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Personaggi allo Specchio:
Guido Padalino


UN PREFETTO DEGLI ANNI DI PIOMBO

Il valore di uno Stato, sul lungo termine, è il valore degli individui che lo compongono.

(John Stuart Mill, filosofo ed economista inglese, 1806-1873)

Nel giugno del 1944, in piena Repubblica Sociale Italiana, il giovane funzionario del ministero dell'Interno si trovò la canna di un mitra sullo stomaco dopo aver rifiutato (con successo) di consegnare cinquemila litri di benzina depositati presso il suo ufficio da un sottosegretario dell'epoca e destinati ai gerarchi che si rifugiavano al nord poco prima dell'arrivo degli americani: uno dei tanti episodi della nostra tormentata storia nazionale. Con questa vicenda poco allegra comincia praticamente la sua pericolosa carriera di funzionario di prefettura, che noi siamo abituati a immaginare nella quiete dei saloni ovattati dei Palazzi del Governo, con i parquet tirati a lucido e odorosi di cera. Per la verità la carriera ufficiale era cominciata qualche anno prima, dopo la laurea in Scienze Politiche all'Istituto Cesare Alfieri di Firenze, con l'assegnazione alla prefettura di Ascoli Piceno; ma già all'indomani del 25 luglio 1943 era stato trasferito a Roma al ministero, alla direzione dei servizi antincendi, una specie di "Protezione civile" dell'epoca. Attraverso una serie di incarichi successivi come commissario prefettizio e poi prefetto nelle zone calde del Paese, ha concluso dopo oltre 40 anni di servizio il suo rapporto con l'Amministrazione, rientrando a Fano per esercitare ancora per tredici anni la professione di avvocato di diritto amministrativo: senza bisogno di abilitazioni, come è concesso ai magistrati e ai prefetti. Oggi, nel piccolo ufficio del San Michele, svolge a tempo pieno le funzioni di "Difensore civico": designato all'unanimità dal Consiglio comunale di Fano, con una sola astensione, quando sarebbe bastata una maggioranza di due terzi. Chissà che non si siano pentiti di questa scelta, visto che rappresenta una spina nel fianco per gli assessori e i dirigenti del Comune, tenuti costantemente sotto il tiro del suo inflessibile controllo. Episodi di insofferenza del "Palazzo" per il suo operato emergono anche dalla sua recente relazione annuale, in cui viene sottolineato (fra i 206 quesiti a lui sottoposti dai cittadini, compresi i problemi familiari o di condominio che non sono di sua competenza) un caso di illegittimità in materia di concorsi interni del personale del Comune, felicemente risolto con l'adeguamento della Giunta alla posizione da lui sostenuta.

Un personaggio scomodo con una vita scomoda, spesa interamente al servizio dello Stato. Ma stringe un po' il cuore che la sua relazione annuale, con una sfumatura di ironica amarezza, si concluda con la frase: "Nemo propheta in patria".

Cavalli e manette. Guido Padalino, nello splendore dei suoi 84 anni, mi riceve nel grande appartamento su due piani, col giardino interno incastonato nelle mura romane. E' l'appartamento di famiglia dove è vissuto da ragazzo con i fratelli, la madre fanese (figlia di Gioacchino Rieti, uomo politico e fondatore del Partito Repubblicano nelle Marche insieme a Moscioni Negri) e il padre che parlava il dialetto locale con le inflessioni pugliesi della sua origine: Giovanni Padalino, medico e filantropo chiamato "el dutòr di purett", al quale sono dedicate una strada e una scuola della città, oltre che un busto in bronzo al Famedio. E' una casa troppo silenziosa, dopo la scomparsa di sua moglie Anna, una ragazza romana conosciuta in vacanza sulla spiaggia di Fano ("perché mogli e zanzare si prendono al mare") e diventata sua compagna di vita per sessant'anni. Ricorda con parole di struggente dolcezza la sua "First Lady" negli anni duri e importanti della sua carriera. Ma è sempre una commozione contenuta, perché i prefetti non piangono in pubblico, nemmeno a ottant'anni: le lacrime scorrono dentro.

Fra i quadri d'autore e i mobili di antiquariato, la casa conserva i ricordi di tre generazioni e delle affannate vicende della sua vita: il bellissimo ritratto di sua moglie, opera del pittore bolognese Gino Mazzocchi; le foto di un figlio scomparso prematuramente, degli altri due figli, dei nipoti; gli omaggi delle varie sedi prefettizie, come le Grolle di legno della Val d'Aosta, il Nettuno d'oro di Bologna, il Giglio d'argento di Firenze, l'insegna di Cavaliere di Gran Croce (massima onorificenza della Repubblica italiana). Parla volentieri il dottor Padalino, col vigore della voce e dei pensieri, allineando nomi, dati e circostanze di anni lontani con stupefacente sicurezza e precisione e anche con qualche bella risata: rievoca gli anni del Liceo Nolfi, la rinuncia a una possibile carriera universitaria a Firenze per cominciare subito a fare concorsi, lavorare e sposarsi (quella cattedra di "Storia contemporanea" sarà poi occupata dal suo amico Giovanni Spadolini); la seconda laurea in Legge a Roma quando era già in carriera; gli incarichi delicati via via ricoperti dopo la guerra a fianco dei vari ministri dell'Interno e della Pubblica istruzione. Alla fine degli anni '40 gli viene affidato il compito di ricostituire la polizia stradale (il suo modello organizzativo verrà poi adottato anche in Spagna) e percorre in jeep tutte le strade d'Italia, diventando sul campo uno dei maggiori esperti di circolazione: non a caso è chiamato a far parte della commissione che redige il nuovo Codice della strada approvato nel 1959. Così sappiamo chi ringraziare quando ci arriva una multa salata.

