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Politici allo Specchio:
Paolo Sorcinelli

Sorcinelli

IL PROFESSORE ROSSO-VERDE

 

La casa del politico “verde” (che ospita in un angolo dell'edificio anche la sede dei “Verdi”) è in Via della Ginevra a Pesaro, in una zona del centro a traffico limitato, ma non troppo. Dietro il cancello ci dà il benvenuto una cagnolona nera di razza imprecisata, con gli occhi miti che contraddicono la minacciosa cordialità dell'abbaiata. La costruzione a un solo piano sul fronte stradale superiore, di origini settecentesche come tutto l'isolato, ospita (oltre al quadrupede) il professore, la professoressa e l'aspirante avvocato: rispettivamente Paolo Sorcinelli, docente di Storia sociale all'Università di Bologna (ora nella sede distaccata di Rimini, corso di laurea in Cultura e tecnica del costume e della moda); sua moglie Sandra Calegari, docente di Storia e Filosofia al Liceo classico di Pesaro, conosciuta tanti anni fa sui banchi di quello stesso liceo; Emanuele, neolaureato in Legge e praticante procuratore legale. Se sono tutti e quattro verdi, ecco una bella “famiglia quadrifoglio”.

Come rivela il suo nome, tipico della Val Metauro, la discendenza del capofamiglia è di tipo fanese-rurale: più precisamente di S. Costanzo, dove il babbo era impiegato del Comune. Nelle campagne circostanti subisce, all'età di dieci giorni, un bombardamento che lo riempie di vetri e calcinacci sul grembo della mamma. Dice di essere stato probabilmente il più giovane ferito della Seconda guerra mondiale: e magari si aspetterebbe anche una pensione. Forse a causa di questo trauma infantile diventa un pacifista politicamente turbolento (come molti pacifisti): al ginnasio di Fano fa parte di un terzetto poco raccomandabile di studenti che partecipa a tutte le dimostrazioni e a tutti gli scioperi contro la bomba atomica. Fino a quando un picchettaggio un po' troppo deciso per impedire l'ingresso delle ragazze dell'Istituto Pie Venerini non lo costringe a cambiare, scolasticamente, aria: liceo a Pesaro come pendolare e università a Urbino, dove si laurea in Lettere con una tesi sul contrabbando di grano dal porto di Fano nel ‘700 che rivela il suo futuro campo di interesse accademico e sociale. Durante l'università aderisce al PSIUP (una delle tante sigle della diaspora socialista); negli anni '70 simpatizza con Potere Operaio e poi milita un paio d'anni nel PCI: ma se ne allontana (da sinistra) quando comincia a delinearsi il “compromesso storico” tra Berlinguer e i democristiani. Confluisce nella Democrazia Proletaria di Mario Capanna, addirittura candidandosi al Senato nel collegio delle Marche e assicurandosi un gruzzolo di ben 70 voti a Pesaro (praticamente tutti i familiari, compresi i cugini di secondo grado). Nessuna meraviglia che, a questo punto, prevalga l'interesse per la carriera universitaria, iniziata come borsista a Urbino e poi come ricercatore a Bologna: dove, nel 1978, ottiene la cattedra di Storia sociale.

Solo alla fine degli anni '80 torna alla politica attiva, avvicinandosi a un gruppo di amici (Alberto Milazzo, Luigi Gambini, Gabriele Filippini, Glauco Caresana) che aveva lanciato la sigla “Rosso e Verde”: un movimento di ispirazione ambientalista che raccoglie forze di varia provenienza politica, ma è vicino ai temi sociali della sinistra europea, con sfumature di “no global” ante litteram. Sorcinelli, sicuramente più rosso che verde (anche se ha ormai assunto il look austero e moderato del cattedratico), si trova bene in quella compagnia e si accasa di nuovo nel “Sole che ride” che riunisce i vari movimenti della galassia verde. Alle ultime elezioni amministrative del 1999 il partito rifiuta, per il Comune di Pesaro, l'alleanza con Giovanelli a causa dei dissapori sui temi ambientali, culminati con la frattura sul referendum per il Parco Miralfiore (Milazzo correrà da solo come candidato sindaco); appoggia invece la cordata ulivista di Ucchielli per la presidenza della Provincia. A Paolo Sorcinelli (che era già stato consigliere provinciale e presidente del Consiglio nella precedente legislatura) tocca il ruolo di assessore ai Beni e alle Attività culturali nel palazzo di Viale Gramsci.

