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Cronache del Terzo Mondo

Aiutiamo l'Etiopia!

Vi prego, anzi vi supplico di inserire nel nostro bel giornale della città un qualche articolo che menzioni la tragedia umana che sta decimando il popolo dell'Etiopia: il quale neppure riuscirà a sopravvivere se le nazioni di qualsiasi razza o bandiera politica non interverranno subito almeno con aiuti economici (visto che un intervento politico immediato e deciso a difendere i diritti umani e sacrosanti di questo popolo sfortunato, non sembra essere di interesse alcuno per le grandi "potenze" del mondo).

Io penso che tante brave persone qui da noi (e parlo della gente comune, molto più sensibile di quanto non si creda a tutte le tragedie umane, anche se bombardata continuamente da sempre nuovi e incalzanti avvenimenti), penso che tutte queste brave e magari non ricche persone, si stiano già chiedendo da tempo cosa fare nel loro piccolo, per aiutare uomini, donne e bambini, così simili a noi. E credo che, senza fare tanto chiasso, molta gente qui stia già facendo da tempo qualcosa per questi "poveri Cristi" pressoché dimenticati dai nostri "mass media". Ma… è sempre troppo poco per una tragedia così grande, perché la "piccola" gente, per quanto brava e generosa, vive per lo più solo di stipendio o di pensione e oramai non ce la fa quasi più ad aiutare tutti quelli che hanno bisogno di aiuto; e sono tanti e sono ogni giorno di più.

E allora, voi dello Specchio, per favore, lanciate un appello urgente anche a quelli che "possono di più". Io so che, oltre a qualche "politico" più sensibile a queste cose, ci sono tra i nostri industriali alcuni oramai famosi anche a livello internazionale, persone molto generose. Durante la mia trascorsa attività di Servizio Sociale alla USL ho avuto l'onore di conoscere alcune di queste persone molto note qui a Pesaro, che mi hanno profondamente colpita e meravigliata per la loro semplicità e nello stesso tempo per intelligenza e grandezza d'animo. Sono sicurissima che, se già non lo fanno, sicuramente aiuteranno anche quei "poveri Cristi" dell'Etiopia.

Clelia Palombi Prozzillo

 

La testimonianza di un ufficiale italiano

Bambini in Africa

L'altra volta ho spiegato quale sia, secondo me, la situazione generale delle popolazioni del Corno d'Africa e non mi sono soffermato sulla situazione particolare dei bambini che vivono lì. Il tornare con la mente a quei giorni mi fa rammentare il Ten. Giulio Ruzzi. Giulio era il nostro responsabile della mensa ed era la persona più vicina alle popolazioni dei villaggi presso i quali il 6° Reggimento Bersaglieri ha operato in Somalia. Lo era per forza di cose: gestendo sempre il cibo, riusciva a far uscire qualcosa per aiutare le "signore del mercatino" a sfamare i loro piccoli.

Noi "operativi" dovevamo aspettare che ci arrivasse qualcosa da distribuire, ma lui non aveva i nostri vincoli, probabilmente più mentali che effettivi. Per questioni di sicurezza non ci era dato di uscire e girare tranquillamente per le vie dei villaggi, ma quando dovevamo andare a riunioni con le ONG (Organizzazioni non Governative) entravamo, armati di tutto punto, nella parte più misera dei villaggi e vedevamo cose che all'inizio erano per noi allucinanti: bambini che vivevano nel degrado più totale e ai quali era inutile fare radiografie per verificare lo stato osseo. Alcuni di questi erano… profughi etiopici! Cioè, vi erano bambini che stavano peggio di quelli che vedevamo tutti i giorni! Era impossibile crederlo, ma alcune foto mostrateci dai membri delle ONG non lasciavano dubbi. Quando arrivavano aiuti umanitari, si sceglievano villaggi sperduti e lì portavamo sacchi di riso, mais, farina e cos'altro ci davano da distribuire. Andavamo in armi per evitare che i più forti si impossessassero dei viveri e li usassero per accrescere il proprio potere e sfamare solo i loro clan. Dovevamo tenerli lontani cercando di non esagerare con la forza, e cercavamo di scoprire chi avesse veramente bisogno. O meglio, chi avesse più bisogno, perché tutti lì avevano bisogno. E vedevamo, in lontananza, i piccoli che aspettavano, speranzosi, che i loro genitori riuscissero a prendere qualcosa.

All'epoca non avevo ancora figli: Filippo, il mio primogenito, è nato due mesi dopo il mio rientro, e non capivo cosa potessero provare quei padri qualora non riuscissero a portare da mangiare ai figli. Ora tremo all'idea che i miei figli possano non avere cibo senza che io possa fare qualcosa. Ma lì, ve lo assicuro, non puoi fare niente: la terra è brulla, praticamente incoltivabile, a meno di avere tanta acqua per irrigare. Ma l'acqua non c'è e non puoi fare niente, se non aspettare che qualcuno faccia qualcosa per te. Io, nel mio piccolo, cercavo di fare ciò che potevo, andando in armi a imporre la distribuzione. Giulio, invece, tirava fuori quello che poteva e nessuno di noi gli diceva niente. Io immaginavo come sarebbe stato il mio bambino guardando le ecografie che mia moglie mi spediva. Giulio rideva e mi diceva che sembravo rincoglionito, con quelle foto in mano; io gli rispondevo che lo avrebbe provato anche lui, visto che voleva sposarsi al suo rientro. Io ho visto mio figlio piangere perché aveva fame e strillare fin che non gli arrivava qualcosa in bocca da mandare giù; e a volte, guardandolo bello cicciottello, mi venivano in mente quegli scheletri viventi che reclamavano anche loro qualcosa da mangiare, qualcosa che non sempre arrivava.

