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Cronache dal passato:
Le febbri terzane

La febbre terzana colpisce Pesaro nell'estate del 1708 costringendo a letto in quel torno di tempo più di cinquemila persone. Nel mese di luglio dell'anno successivo gli ammalati sono quasi duemila. Come sempre, in queste e altre “influenze”, demonizzato è l'inquinamento dell'aria provocato dalle acque putride della città e dalle immondizie. I medici chiamati a esprimere il loro parere su tali febbri affermano che “riesce notabilmente nocivo primieramente il trabocco dell'acque che porta il vallato detto Foglietta che si vorrebbe far sfociare in mare presso la rocchetta (dove anticamente era situato il porto), anziché nel nuovo portocanale, che non riesce a ricevere le sue acque quando quelle del fiume sono alte -; per secondo luogo il ristagno putredinoso e fetido del vallato”, in cui gli adiacenti gettano immondizie e fanno defluire i liquami dei “necessari”. A questo inconveniente un rimedio lo si vedrebbe nella riparazione della chiusa che devia le acque del Foglia nel vallato dei mulini del principe Francesco Maria de' Medici e nella copertura “con volta” di detto canale, oltre alla chiusura di tutti i condotti che vi scaricano gli “sciacquami” delle abitazioni.
Terzi imputati sono le circa 200 caldaie o “fornacelle” che servono per la trattura della seta o più precisamente le acque e i “vermi putridi” che, se non vanno a finire nel vallato, ogni giorno le lavoratrici, dovendoli portare sulla riva del mare, spargono abbondantemente lungo il tragitto cittadino per alleggerirsi del peso prima di giungere a destinazione. Il rimedio suggerito per questo inconveniente è di obbligare i padroni delle filande a servirsi di carrettieri che portino fuori città (entro botti chiuse anziché mastelle, come fanno le filatrici) gli spurghi delle loro “fornacelle”. Anche perché a causa dei “vermi da seta, che in oggi buttano a marina, mentre secondo la qualità de venti si sente in città molto fetore, il pesce non può cagionar buon effetto a questi abitanti, che per lo più se ne cibano”.
Sotto accusa sono anche le cinque calligherie della città, dove si macera e concia grande quantità di pelle “perlocché restando caricata quest'aria d'impurissime esalazioni, non possono non inspirarsi poi da gl'abitanti cattivi miasmi valevolissimi a cagionare ogn'anno, conforme accade, perniciosissime malattie, non senza pericolo di numerosissima mortalità”.
Non in rapporto con l'aria è la quinta ed ultima imputazione, cioè l'abbondante uso di “frutti immaturi”, come i ceci verdi, le mele acerbe da inverno, che anche in estate sono venduti in grande quantità nelle piazze di Pesaro.
Il luogotenente della città fa sue le considerazioni dei medici e pubblica, con editto del 3 agosto 1709, i conseguenti divieti e le pene relative per i trasgressori. Una tolleranza riguarda però il vallato, dove è consentito che si gettino immondizie “in tempo che vi sia dell'acqua e corra assai”. Mentre un obbligo aggiunto è quello che i cittadini debbano ogni sabato portare sulla spiaggia del mare tutte “l'immonditie, fanghi e sporchezze avanti le loro case, botteghe, magazeni, cortili e androni”. Il giorno 4 il luogotenente riferisce al duca che la febbre terzana nel mese di luglio ha causato 16 morti, mentre altri 19 (tutte “creature”) sono morte di vaiolo, 2 di morte repentina, 2 donne di parto, uno di tisi, un altro d'idropisia e 17 “vecchi d'età sopra sessant'anni” (tout court). Gli ammalati di febbre terzana al presente sono 400, ma dovrebbero diminuire perché i medici sono dell'opinione che “l'influenza più tosto si vadi rimettendo, che aumentando”. La missiva si conclude con l'informazione che i medici effettueranno l'autopsia al primo ammalato di febbre terzana che non supererà la malattia.

Marco Battistelli


 
 
 
 
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