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  *

Ogni cosa al suo posto

In casa non c'era nessuno. Era uno di quei comuni giorni lavorativi in cui la vita scorre come l'acqua di un tortuoso ruscello. Un pomeriggio di metà settembre quando la luce del sole entra di soppiatto nelle case e nelle cose con l'intensità e le tonalità dell'ambra. Silvio uscì da quella luce, s'immerse nella penombra delle stanze e si guardò attorno per osservare quegli ambienti e quegli oggetti visti e vissuti da così tanto tempo che non si avvertivano più nella loro effettiva essenza. L'appartamento era al piano terra di una vecchia casetta del centro storico. Era abbastanza grande, con un'ampia cucina in cui si affrontavano quasi tutte le vicende che sempre accadono nella vita di una famiglia. C'erano poi tre camere da letto ed il salotto di rappresentanza con un grande tavolo centrale di noce, una bella credenza a vetri con delicate volute liberty, un monumentale divano di pelle ed una enorme e comoda poltrona a fiori. Silvio ci si accomodò, ricordò che era stata goduta per tanto, tanto tempo anche da suo padre e da suo nonno e sentì che apparteneva ancora a loro. Ci si immerse completamente, si rilassò e si mise a fissare il lungo mobile basso di fronte a lui dentro al quale, pur senza aprirlo, poteva benissimo vedere pile di piatti, bicchieri, servizi di posate, tovaglie e tovaglioli sempre usati per le occasioni importanti. Era una specie di cassaforte delle porcellane.

Ma il piccolo gioiello della casa, almeno per lui, era il giardinetto recintato al quale si accedeva per la porta a vetri della cucina. Per avere un'idea delle sue dimensioni basta dire che non ci poteva davvero installare una piscina. Era delimitato su tre lati da un'altra siepe di edera che regalava in ogni stagione una completa riservatezza, inoltre, ogni angolo del giardinetto era permeato da una propria atmosfera e rivelava un suo preciso scopo. Al centro si apriva un praticello sempre esposto alla luce del sole o alle intemperie, con un tavolinetto usato per merende e cene estive ed era il punto d'incontro per le riunioni all'aperto. Nel lato destro era stato invece piantato un ciliegio che aveva ben attecchito, era cresciuto, e ogni primavera donava frutti in abbondanza. Vicino ad esso, ma in modo che non ne ricevesse eccessiva ombra, era stata composta una piccola aiuola piena zeppa di tutti i tipi di fiori poiché ogni componente della casa ne piantava uno diverso ogni volta che ne aveva l'occasione; il tutto andava così a produrre un'orgia di colori i cui accostamenti non provocavano però il minimo senso di fastidio: questo era l'angolo allegro. Nel lato sinistro scorreva una fila di alti arbusti di alloro che formava, con la siepe d'edera, un piccolo e ombroso sentiero e all'ombra dell'alloro stavano raccolte varie specie di piante aromatiche ed erbe odorose: il luogo della solitudine e della riflessione. In fondo al giardinetto, sotto la siepe di recinzione si trovava una vecchia panchina, un tavolaccio, un cespuglio di rose ed un piccolo noce alto appena un metro ma del quale ognuno monitorava ogni giorno la crescita: questo veniva considerato il posto ideale per i lavoretti all'aperto.