Giulio non si è più sposato e non ha avuto figli: è stato ammazzato il 6 febbraio 1994 mentre andava a ritirare, per l'ultima volta prima del rientro in Italia, i viveri; parte dei quali avrebbe ancora destinato a chi aveva veramente fame. E' stato ucciso per dimostrare agli italiani che non avrebbero dovuto maltrattare un capo tribù che si rifiutava di consegnare loro le armi di cui era in possesso. Armi che gli sarebbero servite per avere ragione dei disperati ai quali avrebbe, probabilmente, strappato il cibo per destinarlo a chi voleva lui. E la morale di ciò che i popoli più civilizzati del Pianeta hanno saputo fare per la Somalia è proprio questa: Giulio, e altri con lui, è morto; i "signori della guerra" continuano a spadroneggiare e i bambini continuano a morire di fame. Le guerre in generale portano fame e i bambini sono quelli che ne risentono di più, subendo danni che si ripercuoteranno nel loro sviluppo e li debiliteranno. Non chiedete a me come si può risolvere in poco tempo il problema: quello che fa riflettere è che se un adulto non fa nulla per impedire la morte di un bambino, viene definito un mostro; se milioni di adulti non fanno niente per evitare la morte di milioni di bambini vengono definiti Paesi industrializzati…. Credo che solo l'UNESCO, se non avesse pastoie politiche, potrebbe risolvere in parte il problema. Ma nel frattempo, aiutiamo chi rischia la vita per portare qualcosa per far sopravvivere quelle popolazioni, sperando che chi ha il potere di farlo, imponga una soluzione a chi non ha nessun interesse a trovarla. Le ONG saranno criticabili per i loro atteggiamenti da "pasdaran", ma fanno molto di più di quello che hanno fatto i vari governi di tutto il mondo. E mi auguro che ci sia ancora qualcuno che ricordi agli altri che esisterà sempre un problema di fame nel Corno d'Africa, se nessuno farà mai niente per risolverlo. Perché l'oblio ucciderebbe più bimbi della fame stessa.

Mario Orlando

A proposito di debito estero

Lo scandalo dei nuovi schiavi

Il debito estero che grava sui Paesi del Sud del mondo ha superato i 2.500 miliardi di dollari. Pochi per un mercato finanziario che ricava ogni anno profitti 30-40 volte maggiori. Infiniti per quei Paesi che, a causa del pagamento del servizio sul debito sono costretti a tagliare le spese sociali, a stravolgere le proprie economie, a cedere alle ricette economiche dei Paesi del Nord. Sappiamo cosa significa, nel nostro Paese, uno stato sociale che lascia scoperti i più deboli. Ma che cosa significa quando questo succede a Nairobi o a Calcutta? Il mondo che predica lotta alla povertà è lo stesso che permette che in Uganda per pagare il debito si spenda 6 volte di più rispetto agli investimenti sanitari. Il Sud ha già pagato il suo debito: più e più volte da cinque secoli di ingiustizie a questa parte. Ma anche questo debito contratto a partire dagli anni ‘70 è già stato ampiamente ripagato alle banche ed ai governi del Nord: per ogni dollaro che il Sud ha ricevuto, tre ne sono tornati all'Occidente. L'Occidente dei valori e dei diritti umani e dei buoni affari come quello del debito: un sistema di usura internazionale con interessi fino al 300%, a suo tempo offerto come aiuto allo sviluppo.

Quello del debito è un meccanismo complesso, sviluppatosi in oltre 20 anni di prestiti e dilazioni, vendite di armi e fughe di capitali, aiuti interessati e corruzione di classi dirigenti. Difficilmente si può immaginare qualcosa di più scandaloso: accumulato per arricchire le banche del Nord ed i governanti corrotti del Sud, ora sono i poveri a dover ripagare questi debiti al prezzo di sacrifici enormi. Se i creditori mantengono i debiti nei propri libri contabili è perché vogliono mantenere i Paesi poveri al guinzaglio: questo rinnovato possesso delle economie dei Paesi poveri da parte dei ricchi creditori occidentali corrisponde ad un nuovo genere di colonialismo e ad uno nuovo tipo di schiavitù.

