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Pasqualon derubato dai romagnoli


Ogni pesarese sa bene che il bellissimo "Dialogo fra il Vino e l'Acqua" è il capolavoro di Odoardo Giansanti, il popolare poeta Pasqualon, al quale proprio ora, a cento anni dalla composizione di quell'opera in dialetto pesarese, si mobilita la città per erigere un monumento. E' un dialogo arioso dal respiro insolitamente lirico che si conclude con un invito alla pace tra le classi sociali e che si inserisce nel solco di una tradizione popolare prevalentemente orale che ha le sue remote origini nella giulleria medioevale. E' un'opera poetica cioè, lontanissima dai socialmente impegnati contrasti tra contadino e padrone del romagnolo Giustiniano Villa, il Tirteo dei contadini riminesi a cui tuttavia il nostro Giansanti deve la sua vernacolare metrica zirudellesca.

Pubblicato per la prima volta nel "Diario del San Benedetto", rivista dello stesso Ospedale psichiatrico in cui il poeta era allora ricoverato, il brioso dialogo giansantiano venne poi ristampato e venduto in fogli volanti. Nel 1905 lo stesso autore lo declamava trionfalmente in pubblico, a Macerata, in una serata memorabile alla presenza di eminenti studiosi del dialetto e del folclore, nonché di tutti i maggiori poeti dialettali delle Marche. Nel 1936 Giovanni Crocioni lo includeva nella sua antologia "La Poesia Dialettale Marchigiana", edita a Fabriano. Di tanti studiosi che fino ad oggi si sono occupati della produzione poetica del nostro geniale Pasqualon, nessuno ha mai sollevato dubbi sulla paternità giansantiana di quel gioiello del dialetto pesarese.

Eppure, eminenti critici della poesia dialettale romagnola l'hanno incredibilmente incluso tra le zirudèle del loro Giustiniano Villa. Esso compare, infatti, in ben due diverse edizioni delle poesie del Villa: in quella curata da Gianni Quondamatteo, edita a Bologna nel 1971 dalle Arti Grafiche Reggiani col titolo "Poesie dialettali"; e in quella curata da Antonio Piromalli e Maria Grazia Bravetti per le Edizioni del Girasole di Ravenna ed apparsa otto anni dopo con il titolo "Zirudèli. Poesie in dialetto romagnolo". Nella sua premessa a quest'ultima raccolta antologica la Bravetti, ignara del dialogo giansantiano in vernacolo pesarese, si duole per l'impossibilità di fissare in un tempo certo la composizione del testo romagnolo del "Dialogo tra il Vino e l'Acqua", attribuito acriticamente al Villa, per la presunta mancanza di qualsiasi riferimento storico.

In realtà una precisa indicazione storica si può facilmente trarre proprio dal distico conclusivo del testo romagnolo ed è quanto basta per stabilire che il presunto dialogo villiano è di almeno un ventennio posteriore al testo giansantiano, letto da Giovanni Gabucci (curatore dell'Opera Omnia di Giansanti) nel giugno del 1899. Basta porre attenzione al prezzo del foglio volante che l'anonimo testo romagnolo indica nel suo invito al pubblico della piazza perché ne acquisti una copia. Sono due versi che nel dialogo giansantiano non figurano e che la Bravetti correttamente traduce: "Se vi piace declamarla / per quattro soldi è molto bella".

Se uv pies ad declamela
per quatre sold l'è molta bela.

Ora, nessuna delle poesie del Villa che datano dal 1874 al 1919, indica un prezzo tanto alto. Il "Contrasto" tra l'agricoltore Fortunato Barbone e il suo padron Ruggero, che reca in calce la firma del Villa e la data 1899, si conclude con la richiesta di un soldo:

… e sa voll una poesia
dem un sold e fasì prest
che sarà per al bon fest.

("… e se volete una poesia/datemi un soldo e fate presto: che sarà per le buone feste").

Anche nel dialogo tra l'agricoltore Sigismondo e il suo padrone Ferrante, dell'anno 1910, il poeta chiede un soldo solo:

e sa volì ‘na poesia
dem un sold, ca ne quatrein,
ca andarò bev un quintein.

Ogni foglio volante, un soldo: il prezzo di un quintino di vino. E ancora lo stesso costo ha il foglio de "Il risultato del suffragio universale (o meglio) del voto allargato", dell'anno 1914:

Ma a ho fnì la poesia
e se la vostra cortesia
la sarà d'dem un suldein
e sarà bon d'bev un quintein.

E soltanto nel 1919, anno della morte del Villa, l'inflazione dell'immediato dopoguerra si ripercuote anche sul prezzo delle zirudèle vendute al mercato:

Sam de un sold d'sta canzonetta
am tocca bev ma la capletta
se pu a la vend a du bulein
andarò a bev un quintein.

E' appunto così che si conclude la poesia su "La vittoria dell'Intesa, l'armistizio e la fine della guerra". Il poeta sembra quasi scusarsene: un soldo solo non gli consente più di andare all'osteria a bersi il solito quintino di vino: bisogna che venda la sua canzone a due soldi la copia.

La conclusione è ovvia: "Il Dialogo tra il Vino e l'Acqua", che costa il doppio, è stato composto molto tempo dopo la morte di Giustiniano Villa: quel testo in dialetto romagnolo non è una sua creazione originale, bensì soltanto una piuttosto tarda traduzione letterale di uno sconosciuto verseggiatore riminese, modesto seguace e imitatore del Villa, forse; conoscitore e grande ammiratore del pesarese Pasqualon, certamente.

Gilberto Lisotti


 
 
 
 
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