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Giugno 2003 / Lettere e Arti
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L'immaginario fantastico
di Francesco Carnevali


Forse Francesco Carnevali è stato troppo grande perché i contemporanei, i conterranei, i colleghi, gli artisti, gli allievi, i critici e gli storici si possano avvicinare al suo ricordo e all'analisi della sua arte con la passione, l'ammirazione e lo stupore che la sua personalità merita. Una strana malìa avvolge questo ineffabile personaggio, irraggiungibile artista, rigorosissimo insegnante e aristocratico intellettuale: sono già passati 16 anni dalla sua morte e ancora nessuno, né a Pesaro che gli ha dato i natali, né a Urbino “centro-universo” di tutta la sua vita professionale e artistica, è riuscito a parlare di lui in maniera degna. Anzi, peggio: nessuno ne ha mai più parlato. Non sono state fatte mostre, né pubblicazioni, né convegni, né studi per approfondire e divulgare la grandezza della sua personalità dal candore straniato e misterioso. Si ha l'impressione che circoli fra gli addetti ai lavori l'errata opinione che il valore dell'arte si debba decidere solo a Parigi o a New York.
Nato l'8 ottobre 1892 “da famiglia di agiati borghesi imparentati con altre di nobiltà”, Francesco Carnevali, nei nitidi ricordi della sua prima infanzia, trova sempre codici miniati, libri con le celebri illustrazioni di Delacroix, Gonin e Dorè, stampe antiche e rare: la biblioteca di casa o la Biblioteca Oliveriana, di cui un suo parente è direttore, sono i “templi” della sua formazione culturale. Lui stesso racconta che “l'apertura, all'inattesa pagina, come un favoloso mondo rivelato, mi rimase fissa nella memoria e sembra aver condizionato e diretto la mia vita”. Ha solo 4 anni quando riesce a vedere, fortunosamente, quel fatale Plasterium del 1476, preceduto da un calendario con miniature a colori per ciascun mese. Ineffabili, a volte, i segni del destino!
Cresciuto in un austero ambiente matriarcale, “Checchi” affina ed estremizza la sua sensibilità naturale rivolgendosi proprio all'immaginario, al teatrale e al fantastico per nutrire i suoi giochi silenziosi e i suoi solitari incanti. Il disegnare diventa subito il tramite esclusivo fra sogno e realtà. Esegue di mala voglia gli studi liceali, ma si infiamma alla “Scuola Serale d'Arte e Mestieri” che Luciano Castaldini dirige a Pesaro: qui conosce e fraternizza con Fernando Mariotti con il quale proseguirà gli studi all'Accademia di Belle Arti di Urbino. Di questa Accademia Carnevali diventerà direttore nel 1942: lo sarà fino al 1963 segnando con la sua ventennale presenza un glorioso e irripetibile periodo.
Tutta qui, o poco più, la sua biografia se non ci fossero le sue “figurine”, parola minimalista per indicare un universo artistico di insospettate dimensioni, di mai abbastanza compresa grandezza, ricco e illuminato da una rara capacità visionaria e dal sublime canto della poesia, ma anche trappola per superficiali e frettolosi e per tutti coloro che, inseguendo le enfasi paradossali delle tendenze d'avanguardia, non hanno avuto la sensibilità di fermarsi sulle stralunate genialità dei suoi paesaggi, dei teatrali interni ed esterni shakespeariani, dei balli contadini, delle stagioni, delle partenze delle rondini, dei paradisi, delle leggende e delle visioni: su tutte quelle “illustrazioni” insomma in cui Carnevali “tocca vertici di invenzione visionaria e narrativa” altissimi.
Opera-guida per ogni analisi e ogni percorso di studio, “Lo sconosciuto”, emblematico, raffinatissimo “autoritratto-manifesto” esposto nel 1918 a Roma; notissimo per essere la copertina del catalogo alla mostra “Arte e Immagine fra ‘800 e ‘900” che segnò a Pesaro, nel 1980 la speranza, poi elusa, di una presa di coscienza artistica del territorio. L'inquietudine ventosa di tutta la scena pare che derivi da quella sorta di pudore quasi fisico che avvolge questo bellissimo dandy circondato dalla curiosità e dal “gossip” di giovani, anche loro ondivaghi come il mare all'orizzonte. Enigmatico, lontano e lontanante, lo sconosciuto giovin signore rimane fermo fra loro, senza appartenere né a loro, né all'ambiente.
Ormai vecchio, Carnevali si rivela anche scrittore: nel 1972 pubblica “Favola di un luogo della terra” una storia in 4 tomi, 1.764 pagine di delirante, raffinata, simbolica, metafisica grandezza. E intanto, come sempre, disegna: anzi sembra che i suoi 80 anni gli portino “energia creativa, freschezza inventiva e felicità poetica”: ha in programma di “illustrare” con l'uso della matita e dei pastelli la sua “Favola”. Impresa titanica e un po' folle, alla quale si accinge con rinnovato entusiasmo. Muore a Urbino nel 1987.
Non si sa se gli stessi figli siano consapevoli della straordinaria grandezza di Francesco Carnevali, l'angelicato, “ottuagenario fanciullo che non amava parlare di sé”.

Ivana Baldassarri


Lettera a Ivana Baldassarri

I cani sciolti dell'arte

Carissima Ivana Baldassarri, giornalista e amica gentile. L'articolo su Lo Specchio di maggio 2003 che hai voluto dedicare al mio “Momenti” mi ha colto di sorpresa, e penso in un particolare stato psicologico, visto che immediatamente ho ripercorso il mio cammino di “dipintore”, a cominciare dal primo nostro incontro per la mia seconda mostra personale in Pesaro sul tema “La via della croce” (anno 1972). Malgrado le grandi fatiche a cui ti ho sottoposto per restarmi amica (così dici), sappi che ti penso sempre con affetto, amicizia e gratitudine, consapevole che se tu non avessi, infaticabile e caparbia, continuato a seguirmi (e con me altri cani sciolti, miei pari) pochi, pochissimi, di questa città saprebbero della “mia mania a colorar tele”.
Hai però perduto la grande occasione per trasmettere, a chi permanentemente risiede da decenni nelle stanze dei bottoni di questa nostra Pesaro, la disapprovazione per la loro ignavia e il non volere tenere in alcun conto gli spontanei e perciò genuini fermenti artistici che, per grazia ricevuta, certe anime possiedono e che in ogni tempo ne sono state generose elargitrici. Il tuo articolo, anziché iniziare così: “Invece di preparare un'antologica, Giuseppe Ballarini si è pubblicato un libro intitolato “Momenti”…”, avessi raccontato il vero e così iniziato: “Considerato che locali adeguati ad ospitare un certo numero di opere non vengono più concessi e tanto meno esiste uno straccio di istituzione che organizzi una degna mostra, magari in collettiva con altri cani sciolti come lui, Giuseppe Ballarini si è pubblicato un libro intitolato “Momenti”…”.

Ti saluto caramente e riconoscente.

Giuseppe Ballarini


 
 
 
 
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