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Debutto al “Nuovo Fiore”

Col finire degli anni '40 volgeva al termine anche l'epoca delle rinacciatrici. Sentite come suona bene! Sembra si parli di un'epoca storica. O pare soltanto a me per una banale questione di nostalgia? Per noi giovani, comunque, epoca storica lo è stata davvero. Non so se l'attività femminile di rinacciare nell'epoca del consumismo sfacciato esista ancora. Ma alla fine della guerra aveva importanza basilare nell'economia delle famiglie, ed era accompagnata dal grave disappunto di noi giovani. Era loro, delle rinacciatrici, il compito raffinato di nascondere le asole delle giacche (la cosa sarebbe stata piuttosto facilitata dai bottoni che vi si sovrapponevano) ma, soprattutto, di cancellare il taschino della giacca. Perché, nel rivoltare quella del babbo o del fratello maggiore, sia l'allacciatura che il taschino sarebbero venuti a rovescio. Forse per una sorta di premonizione le giovani d'un tempo, prima ancora che se ne verificasse l'impellente necessità, andavano ad apprendere l'arte della rinacciatura, assieme a quella del ricamo, dalle suore Cappellone di Via Palestro.
Era ormai trascorso anche il tempo dei cappotti verdecupo o blu, i colori che meglio “tenevano” sul fondo marrone-verdastro delle coperte americane, tinte ed adibite a quell'uso. Avevamo passato la guerra ed i disagi del dopoguerra. Eravamo giovani e adesso avevamo voglia di ridere… di scherzare. A Pesaro, con gli amici, avevamo costituito il “Club Travasista Pesarese”: perché leggevamo soprattutto Il Travaso, la rivista che si pubblicava a Roma; alla quale collaboravano umoristi finissimi come Simili o Mosca e vignettisti come Barbara, dalle donne a curve esaltanti, De Seta con femmine dalle gambe lunghissime sottolineate da nastri voluminosi sulle scarpe dai tacchi altissimi, e soprattutto Attalo con i suoi personaggi brutti e bitorzoluti che erano il “Gagà che aveva detto agli amici” o “Genoveffa la Racchia”...
Tornato dal servizio militare nei primi giorni del '51, trovai attorno ad un tavolo, in una villa disabitata di Viale Trieste che poi sarebbe diventata un albergo di proprietà della famiglia di uno di noi, i vecchi amici. Erano intenti ogni sera alla stesura del copione di una rivista stracittadina che avrebbe dovuto essere rappresentata in teatro, con la regia di Ivo Scherpiani, l'unico che avesse già calcato le tavole del palcoscenico. Un progetto, quello della rivista, che pareva grandioso e che nemmeno il freddo di quelle sere riusciva a raggelare. L'entusiasmo giovanile aveva la meglio. Erano sei ed io divenni il settimo fra cotanto senno. Oltre al copione un po' confusionario e raffazzonato, alla stesura del quale con battute mordaci suggerite da un dinoccolato Pippo Cecchini, che si modificava di giorno in giorno con nuove idee e nuove battute, c'era la sua versione in lingua italiana perché doveva essere sottoposta all'ufficio censura di Roma. Nino Santori e Manlio Paolini che erano anche gli amministratori dell'impresa, svolsero quel compito. Egregiamente, vista l'approvazione ottenuta. Il titolo della rivista prendeva lo spunto dalla prima scena: Prò l'è vera! C'è bisogno che lo traduca in “Però è vero”? Tre antenati in mutandoni lunghi, entro cornici appese, parlavano della Pesaro di oggi (di quel tempo, ovviamente, esattamente cinquant'anni fa) mettendo in dubbio che fosse tanto cambiata come sentivano dire nell'aldilà. E gli stessi antenati nell'ultima scena sarebbero riapparsi per confermare che sì, era proprio vero!
Una scelta felicissima fu quella di Galliano Cecchini ad interpretare la parte della psciarola. Credo sia stata la prima volta che quel bravo attore caratterizzava la popolana: personaggio che interpretò poi in molte commedie dialettali. Erano tempi nei quali la politica era ancora calda. Ma non d'esplosivi, per fortuna. Erano passate da poco le elezioni del ‘48 e l'Italia si divideva in due: i signori e i preti da una parte e la classe operaia dall'altra. In quella scena, per la quale Romano e Ivo erano andati più volte in pescheria per cogliere le battute spontanee dei frequentatori, una pescivendola e una perpetua si battibeccavano. Ad un certo punto la psciarola, con orgoglio, affermava: “Mi marit l'è un proletario!” (il termine, in italiano, nobilitava la battuta). Un ragazzino di passaggio con i libri legati sottobraccio interrompeva il dialogo con una sonorissima pernacchia. E la psciarola offesa, prima al ragazzo: “Ma tu medra, quella!” quindi, all'antagonista con l'orgoglio della contestazione all'avversario politico: “T'ha sentit co i insegna el tu De Gasperi a scola?”.
