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La fabbrica dell'acqua

Una visita all'impianto di potabilizzazione di San Francesco di Saltara

Se chiedete a un bambino (soprattutto se pesarese) dove sorge l'acqua da bere, probabilmente vi risponderà: "al supermercato". E' infatti su quegli scaffali che vede in mostra un poderoso schieramento di bottiglie di acque minerali di ogni tipo, da portare faticosamente a casa con la spesa settimanale. Pesaro detiene il record nazionale (forse il record mondiale) di consumo di acqua minerale per abitante: una scelta imposta dalla necessità quando l'acqua proveniente dai pozzi della città era addirittura salmastra, a causa delle infiltrazioni marine nelle falde freatiche, e al massimo poteva servire, con cautela, per fare la doccia; una scelta rimasta poi nelle abitudini collettive, per pigrizia o per disinformazione, dopo la realizzazione del nuovo acquedotto e dell'impianto di potabilizzazione. Oggi l'acqua di Pesaro (fornita anche ad altri 16 comuni della provincia) arriva nei nostri rubinetti con caratteristiche chimiche paragonabili a quelle dell'acqua minerale in bottiglia: con la differenza che non sgorga così naturalmente dalla fonte (a differenza delle acque minerali naturali) e che costa al consumatore solo due lire al litro.

250 litri a testa

Il tutore dell'acqua di Pesaro e dintorni ci viene incontro col sorriso a trentadue denti di Nicola Gliàschera, responsabile dell'impianto di potabilizzazione dell'Aspes a San Francesco di Saltara, vicino a Calcinelli. E' lui ad accogliere i visitatori arrivati con i pullman messi a disposizione dall'azienda, un sabato di maggio, nel quadro dell'iniziativa "Impianti aperti": patrocinata dal Ministero dell'Ambiente allo scopo di avvicinare i cittadini alle imprese che forniscono servizi di pubblica utilità nel loro territorio. L'iniziativa ha coinvolto oltre 200 aziende italiane in 1000 Comuni, fra cui anche l'Aspes (unica azienda aderente della provincia di Pesaro), che ha invitato i cittadini a vedere con i loro occhi "quello che di solito non si vede": cioè il lavoro e la tecnologia che stanno dietro ai piccoli gesti di ogni giorno, come aprire un rubinetto o gettare il sacchetto dei rifiuti. Gli impianti aperti al pubblico erano appunto quelli del potabilizzatore e della discarica dei rifiuti di Ca' Asprete, nei pressi di Tavullia.

L'azienda pesarese non è nuova a questo tipo di iniziative, visto che ogni anno migliaia di studenti delle scuole medie, accompagnati dai loro insegnanti, partecipano a visite guidate presso i suoi impianti. Ma questa volta si tratta di una cosa in grande, perché i visitatori sono adulti, informati e molto esigenti, che finalmente vogliono vederci chiaro in quello che bevono...

Il responsabile dell'impianto è un atletico nonno di 55 anni portati con allegria, originario della Basilicata; molti anni fa è arrivato da queste parti come tecnico della ditta che ha installato le apparecchiature, e ha deciso di prender casa a Fano. Dirige una squadra di dieci uomini in tuta arancione che a turni, 24 ore su 24, per tutti i 365 giorni dell'anno (comprese le notti di Natale e Capodanno, la domenica di Pasqua, il primo maggio e la festa del patrono) controllano tutte le fasi di funzionamento dell'impianto e ispezionano i macchinari, le vasche e le attrezzature. Si occupano persino, come giardinieri, dei prati verdi che circondano le vasche, per rendere l'ambiente più accogliente.

