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Giugno 1998 / Lettere e Arti
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  *

Destino o attese

Arrivai nella scuola elementare di Senna Comasco, in provincia di Como, nei primi giorni del mese di settembre. Prima di conoscere le colleghe, con cui avrei lavorato nel corso di quell'anno, mi imbattei nella signora Barbara, che di lì a poco sarebbe divenuta semplicemente Barbara. Era una bidella della scuola, una delle figure a cui mi appoggiai per imparare a conoscere i comaschi, proverbialmente introversi, e per non sentire la nostalgia della mia Fano. Barbara, come tutte le migliori "bidelle-detective", era in grado di elargire qualsiasi tipo di informazione sull'ambiente in cui avrei dovuto lavorare: "Penso che ricoprirai il posto vacante del modulo verticale I e V!" - mi disse. "Per ciò che riguarda la classe I, non ti devi preoccupare, perché sono solo tredici bambini, delle migliori famiglie della zona; per la V, invece..." - per un momento lasciò la frase in sospeso facendomi immaginare il peggio - "... dovrai lottare con bambini terribili".

Ero al primo anno d'insegnamento. Quella mattina avevo disceso la strada che dalla fermata dell'autobus mi conduceva alla scuola di Senna Comasco. A piedi, sola con il peso di una borsa in cui sono abituata a portare tutto un mio mondo, mi sentivo la "maestrina dalla penna rossa" del libro Cuore e cercavo di sorridere a tutti i passanti che immaginavo potessero essere genitori, nonni, zii e cos'altro dei miei futuri alunni. A rincuorarmi avevo il Monte Rosa, lontano ma pure così vicino con la sua solida massa rocciosa svettante verso quel cielo, terso, nonostante i tanti comignoli industriali del territorio. Dopo alcuni giorni di programmazione, in cui conobbi le mie giovani, competenti e ospitali colleghe, cominciò l'anno scolastico. Giunse il momento di entrare nella famigerata classe V e già presentivo il disagio di sentirmi di fronte ai bambini più adulti e smaliziati del corso elementare. Le mie colleghe me ne avevano già indicati alcuni, incontrati per strada: erano 'terribilmente' alti, come i più degni discendenti dei Longobardi!

Prima di passare il varco della porta di classe, una voce, proveniente da dietro, mi disse: "Sei di Fano, vero?". "Sì" - risposi ed aggiunsi: "Conosci Fano?". "Ci abitano i miei zii" - concluse. La voce che mi aveva parlato apparteneva ad un alto alunno della classe V. In quel momento sentii che, ancora una volta, il cielo mi aveva inviato un angelo. Cosa ci faceva un bambino di origine fanese in una, per me anonima, vallata del comasco brianzolo, lì nella scuola di Senna e tanto più nella fantomatica V elementare?

Giulio, così si chiamava il bambino, mi salutò garbatamente e si avviò verso il suo banco. Finalmente entrai e, in virtù di quell'incontro inaspettato, che mi fece capire di essere attesa, mi sentii tranquilla nel presentarmi, citando la mia provenienza senza temere possibili interventi di piccoli Bossi, del tipo: "Tu sei del sud, perché sei venuta a lavorare a Como?". In realtà non avrei potuto immaginare un approccio migliore al mondo dell'insegnamento, in cui la sintonia tra docenti e discenti è fondamentale: imparai a conoscere e ad amare Como nello stesso modo in cui i ragazzi impararono a desiderare di conoscere la Fano da me tanto spesso evocata. Con quei terribili alunni della V, che non smentirono le attese, vista l'irrequietezza e la problematicità caratteriale di molti, il confronto e la dialettica divennero un cardine dell'insegnamento e un'opportunità per la formazione reciproca.

Alla fine dell'anno scolastico, decidemmo di realizzare uno spettacolo in cui eseguire alcuni dei brani musicali studiati. Alcuni genitori si stupirono che i loro figli cantassero e suonassero, con passione, L'Inno alla gioia di Beethoven, il Piave ed anche l'Inno di Mameli. Eppure eravamo in piena Padania! A distanza di alcuni anni da allora, quando ancora quel rapporto umano assurge a punto di riferimento nella mia vita di insegnante, mi chiedo: "Ero io che dovevo incontrare quei ragazzi o erano loro ad aspettarmi?".

Elisa Roscini


 
 
 
 
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