Mentre Silvio così rifletteva avvertì un oggetto estraneo che stava puntando con insistenza il suo fondo schiena, si alzò di scatto, tolse il grosso cuscino della poltrona e tra esso e lo schienale spuntò la piccola forchetta del servizio d'argento che da anni, con dispiacere e nostalgia di tutta la famiglia, era stata definitivamente data per persa. La guardò e la riguardò con un sorriso di soddisfazione e la posò in bella vista sul grande tavolo centrale. - Questo significa che è ora di mettersi al lavoro - si disse. Trasse un profondo respiro e si avviò verso la sua camera dove Anna, sua moglie, aveva lasciato il letto ancora da rifare poiché era uscita in fretta per delle compere e poi passare da suo fratello con cui, nonostante l'età, si potevano ancora fare piacevoli e salutari conversazioni. Rifece il letto matrimoniale con la cura e la precisione di un soldato che deve preparare la propria branda prima dell'ispezione del caporale, con il lenzuolo talmente teso che deve far rimbalzare una monetina gettatavi sopra. E i vestiti di sua moglie? Appesi o appoggiati, riempivano la camera in ogni sua parte e gli tornarono in mente i panni che si stendevano alle finestre quando passava la processione. - Tutto a posto, oggi, tutto in ordine - e riordinò ogni cosa sia pure con grande difficoltà perché non era mai riuscito a ripiegare gli abiti, soprattutto maglie e camicie: ogni volta doveva prenderne una a modello, la apriva pian pianino per scrutare il punto esatto in cui c'era la piega e la richiudeva subito, poi faceva la stessa cosa con le maniche e così via finché non riusciva a copiare la piegatura quasi perfettamente; quasi, perché le sue mantenevano sempre una forma impercettibilmente sbilenca che era come la sua firma. Lasciò la camera da letto lievemente avvolto dal profumo di sua moglie e da quello di lavanda che scaturiva dalla biancheria nel comò.

Quel pomeriggio di settembre era sereno e alquanto ventilato e ad ogni intrusione di vento più forte delle altre le porte e le finestre sbattevano violentemente ad intervalli quasi regolari. - Tutto aperto... tutto spalancato come sempre - borbottò entrando nella camera di Veronica, sua figlia maggiore: una cascata di capelli neri che, malvagi, il più delle volte nascondevano al mondo i begli occhi scuri, il naso nobile ed una bocca la cui perfezione metteva in imbarazzo. Veronica era grafico nell'azienda del suo fidanzato e lavorava molto, lo capiva, ma ciò non la esimeva dal tenere la sua camera in quello stato in cui ogni cosa era gettata esattamente nel luogo opposto al quale doveva stare; non era un vero e proprio disordine, era semplicemente un ordine capovolto. Silvio fu però ben presto vinto da un certo senso di rispetto da quel geniale bailamme che era la rappresentazione tridimensionale del carattere di Veronica, e sorrise. Venne però attratto dall'antennina del televisore che sua figlia teneva su di uno sgabello ai piedi del letto: era spezzata a metà e se ne stava ad angolo retto dando, forse, l'unico senso di tristezza a quella camera. Tolse il piccolo segmento che si era rotto, riunì il restante inserendogli un fermo e fece tornare l'antenna come nuova, solo leggermente più corta; accese il televisore e notò che ogni canale si vedeva perfettamente. - Bene -.

Il corridoio, sempre completamente in ombra, era il percorso più intimo della casa nonostante non sembrasse perché il sentimento che ognuno provava per esso era personalissimo, quasi inconscio. Era il neutro passaggio che ogni membro della piccola comunità poteva percorrere anche ad occhi chiusi per accedere ai propri mondi che erano le loro stanze. Nella casa, con luoghi pubblici e luoghi privati, il corridoio era il limbo ma era anche l'aura che raccordava il tutto. Percorrendolo, Silvio inciampò forse per la miliardesima volta in una mattonella leggermente dissestata da anni e non ce la fece più: trovò velocemente tutto il materiale necessario e con del collante a presa rapida la rese, in cinque minuti, una roccia così salda da poter sfidare i secoli.