Il potabilizzatore sorge proprio accanto all'imponente chiesa tardo-gotica di San Francesco in Rovereto, recentemente restaurata insieme al convento adiacente che ospita le suore dell'Ordine: figura anche nella copertina dell'elenco telefonico di Pesaro. L'impianto produce acqua potabile (e forse anche benedetta, vista l'ubicazione) al ritmo di oltre 2.000 metri cubi all'ora, equivalenti a due milioni di litri: quindi a quasi 50 milioni di litri al giorno. Diviso per i duecentomila abitanti del territorio servito, fa 250 litri al giorno per ogni persona, neonati compresi.

Il grande frullatore

Vediamo come si produce tutta quest'acqua: perché l'acqua non è più un dono della natura, come una volta, ma viene "prodotta" nel vero senso del termine, partendo dalla materia prima e arrivando al consumatore finale. La materia prima è la corrente del fiume Metauro, il più grande del territorio: sgorga fra gli Appennini all'Alpe della Luna dai due rami sorgivi Meta e Auro, che danno il nome all'intero corso del fiume, lungo 110 chilometri fino alla foce dell'Adriatico a Sud di Fano. L'acqua sorgiva viene convogliata verso un invaso a Ponte degli Alberi che ospita una centrale elettrica dell'Enel. Di qui parte una conduttura di sette chilometri che (prima per caduta naturale, poi tramite pompe elettriche) la porta a valle fino all'impianto di San Francesco.

Al suo arrivo, quest'acqua piuttosto torbida e limacciosa viene raccolta in una serie di vasi giganteschi dove inizia il sofisticato processo della potabilizzazione. Nella prima fase subisce un trattamento di clorazione con il biossido di cloro, un gas prodotto in appositi reattori, che serve a ridurre la presenza batterica naturale. Quindi viene fatta defluire in quattro vasconi circolari di decantazione, dove ne viene eliminata la torbidità per mezzo di speciali filtri che impiegano il policloruro di alluminio e che trattengono i residui terrosi. Per eliminare i virus e i batteri copiosamente presenti, viene poi impiegato l'ozono: un altro gas con forte potere battericida, prodotto dalla stessa centrale facendo passare una corrente elettrica attraverso due elettrodi a diverso potenziale.

A questo punto l'acqua è quasi pronta per la "consegna", ma ha bisogno di qualche ritocco. Il maquillage finale è eseguito dai filtri a sabbia che trattengono le particelle residue sospese nel liquido; e dai filtri a carbone attivo che assorbono gli inquinanti organici e le tracce di antiparassitari eventualmente ancora presenti. Non resta che convogliarla in una vasca di accumulo della capacità di cinque milioni di litri; e da qui, dopo un'ultima spruzzata di biossido di cloro, per far fuori anche i pochi microbi scampati al precedente massacro e quelli che potrebbe trovare durante il percorso, prende la strada verso i serbatoi di deposito di San Gaetano (nelle immediate vicinanze di Pesaro), che rifornisce la rete idrica del capoluogo e dei Comuni di Montelabbate, Colbordolo, Tavullia, Gradara, Monteciccardo, Sant'Angelo in Lizzola, Mombaroccio. Durante il viaggio per arrivare a San Gaetano, aveva già alimentato anche i Comuni di Fano, Saltara, Cartoceto, Montemaggiore e quelli del Consorzio del basso Metauro.

E' ragionevole pensare che, dopo tutti i passaggi attraverso un "mega-frullatore" di questo genere (il solo costo di gestione dell'impianto è di oltre due miliardi all'anno), l'acqua arrivi nei nostri rubinetti pura come un angelo. Ne fanno fede i controlli sanitari eseguiti dalla USL, e dallo stesso laboratorio chimico interno dell'Aspes, che certificano quotidianamente la qualità del prodotto. Una semplice occhiata alla tabella comparativa pubblicata in questa pagina permette infatti di constatare che tutti i valori dell'acqua erogata sono allineati ai "valori guida" di riferimento; e ben lontani dalle concentrazioni massime ammissibili degli elementi presi in esame.

Quasi quasi quest'anno salto il tradizionale appuntamento di Fiuggi...

Franco Luciferi


 
 
 
 
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