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I maestri della ceramica fanese


Il caso di Fano e della sua storia dell'arte ceramica indica più di una trascuratezza al riguardo: da decenni molte maioliche restano nelle casse dei depositi museali e i reperti che emergono dal tessuto urbano subiscono la dispersione. Questo nonostante gli studi degli storici come Claudio Giardini, Giuliana Gardelli e in particolare Giuseppe Castellani con la sua monografia "Sull'arte della ceramica a Fano" del 1931. Studi ripresi nel 1935 da Giuseppe M. Albarelli col titolo "Maestri boccalari pesaresi a Fano nel XV secolo". Ripropone la ricerca l'operato di maestranze e individualità già note fin dal secolo XIV. Nel 1373 con Galeotto Malatesti è segnalata l'attività ceramica di Ugolinuccio de' Pelolii e di Rigo di Pietro. Il fratello di quest'ultimo Domenico ha la sua bottega presso la Piazza Maggiore. Antonio Clerici viene da Fermo e dal 1393 al 1398 opera a Fano. Nello stesso anno (1398) un decreto di Pandolfo Malatesti esenta dalle tasse chi voleva iniziare nella città l'attività di vasaio. Ulteriori atti protezionistici verso quest'arte continueranno nel 1400. Il 16 dicembre del 1439 il "Consiglio dei 24" della città di Fano esprime parere favorevole alla richiesta di esercitare in loco un "laboratorio artis vasarie" fatta eccezione per alcune tipologie di maioliche. Di rilevante interesse è che nello stesso decreto è fatto obbligo di fare: "laborierum dalmaschinum et in formam dalmaschini" Il prodotto equivale alla damaschina, ad un prodotto ceramico tendente ad imitare la porcellana. Sin dai tempi di Marco Polo il nome "porcellana" richiama il biancore di una conchiglia presente nel Mar Rosso o nel Golfo Persico. E' noto che ai rari reperti di porcellana venivano attribuite proprietà miracolose e quindi erano gelosamente conservati. In Europa gli italiani, alla fine del secolo XV, ne tentarono la realizzazione: a Venezia, M. Antonio, alchimista nel 1470, poi a Faenza, a Ferrara, a Torino, a Firenze, a Pesaro per incitamento di Guidobaldo II della Rovere. L'imitazione della porcellana diffusasi in tutta Europa assume una decorazione floreale in blu e in bianco che attraverso l'inflessione siriaca-persiana riassume i motivi della porcellana cinese delle dinastie Yuan (1271-1367) e soprattutto Ming (1368-1644). Non è cosa di poco conto che anche Fano, similmente ad altri centri, ebbe questa fervente prerogativa.

L'intensità dei traffici tra il Medio Oriente consentiva di importare nelle nostre botteghe il minerale di cobalto e la "pulvis azurii" cioè il colore per la ceramica alla "damaschina". Quest'ultima doveva essere di speciale pregio perché il colore usato, detto anche "lapis azuli" era molto costoso. Il gusto particolare che si manifesta per l'assimilazione di queste forme decorative è indicato dai ceramografi nei termini di "maniera esotica" che, come afferma Giuseppe Liverani, può e deve considerarsi un prodotto dell'ansia di novità alimentata dallo spirito del Rinascimento. Ulteriori documenti ci indurrebbero a riferire dell'attività di numerosi ceramisti per tutto il 1400. Per sintesi d'informazione si ricordano i nomi di alcuni maiolicari fanesi come Antonio di Pascuccio (1437-1446), Bartolomeo di Angelo (1435) e di altri come Matteo di Domenico Mattioli che dimora nella città nel 1470, di Terenzio di Matteo (1477), di Guglielmo Catti che a Forlì si stabilisce a Fano nel 1428. Nel 1500 artisti della ceramica fanesi operano altrove come il frate domenicano Giovanni Battista di Marco che si esprime a Rimini. A Faenza Virgilio o Virgiliotto di Nicolò firma alcune ricercatissime opere.

Da queste ed altre premesse si può desumere che anche Fano si debba collegare con quei centri della nostre provincia come Pesaro, Urbino e Urbania che produssero la ceramica "metaurense". Alla fine del 1400 per il prevalere delle fabbriche pesaresi la produzione fanese di maioliche andò in crisi ma il racconto, per il periodo citato, deve essere ancora ampliato e fruito come memoria emergente e relazionabile nel contesto storico e geopolitico della "civitas".

Giuseppe Papagni


 
 
 
 
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