In tutti questi anni ha curato anche un'imponente produzione scientifica: dal primo libro su regimi alimentari, condizioni igieniche ed epidemie nelle Marche dell'800, pubblicato nel 1977, ai sistemi di controllo e di repressione della devianza psichica; dal comportamento sessuale degli italiani tra ‘800 e ‘900, ai riti e le culture dell'acqua; e infine a “Storie”, un manuale in tre volumi per le scuole superiori che è appena uscito il libreria. Quest'ultima opera arriva talmente vicina ai giorni nostri che riporta fatti e documenti fino al 2002. Gli ricordo l'aneddoto (o la leggenda) di un professore cinese che, richiesto di un giudizio sulla Rivoluzione francese, rispose: “E' ancora troppo presto per parlarne”.

 

Professore, è possibile raccontare la storia “in diretta”? Non crede che i fatti debbano sedimentare per poterli analizzare senza coinvolgimenti emotivi?

Questo è un modo vecchio di considerare l'insegnamento della storia. E' possibile scrivere anche di cose vicine a noi, se si utilizza il metodo storico: ricerca delle fonti e loro interpretazione critica. Non è vero che si è più obiettivi parlando del passato, perché lo storico non è mai obiettivo: anche se in buona fede, interpreta sempre i fatti dal suo punto di vista che è influenzato dalla sua visione culturale, ideologica, religiosa, ecc. L'importante è che lo storico sia imparziale, cioè tenga conto di tutti i documenti. Questo non è invece il caso dei cosiddetti “storici revisionisti”, che in realtà sono “negazionisti” perché ignorano o negano fatti su cui concordano tutte le fonti disponibili.

 

Con questo criterio sono libri di storia anche quelli di Bruno Vespa che escono una volta all'anno con i fatti dell'altro ieri…

La differenza sta nel metodo. Si può dare una lettura critica anche su                                 quello che è successo in Iraq due mesi fa, se si lavora su tutti i documenti e non solo sulle cronache dei giornali. A volte può essere un alibi politico quello di non voler raccontare i fatti più recenti, perché si ha paura di dare un giudizio critico. Certo è più facile parlare del Medioevo perché le fonti sono ormai codificate e sono pochi i documenti da scoprire; ma bisogna insegnare ai giovani anche la storia degli ultimi 50 anni, con tutti i rischi che questo comporta. Naturalmente il passare del tempo permette di acquisire nuovi elementi e sviluppare altre chiavi interpretative: per esempio, a partire dagli anni '70, è cambiata notevolmente l'interpretazione di momenti fondamentali della nostra storia patria, come il Risorgimento o la Prima guerra mondiale. D'altra parte la storia è sempre una selezione tra una pluralità di fatti e di situazioni. In genere si è tramandata una storia statica, agiografica, rassicurante; oggi si tende a ricercare altre tracce, oltre a quelle lasciate dalle istituzioni, dalla diplomazia, dai potenti: per esempio i verbali di certi processi possono aiutarci a capire meglio alcuni aspetti di una certa epoca.

 

Torniamo alla storia dei Verdi. Perché a Pesaro siete sempre all'opposizione?

Siamo all'opposizione al Comune perché non abbiamo mai ottenuto risposte soddisfacenti su tematiche ambientali che consideriamo importanti per la vita della città. Finora i Verdi sono stati gli unici ad opporsi  ai progetti di espansione edilizia; non mi pare che le forze di destra, oggi così critiche verso la politica urbanistica dell'amministrazione, si siano mai opposte a questa urbanizzazione esasperata, dalle vicende del parco Miralfiore in avanti. A Pesaro è stata scelta una politica di espansione dei quartieri e di creazione di grandi centri commerciali, invece di recuperare il patrimonio edilizio del centro storico, dove ci sono intere vie in cui non abita nessuno e i palazzi sono ristrutturati solo dalle banche. Così si è distorto anche il comportamento collettivo: una volta la domenica si andava in centro, oggi le famiglie vanno in gita all'IperRossini o all'Auchan. Se alle prossime elezioni ci sarà un candidato sindaco in grado di offrire garanzie su questi temi, ci saremo insieme a tutto il centro-sinistra: come è avvenuto in Provincia nel '99, perché il presidente Ucchielli si era impegnato a portare avanti – fra l'altro – un piano di sviluppo triennale eco-sostenibile.

