La musica non è più una categoria dell'animo, è diventata un articolo di consumo usa e getta e meno costa e meglio è. È ormai una moda-necessità trasmettere musica ovunque: al supermercato, dal dentista, quando acquisti le scarpe, quando scegli un vestito, quando vai in tram, quando siedi in ristorante, dal fioraio, dal parrucchiere, dal radiologo e dal pescivendolo: la modernità ha pensato di spararti nelle orecchie un suono indefinito e non richiesto quasi per non permetterti di pensare più. E' musica che l'individuo non sceglie, che spesso non gradisce, quando poi non gli da addirittura sui nervi, musica imposta come sottofondo a rumori incontrollati, disparati e spesso fatali dello stesso ambiente in cui il cacofonico intrattenimento viene diffuso senza pietà: agli urli dei bambini, allo sbuffare dei motori, al sibilo del trapano, ai trilli dei telefonini, al parlottio inascoltato dei televisori accesi, alle sirene delle ambulanze si aggiunge il vociare pertinace dell'umanità che, proprio perché parla in un mondo pieno di rumore, parla sempre più ad alta voce.
«Come fate a sopportare questa musica no stop?» chiediamo alle cassiere dei bar, dei negozi e dei supermercati.
«Signora, cosa vuole, non la sentiamo più!»
E allora perché diffonderla? Nel perverso progetto di appiattimento generale forse si tende a privare perfino la musica del suo potere magico e farla complice di uno strisciante e diffuso e pericoloso tipo di malessere generalizzato che confonde pensieri, impedisce private elaborazioni rendendo impossibile quella sacrosanta e inalienabile capacità di scelta personale che dovrebbe chiamarsi democrazia o autonomia intellettuale. In questo scialo di suoni diventati per qualità e quantità rumori di fondo, la fa da padrona (per fortuna, perché la musica vera non sopporterebbe questo scempio nazional popolare) la musica leggera, leggerissima o quella da discoteca, imputata quest'ultima, assieme alle luci psichedeliche, all'alcool e alle droghe, dello sballo, ormai socialmente accettato, di tanti nostri ragazzi. Ma se è vero che gli anziani sono più numerosi dei giovani (cosa già triste e innaturale di per se stessa) va da sé e proprio per prepotenza di percentuali, che sono i vecchi ad essere le prime vittime involontarie della moda perversa della musica sempre e ovunque. Se i giovani desiderano ascoltare que-sta “loro” musica, vadano nei loro “ghetti” metropolitani, nei loro locali psichedelici, nelle loro discoteche assordanti dove, a volume nocivo, disabituandosi ad ascolti naturali e non super amplificati, possono mettere a repentaglio la loro capacità uditiva, il loro controllo sensoriale, il loro buon gusto e la loro cultura musicale. Ma noi che amiamo veramente la musica e che amiamo sceglierla secondo le nostre spirituali necessità, consapevoli che essa da corpo ai nostri pensieri e alle nostre emozioni, noi che l'ascoltiamo in luoghi idonei da esecutori “alti”, noi che ancora sappiamo valutare la differenza fra suono e chiasso, fra melodia e rumore, fra uso e abuso, noi, maggioranza vilipesa e trascurata, po-tremo mai chiedere di “spegnere” quella “musica” trasmessa a tutto volume nei tram, nei supermercati, nei negozi, dal parrucchiere senza sentirci dire ironicamente, e con la spocchia propria dei volgari e degli ignoranti: «Ma a lei, signora, la musica non piace?».
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