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Dall'Argentina con amore

Silvana Temellini De Castagno, una pesarese che vive da 49 anni in Argentina, ha pubblicato sullo Specchio di marzo '98 ("I ricordi sono palloncini rossi e blu") una struggente testimonianza di amore per Pesaro e per l'Italia.

La signora è tornata recentemente a Pesaro ed è venuta a trovarci in redazione, insieme a suo marito Dante. Ci associamo agli auguri di tutti gli amici per le sue splendide nozze d'oro, pubblicando questo nuovo contributo.

C'era una volta a Pesaro, nel mese di maggio dell'anno 1949, una ragazza che stava seduta sugli scogli del moletto, mentre le onde si rompevano attorno come un ventaglio di merletti, formando un arco iridato con le mille gocce nell'aria. L'acqua salata che bagnava il suolo si confondeva con le lacrime che le cadevano dagli occhi, rossi per tanto piangere. Era una ragazza di 23 anni che, per l'ultima volta, diceva addio a quello che era stata la sua vita, la sua famiglia, la sua città, le sue colline, un mondo che l'aveva vista nascere e crescere. Come un naufrago perduto in un isola solitaria, tirava una bottiglia nel mare con dentro una lettera che raccontava chi era e con tutti i suoi sogni, racchiusi in quelle pagine. La guerra aveva lasciato rovine, famiglie divise, dove nessuno sapeva niente degli altri, dove tutto doveva ricominciare: la gioventù era solamente un vestito fatto a pezzi e rammendato come si era potuto.

Seduta sugli scogli bagnati, fra gli spruzzi e i granchi che giocavano a nascondersi, io vedevo il faro del porto che si perdeva nella bruma, mentre il collegio di Villa Marina era unicamente un immenso edificio solitario, senza gli alunni vestiti da marinaretti che studiavano con noi nelle diverse scuole medie. Dall'altra parte la presenza del caro Kursaal, quasi uno scheletro, mentre solo la mia immaginazione ascoltava la musica di una orchestra e centinaia di luci si specchiavano nel mare. Addio San Bartolo, addio Ardizio, quali verdi sentinelle, rifugi sicuri delle rondini dopo il lungo viaggio attraverso tanto mare; mentre nelle spiagge deserte gruppi di gabbiani, come bimbi in un gioco, correvano scappando dalle onde per non essere bagnati. Da lontano si sentiva il suono delle campane: di quale campanile? Il Duomo, i Servi di Maria o Sant'Agostino?

Sai cara Pesaro tutto questo l'ho tenuto in me per cinquant'anni assieme a molti altri ricordi. Un giorno di agosto ti ho lasciata emigrando in questa terra, l'Argentina. Mi ero sposata per procura, cosa che tutti consideravano una pazzia, una ricerca di avventura; mentre per me era il desiderio di costruire quel domani che tutti sognavano. Non è stato facile. Però, cara Pesaro, benché la bottiglia non sia mai arrivata, posso scrivere oggi che una figlia tua, sposata con un torinese per lei sconosciuto, è arrivata alla meta, con tutti i ricordi intatti di quella città dove è nato Rossini e dove il suo babbo era barbiere nella strada che ricorda il musicista. Non è stato certamente tutto un letto di rose, perché abbiamo sofferto molto, però abbiamo formato una famiglia con quattro figli nostri e una figlia adottiva. Quindici nipoti che vanno dai 4 ai 22 anni che sono oggi la nostra ricompensa per tanta lotta e la felicità di due nonni anziani.

Siamo ritornati per la prima volta nella nostra terra nel 1965, dove per quindici giorni a Torino ed altri quindici a Pesaro, abbiamo respirato l'aria della Patria. Abbiamo conosciuto così la bella Italia del dopoguerra e ci siamo sentiti turisti orgogliosi per come tutto era tanto cambiato. La seconda volta, nel 1987, potevo camminare per le tue strade, cara Pesaro, per i tuoi viottoli, riconoscere pezzettini di quella che era stata la mia giovinezza. Però benché Dante mi desse il braccio, e fratello e nipoti mi facessero sentire a casa, la guerra, dopo quasi 40 anni, mi aveva incontrata qui in Argentina lasciandomi il suo ricordo: la cecità. Sono cieca, però tutto il mio cuore, la mia mente tiene come disegni d'oro in una conchiglia il nostro azzurro mare Adriatico e la foto della mia Pesaro di una volta.

Il 15 maggio di quest'anno con Dante, fedele compagno, abbiamo compiuto le nostre nozze d'oro. Pesaro, ti offro con orgoglio e come ringraziamento di pesarese all'estero, la Croce di Cavaliere che il Governo italiano mi ha conferito nel 1990 per la creazione di A.R.C.A. , l'associazione dedicata a proteggere i miei fratelli ciechi riojani; la statua del Don Chisciotte dorato che un'autorità spagnola mi ha conferito per la mia attività nella rete di solidarietà mondiale come radio amatrice; e la statua che il municipio di La Rioja, dove vivo, mi ha dato assieme ad altre nove donne riojane in riconoscimento della mia attività locale.

Con la fronte alta due emigranti dopo cinquant'anni, hanno portato ben alto il nome dell'Italia e delle due città: Torino (benché mio marito Dante dica che è la "città delle belle donne", lui ha sposato una pesarese) e Pesaro una città piena d'incanto, nonostante il detto: "E' meglio avere un morto in casa che un marchigiano alla porta". Con tutta la nostalgia che mai abbandona un emigrante, tutti e due alziamo le coppe per dirti da tanto lontano: "Cin Cin Pesaro" e molti baci a tutti voi.

Silvana Temellini De Castagno


 
 
 
 
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