Negli anni '60 è responsabile di tutte le polizie speciali (stradale, ferroviaria, di frontiera e postale), a fianco di Angelo Vicari che considera uno dei migliori capi della Polizia da lui incontrati. Successivamente assume la direzione dei servizi logistici del Corpo: fra l'altro va in Polonia a comprare cavalli (non so se si possono chiamare "cavalli poliziotto") e fa adottare dalle forze dell'ordine un nuovo tipo di manette più leggere e funzionali, dopo una ricerca fra i più qualificati produttori stranieri di questo tipo di aggeggi.

Gli anni caldi. Nel maggio del 1966, appena nominato prefetto, gli arriva addosso la prima "grana". Il presidente della Giunta della Val d'Aosta (e capo dell'Union Valdotaine) si ribella allo Stato centrale sbarrando i cancelli della Regione e impedendo la convocazione del Consiglio regionale. Accompagnato dalle preoccupate raccomandazioni del primo ministro Moro e del ministro dell'Interno Taviani, il nostro eroe arriva da solo ad Aosta come commissario governativo, rifiutando la scorta della polizia, e fa riprendere dopo diciotto giorni il funzionamento di tutti gli organi costituzionali.

Il ruolo di "cacciatore di grane" deve piacergli, perché poco dopo va a ricoprire per tre anni lo stesso incarico di commissario al Comune di Siena e poi al Comune di Firenze, che non riesce ad esprimere una maggioranza, negli anni della ricostruzione dopo l'alluvione. Dal suo ufficio di Palazzo Vecchio intreccia rapporti privilegiati con tutto il mondo, ricercando la collaborazione dell'ex "sindaco santo" Giorgio La Pira che era stato suo professore di Diritto Romano all'Università. Riesce persino a far vincere lo scudetto alla Fiorentina nel 1969 (oggi, curiosamente, Padalino è il nome di un difensore della squadra viola). Successivamente è nominato prefetto di Imperia e infine, nel 1973, prefetto di Bologna: dove resterà per sei anni, ricoprendo anche parallelamente il ruolo di commissario di governo presso la Regione Emilia-Romagna, tanto per occupare il tempo libero.

Sicuramente il periodo più "caldo" della sua vita (a parte l'episodio del mitra sullo stomaco negli anni '40) è quello di Bologna, che inizia con la strage del treno Italicus nel 1974, e le tensioni di uno dei tanti "funerali di Stato", e prosegue con le violenze urbane del movimento degli autonomi che fa da incubatrice per la lotta armata dei terroristi negli anni di piombo. Nel marzo del '77, a seguito dell'uccisione dello studente Lo Russo durante uno scontro con i carabinieri, gli autonomi (guidati dalla famosa Radio Alice) assaltarono un'armeria impadronendosi fra l'altro di molti fucili di precisione. Il prefetto chiese, e ottenne, dall'allora ministro dell'Interno Cossiga di far arrivare a Bologna i carri armati (con grande sollievo della gente, compreso probabilmente il sindaco comunista Zangheri) per riprendere il controllo della situazione. Le armi vennero tutte recuperate nei nascondigli dell'Università occupata.

I Grand commis. A chi gli chiedeva come avesse fatto la Francia a garantire il funzionamento dell'apparato statale anche durante la Rivoluzione, Talleyrand (straordinario politico e diplomatico francese) così rispose: "Hanno conservato i Grand commis", cioè gli alti funzionari dello Stato. In Gran Bretagna gli stessi personaggi vengono definiti più modestamente "Civil servants", servitori civili, ma il concetto non cambia. Costituiscono la spina dorsale di ogni Paese (quando funzionano), assicurando ai cittadini la disponibilità dei servizi essenziali per la comunità, nonostante il variare dei tempi, dei regimi, dei governi.

Pensavo a questo mentre conversavo con Guido Padalino (un nome che nel mio cervello continua a formarsi come "Paladino", forse a causa del suo ruolo), esempio tipico di "grand commis" italiano, che si compiace di essere sempre stato fuori dei giochi della politica, "anche se ne sto pagando lo scotto anche oggi". Un "grand commis" come il governatore della Banca d'Italia; come il segretario generale della Presidenza della Repubblica; come il ragioniere generale dello Stato, per citare le prime cariche che mi vengono in mente; come tanti altri prefetti e alti funzionari ignoti al grande pubblico. Molti di loro hanno costituito esempi di correttezza, di rigore, di senso del dovere d'altri tempi: rappresentanti di una generazione che probabilmente rimpiangeremo.

Voleva scrivere le sue memorie, per lasciare una testimonianza di sessant'anni di storia vissuti in prima fila; ma poi ha rinunciato al progetto perché non ha mai avuto il tempo di tenere un diario e temeva di cadere in qualche inesattezza, per lui imperdonabile. Però oggi quest'uomo, con un inaspettato sussulto di orgoglio, può dire così, con semplicità: "Nella mia vita ho lavorato tanto; ma forse ho contribuito a fare qualche piccolo tassello della storia d'Italia".

Alberto Angelucci

 

 

 

 

 

 

 


 
 
 
 
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