 

I problemi del traffico e dell'inquinamento sono i cavalli di battaglia dei Verdi. Le vostre proposte?

Le nostre città hanno un reticolo urbanistico di tipo romano, con aggiustamenti rinascimentali: non sono state concepite per un traffico delle dimensioni attuali. Oggi Pesaro è una città in mano alle automobili. La soluzione non è quella delle targhe alterne o delle domeniche ecologiche, ma una profonda razionalizzazione del traffico, con isole pedonali vere (non le ZTL gruviera in cui entrano tutti) e parcheggi esterni collegati al centro con autobus-navetta, magari gratuiti. Lei conosce Copenaghen? Tutto il centro è un'enorme isola pedonale, dove non possono entrare in macchina neppure i residenti: l'unico veicolo ammesso è il monopattino. Eppure lì ci sono i negozi più belli, i ristoranti più eleganti, i bar più affollati della città. Qui da noi basta togliere qualche posto auto nei parcheggi in Viale Trieste e tutti strillano come se stessero per fallire tutte le attività commerciali. Io credo invece che sia molto più piacevole percorrere certe strade a piedi o in bicicletta, anziché incolonnati insieme a centinaia di auto; e che sia più facile e piacevole fare acquisti o andare al ristorante.

 

Un bilancio del suo assessorato in questi quattro anni?

Qualcuno ha detto che la Provincia non dovrebbe organizzare delle mostre: forse voleva dire che la Provincia deve soltanto dare contributi… Abbiamo invece  organizzato in questi quattro anni quattro importanti esposizioni a Pesaro, Fano, Pergola e Fossombrone: sull'arte figurativa sei-settecentesca, sulla “natura morta”, sui reperti archeologici della via Flaminia, sul pittore Anselmo Bucci. Abbiamo varato Archeoprovincia, il Sistema Provinciale di Arte Contemporanea, la rete informatizzata delle biblioteche; abbiamo valorizzato un circuito di piccoli teatri storici con “Sipario d'Inverno”. C'è un grande e rinnovato interesse attorno a questi spettacoli: il teatro di Macerata Feltria ha 250 abbonati, con 300 posti complessivi; a Cagli un teatro di 500 posti è sempre esaurito, a Pergola spesso la gente rimane fuori.

Fra l'autunno e la prossima primavera si svolgerà “Panorami di cultura”, percorsi guidati fra musei, biblioteche, teatri, aree archeologiche. E poi, dopo i due tomi di 1.300 pagine sulla storia della Provincia nel XX secolo, che è stata la sorpresa di qualche mese fa, fra poco arriverà la sorpresa di settembre (altre 1.300 pagine? Non stiamo più nella pelle. N.d.R.). Sentiamo l'esigenza di continuare su questa strada per valorizzare e coordinare tutte le potenzialità storiche e artistiche di cui questa provincia è ricchissima. Un prossimo obiettivo è la realizzazione di un sistema museale integrato, che permetta di tenere aperti tutti i piccoli musei: dal museo dell'Informatica di Pennabilli ai tre musei archeologici di Acqualagna, Cagli e Cantiano: tre musei nell'arco di 15 chilometri. Non potrebbero permettersi di assumere un direttore a tempo pieno, ma possono dividere i costi di un unico operatore.

Non sta a me dare un giudizio su questo bilancio. Posso solo dire che è stata una bella esperienza, politica e umana. E ho anche imparato a conoscere meglio estimatori e detrattori, amici veri e falsi amici, sinceri e bugiardi.


Alberto Angelucci


 
 
 
 
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