E giunse nella cameretta della piccola Valentina che in quel momento stava studiando a casa di una sua amica. Valentina. Una bambolina dai capelli castani perennemente arruffati ma con due occhi di una dolcezza disarmante. L'opposto di Veronica: tranquilla, meticolosa, obbediente ed ordinata. Così era anche la sua cameretta. - Ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa. - Cosa dire? Cosa fare? Lanciare un bacio ed uscirne in punta di piedi. L'unico intervento di Silvio nella cameretta di Valentina fu il far stillare una goccia d'olio nei cardini della porta che cigolavano leggermente. Fece allora un salto in bagno e si accorse che il rubinetto della vasca stava perdendo. Prese subito la sua cassetta degli attrezzi, chiuse il rubinetto d'arresto principale, fece defluire l'acqua residua, svitò quindi il tutto e sostituì la vecchia ed usurata guarnizione con una delle tante che teneva di riserva. - Ecco fatto, ora non gocciola più. Che tormento sentire l'assillante plin plin delle gocce che cadono! -. Entrò quindi in cucina dove si lasciò pervadere dai suoi mille odori. Si fece un caffè ristretto come piaceva a lui e si sedette a gustarlo, come sempre, al tavolo, nel posto dal quale poteva intravedere la siepe e l'aiuola del piccolo giardino contiguo. Il piccolo giardino. Respirò il raggio di luce che filtrava in cucina andando a lambire parte del tavolo e ad illuminare l'acquaio, si alzò e, seguendo la luce, uscì.

Per Silvio, uscire in giardino era come entrare in un altro mondo sia pure familiare. Si poteva perdere dietro l'unico albero o abbandonarsi sdraiandosi tra la siepe e il punto in cui aveva piantato ogni tipo di erbe aromatiche, dal timo, alla maggiorana, dal rosmarino alla menta all'erba cipollina. Egli s'inebriava di quegli odori intensi che gli entravano nell'anima finché quel paradiso non veniva violentemente e gioiosamente goduto dalle sue figlie, soprattutto da piccole, quando piombavano in quel sogno e sopra di lui facendolo sobbalzare dallo spavento e dall'amore infinito per le sue due creature. - Quante piantine da cimare! Quanta erba da sfoltire! Ed è tutto già un po' secco, nonostante sia settembre. E via! Ché se non ci fossi io...! - Cimò, sfoltì e innaffiò facendo rinvigorire il piccolo fazzoletto di terra, di fiori e di piante, poi si sdraiò tra la siepe e le piantine ora ancor più odorose e si assopì. Quanto tempo era passato? Per quanto tempo Silvio si era assopito? Nessuno può dirlo.

- Cosa posso fare adesso? Prima del loro ritorno? Prima di andar via senza poterle purtroppo incontrare? Sono entrato in tutte le stanze della casa e credo di essere intervenuto per tutto quello che occorreva. Ma quanto mi piacerebbe entrare e intervenire nelle loro menti e nei loro cuori e risolvere quel problema, e lenire quel dolore, e sistemare quella piccola ferita! Chissà se quel poco che ho fatto potrà essere di qualche aiuto, per qualche mistero che nemmeno io conosco? ti amo, Anna, vi amo, Valentina e Veronica. Che possa bastare questo? -. Quanto tempo era passato? Per quanto tempo Silvio si era assopito? Nessuno può dirlo. Rientrò e girò con infinita tenerezza per le stanze sfiorando gli oggetti più cari a lui e a sua moglie. ripercorse tutta la casa attento a non aver tralasciato niente di quei piccoli interventi domestici che ti fanno sentire vivo e partecipe. Tornò in cucina e s'accorse che il raggio di sole che entrava dal giardino si era spostato e stava illuminando un pensile, un calendario, per poi scendere, lungo una scopa fino a terra. - E' ora che me ne vada. Pazienza -.

* * *

Per l'ora di cena in casa c'erano tutti. C'era Anna, Veronica e Valentina e si parlavano delle cose del giorno o della settimana e mangiarono finché ognuna si diresse verso il proprio mondo dal quale, però, tutte tornarono dopo pochi minuti convergendo e ritrovandosi in cucina. si guardarono, riferirono e scoprirono di aver trovato ogni angolo della casa in condizioni tali proprio come quando il loro babbo era ancora vivo, lì tra loro. Uscirono tutte nel giardinetto e lo sentirono, o era forse il timo, cimato e annaffiato di fresco?

Paolo Cappelloni


 
 
 
 
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