenza e la solita precisione nell'esposizione, le problematiche legate nel corso dei secoli alle conoscenze astronomiche, il puntiglioso riferimento agli astronomi dell'antichità, all'uso degli apparecchi astronomici, fanno di quest'opera un testo di consultazione ancora di attualità. Alcuni critici sottolineano che la Storia è un puro esercizio di erudizione, un lavoro compilativo ricavato da opere come la Biblioteca Graeca e quella di Fabbricius. E' strano che una mole così imponente di lavoro sia sfuggita a molti commentatori. La stessa bibliografia fornita da Leopardi alla fine dell'opera comprende più di 230 testi e più di 2.000 citazioni: la maturità stessa con cui espone gli argomenti più difficili dimostrano forse che non è un'opera tanto minore.

In un'altra opera giovanile, "Sopra gli errori popolari degli antichi", scritta all'età di 17 anni, il Leopardi contesta varie superstizioni: gli Dei, gli oracoli, la magia, i sogni, lo sternuto, i terrori notturni, il sole, l'astrologia, il tuono, il vento, i terremoti ecc., e scrive: "L'ignoranza delle cose è una fonte grandissima di errori...". Sostiene l'assurdità della magia e della superstizione, le quali fioriscono nell'ignoranza delle conoscenze scientifiche. Poi l'autore finisce quest'opera con un inno alla religione cattolica che potrebbe cambiare le superstizioni.

In età più matura il Leopardi sembra rinnegare gli scritti giovanili: "La scienza è nemica delle idee, perché determinando i confini delle cose ci priva dei piaceri dell'infinito, contrariamente all'ignoranza e alla fanciullezza". A questo proposito il De Sanctis mette brillantemente in evidenza la dinamicità infinita del pensiero leopardiano: "Leopardi non crede al progresso e te lo fa desiderare, non crede alla libertà e te la fa amare".

Gabriele Gerboni

L'Infinito

Traduzione di Gilberto Lisotti

Sempre tel còr a l'ho st'angol de mont
e 'l verd d'sta frata che, girand intorne,
l'an me fa veda do cunféna el mond.
Mo stand a seda maché, d'là de cle frond
tant silenzi de stell senza mèi fén
me vèn in ment, e tant desert de ciel
e tanta pèc, che guesi m'trema el cor
da la paura. E com 'na bèva d'vènt
la vèn a fè un suspir dentra stle fòj,
me chel sprofond de silenzi sa st'suffi
a paragon. E m'vèn in ment l'eterne
e 'l mond di mort, e st'mond ch'l'è ancora viv
e che'l fa chiass. Acsé, dentra ste scrull
d'infinità, me a m'perd e a me sprofond.
Mo a gòd da matt a sprofondè t'un st'mèr.

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.


A t'dmand scusa, Giacumen

Ogg ch'è forsi un po' tropp tardi
a capisc chi è sted Leopardi.
A m'arcord che for dla scola
a cerchemmi el mòd de tola
sta scuceda d'stè a sentì
un cristien ch'fèva durmì
sa i su cenn d'leteratura
e a maréna l'eria pura
gemmi tutti a respirè
decidend donca d'sgarè.
An te diggh cò ch'avémm pers,
nun leggend quell ch'tè ti vers
più famos dla poesia
l'Infinito, Jacme mia,
scritt par tutti t'à lascèd
sun cla fratta ch't'à truved
sora un mont malé vicén,
e che senpre la nascond
tutt el mèl che c'è tun st'mond.
A t'dmand scusa, Giacumén,
se soltant adess da vecchj
a capisc el sens d'parecchj
de sti vers ch'tè t'à conpost
de continue, senza sost,
acsé péni d'poesia:
an è stèd, cred, colpa mia
mo dla scola e dj insegnant
par sè bravi dal su cant
prò incapéc de fé scattè
tanta vòja d'aprezzè
tutt el bell dovunqv el sia.
I ragazz, creggh ch'i dovria
piantè d'nott na scép dintorne
parchè i possa quand s'fa giorne
tutt ste mond imaginè
cun i l' vria e nun cum l'è.

Ti prego, scusami, Giacomino

Oggi che è forse un po' troppo tardi
comprendo finalmente chi fu Leopardi.
Ricordo che fuori della scuola
cercavamo il modo di eliminarla
questa seccatura di dover ascoltare
un individuo che ci faceva addirittura
dormire con i suoi cenni di storia della
letteratura e andavamo tutti al mare
a respirare l'aria pura
marinando così la scuola.
Non ti dico che cosa ci siamo persi
non leggendo ciò che tu nei versi
più famosi della poesia
l'Infinito
, caro Giacomo,
hai voluto lasciarci a tutti
su quella siepe che hai ritrovato
su di un colle lì vicino
e che sempre nasconde
tutti i mali del mondo.
Scusami, Giacomino,
se solo adesso che son vecchio
comprendo il significato di molti
di questi versi che tu hai composto
continuamente
così pieni di poesia:
non è stata, credimi, tutta colpa mia,
ma, soprattutto, della scuola e degli insegnanti
che, se pur bravi come professionisti,
non sono stati però capaci di far scattare
quella voglia di apprezzare
tutto il bello dovunque sia.
Credo che i ragazzi dovrebbero
piantare di notte intorno a sé una siepe
per poter non appena si fa giorno
immaginare tutto questo mondo
come vorrebbero che fosse, e non com'è.

Marcello Martinelli

 


 
 
 
 
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