Le più recenti iniziative promosse dai leaders dei Paesi più industrializzati non sono certo la risposta giusta per un'adeguata risoluzione del problema e pretendono sempre l'imposizione di severe misure di risanamento economico: ovunque si impongono tagli ai salari, alla sanità, all'educazione, alla previdenza sociale con un forte arretramento dello "sviluppo umano" nei Paesi coinvolti. Gli effetti sono disastrosi: negli ultimi anni sono ricomparse malattie come il colera, la malaria ed il tifo; aumenta l'analfabetismo, aumenta la fame, aumenta la repressione per soffocare la ribellione della gente. Allo stato attuale dell'economia i Paesi in via di sviluppo non hanno nessuna reale speranza di potersi sviluppare, soprattutto per quanto riguarda le condizioni di vita della popolazione. Il neo-liberismo e l'apertura incondizionata dei mercati non possono costituire fattori di sviluppo perché il livello delle ricche imprese del Nord è assolutamente sproporzionato rispetto a quello delle economie locali che rimangono sempre in condizioni di sudditanza. Anche la dirigenza di Banca Mondiale, sulla linea di un'autocritica avviata ormai da qualche anno, sta sollevando dubbi sulla formula "più capitali e più mercato" ed auspica per il futuro un approccio più globale nell'affrontare i problemi dello sviluppo e della miseria. Per questo la campagna chiede con impegno non solo l'azzeramento del debito, ma anche e soprattutto l'adozione di meccanismi di scambio internazionale più equi e non gestiti unicamente dai più forti che hanno come unico obiettivo i loro profitti. La cancellazione del debito è quindi solo una questione di volontà politica che noi possiamo contribuire a spingere nella giusta direzione.

In tutto il mondo la Campagna Internazionale JUBILEE 2000 sta raccogliendo firme per la cancellazione del debito e per la promozione di meccanismi economici internazionali più equi; premessa indispensabile per un effettivo sviluppo delle condizioni di vita dei Paesi del Sud. A Fano e Pesaro la campagna è promossa anche dalle Botteghe del Commercio Equo e Solidale (Fano: Corso Matteotti 44; Pesaro: Via Branca/angolo Via Mercato delle Erbe, nei locali della ex farmacia Zongo) presso le quali potrete trovare informazioni più dettagliate ed i moduli della campagna da firmare. La coincidenza con il Giubileo Cristiano è per tutti, credenti e non, una grande occasione di responsabilizzazione e mobilitazione da non perdere. Serve un piccolo sforzo da parte di una grande quantità di persone, ed il mondo potrebbe iniziare il nuovo millennio in un situazione di maggiore giustizia e più aperta alla speranza.

Matteo Pedini
Lazzarella Dallara
Cooperativa Mondo Solidale

 

Un appello del Consiglio comunale baby

Aiutiamo i ragazzi immigrati

"Aiutiamo i bambini immigrati e le loro famiglie ad inserirsi nella nostra città e a scuola". E' questo l'appello lanciato dal Consiglio comunale dei bambini e dei ragazzi di Pesaro che si è riunito al Teatro Sperimentale. 400 alunni delle scuole materne, elementari, medie inferiori e superiori si sono confrontati sul tema: "Bambini di qui e d'altrove: vivere insieme a scuola e in città". Protagonisti dell'incontro sono stati ragazzi peruviani, arabi, cileni, i loro amici di scuola che hanno raccontato i problemi dei piccoli giostrai, la difficoltà a imparare l'italiano, il piacere di essere accolti, il loro impegno per aiutare qualcuno.

Erano presenti anche i due Consigli di Circoscrizione dei bambini di Cattabrighe-Vismara e Cinque Torri che hanno sollevato problemi e fatto proposte: parchi ben sistemati, sedie nuove, pasti più gustosi a scuola… Gli studenti della Scuola Media "Alighieri" hanno raccontato la loro esperienza di mini guide al Museo Oliveriano: le richieste nei loro confronti stanno aumentando a conferma dell'abilità ormai acquisita. Emozionante la testimonianza della scuola in ospedale, annessa alla Scuola media "Don Gaudiano".

Chiediamo al Sindaco, alla Giunta e al Consiglio comunale – si legge nel documento finale approvato all'unanimità – di mettersi d'accordo bene con le nostre scuole per aiutare nella lingua e nell'inserimento in città i bambini e le loro famiglie che arrivano qui da altri Paesi; di fare conoscere a tutti quello che il Comune sta facendo per loro e i posti dove possiamo incontrarci; di organizzare incontri e feste per scambiare le nostre esperienze di musica, i balli, le tradizioni; di aiutare gli immigrati a trovare casa; di fare sentire utili e importanti i ragazzi appena arrivano, accogliendoli bene e spiegando alle loro famiglie dove sono e come funzionano gli uffici che si interessano dei loro problemi".

I bambini e i ragazzi si impegnano a loro volta, in rapporto all'età, a giocare subito con i coetanei immigrati invitandoli a casa e andandoli a trovare; a studiare insieme per insegnare loro l'italiano e magari imparare la loro lingua; a informarli sulle opportunità per stare bene nel quartiere e nella città; ad accogliere i ragazzi di Keita, il villaggio del Niger gemellato con Pesaro, che arriveranno presto in città.

 

 

 


 
 
 
 
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