Salimmo in scena in una quarantina. C'erano anche ragazze. Ricordo Ida Imbri, Giovanna Falconieri, Fabiola Ranocchi, le due sorelle Vecchietti. Una di loro ebbe un grande successo personale, interpretando la “primadonna” di Pesaro nel quadro del circo equestre, dove il domatore Gastone Ricci presentava come animali pericolosi tutti i tipi rimarchevoli della città: la moglie di un noto ingegnere, che per vezzo, con andatura altera e sussiegosa, entrava a teatro a luci già abbassate e, portando un cappello a larghe tese, salutava con condiscendenza il popolo a destra e a manca. C'era il quadro di Via Branca, dove Rutilio e la Fedora, due coniugi che vengono da un paese dall'alto Metauro, entrano nel bar di Gigi: “Un cannello di rigolizia da ciucciare per la mia signora e un marrone ghiacciato per me”. Si fermano poi da Piovaticci, grande cultore d'arte, che salendo su un ipotetico palco tiene loro una lezione d'arte su un dipinto recentemente scoperto nel loro paese, lasciandoli inebetiti. Se ne liberano passando al negozio successivo, per acquistare un cappello. Vi trovano a servirli una signora dal seno formoso, che fa venire a Rutilio un pensiero: “M'e nut in ment ch'bsogna arfè el tett de chesa nostra”. E ancora il quadro di Margherita Treblig. Una mingherlina popolana di Santangelo (un esile Aurelio Pagliai) accusata di aver picchiato il gigantesco marito (un palestrato Tundo, dalla mole di Bud Spencer) viene difesa in tribunale da un avvocato coi toni e sproloqui in latino, che si rifacevano allo stile di un principe del foro pesarese. “Se Virgilio, scrivendo infandum regina iubes renovare dolorem avesse pensato al caso di Margherita Treblig, avrebbe sicuramente detto eppur si muove! Oggi, signori giurati sta di fronte a voi questa Margherita che di quel fiore non ha soltanto il nome…”. Col finale a sorpresa dell'imputata, condannata, che corre a consolare l'avvocato: “Corag, avuched: tre ann i pasa a la svelta!”.
Ricordo una delle parodie. Con la musica di “signorinella pallida” portavamo in giro i frequentatori di un locale da ballo che, essendo nato come magazzino per la lavorazione dei cavoli, era stato soprannominato Brooklin. “Locale di Via Saffi, a pochi metri dal cavalcavia, un dì pieno di cavoli e d'ortaggi, or sei la fonte di tant'allegria. I fidanzati pallidi si dicono fra un bacio e una carezza, mentre l'orchestra suona un tango languido: a gim a beva un litre d'cla mundezza? Amore mio non ti ricordi che nel dirmi addio mi mettesti all'occhiello una pansé e mi dicesti con la voce tremula: dmen ha jò da gi a zapè”.
Un'altra parodia, non ricordo sulla base di quale musica, portava in giro i vigili urbani. “Dal primo al sei gennaio settimana di passion, dovete chiuder gli occhi e non far contravvenzion…”: perché nel giorno dell'Epifania un vigile in alta uniforme, sulla pedana all'angolo di Capobianchi, raccoglieva a nome di tutto il corpo dei vigili, gli omaggi natalizi che i cittadini riconoscenti per l'ordine tenuto.
La rappresentazione al Nuovo Fiore avvenne in una sera di temporale pazzesco. Noi dalle pieghe del sipario cercavamo di capire quanta gente avrebbe avuto il coraggio d'affrontare quella tempesta. N'andava del bilancio della ditta. Gli spettatori non furono molti, il successo fu enorme, il bilancio pareggiò. Ma tutto sarebbe finito lì se, incredibilmente, la burocrazia non avesse mostrato un'anima! Qualche maggiorente della città riuscì a far rinviare di qualche giorno la partenza di Gastone Ricci (che era il brillante primattore), e di Romano Mariuccini per la scuola ufficiali. Ci fu concesso anche il Teatro Rossini. Quella sera non avemmo bisogno di curiosare: s'erano riempiti anche i corridoi della platea. Nei palchi la gente era a grappoli.
Dopo lo spettacolo la cena in un ristorante che c'era in Piazza di Spagna. Tutti gli interpreti furono compensati con cifre varie e noi soci ci dividemmo (tenetevi stretti) mezzo milione! Settantamila lire a testa. Una cifra che nemmeno Garinei e Giovannini avrebbero sperato con le loro grandi riviste teatrali! Ma il successo non diede alla testa a nessuno. Forse soltanto al ragazzino della pernacchia, che era stato oculatamente scelto per il secco e prolungato rumore della sua produzione che, al Teatro Rossini, dove potevamo disporre di camerini, ne pretese uno tutto per sé, e ci scrisse fuori “Reserved by pernacchia”.

Valentino Rocchi


 
 
 
 
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