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Il sommergibile di Pola

Da allora non ne ha mai parlato nessuno e solo in pochi lo sappiamo; ma il 6 agosto del 1928 si è consumata, nelle acque di Pola in Istria, la stessa tragedia che è avvenuta nel 2000 nelle acque del Mare di Barents, nel Nord Europa, dove troppi ragazzi russi, ora come allora, hanno visto scorrere le ultime ore della loro giovane vita impotenti, sgomenti e rassegnati.
Quel 6 agosto del 1928 tutti godevano il meritato riposo delle ferie estive al mare o ai monti; mentre 27 giovani, tra cui mio zio materno Garibaldi Trolis, diciannovenne radiotelegrafista di bordo su quel maledetto sommergibile F14, cessava di vivere con il Morse in mano, nelle acque di Pola. Erano le 10,35 quando mio zio Baldi (così lo chiamavano parenti e amici) si mette in comunicazione con il gemello F15, che inizialmente non risponde. Finalmente, dopo ripetute insistenze, alle 11,10 mio zio comunica all'F15 che in quel momento va tutto bene, l'inclinazione è di 70 gradi, la poppa tocca nel fondo; ma sono rimasti in 24, poiché tre suoi compagni sono deceduti già nel momento dell'impatto avvenuto con il cacciatorpediniere Missori. La popolazione, con il cuore in tumulto e con indicibile angoscia, segue il dramma, impotente.
Alle 12,38 giungono alla base navale tre pontoni di 280 tonnellate, con i palombari che fanno strisciare delle catene sotto lo scafo dell'F14. Alle 15,50 i segnali dall'F14 cominciano a pervenire sempre più debolmente all'F15. Alle 18 mio zio Baldi prega di fare presto, perché… sono le sue testuali parole: “Qui si muore”. L'F15 incoraggia quei poveri ragazzi, dicendo loro che, avendoli individuati, i palombari si preparano a dare loro aria attraverso le valvole. Ma alle 18,55 l'F14 non risponde, forse per un malore di mio zio o forse per avarìa del Fessenden. Dalle 20 è un continuo chiamare, da parte dell'F15, senza risposta; si sentono soltanto, di tanto in tanto e debolmente, linee lunghe. Alle 24,25 del 7 agosto ormai dall'F14 non perviene alcun segno di vita, mentre ancora alle 8,50 di quel terribile giorno l'F15 grida a zio Baldi: “Coraggio, coraggio, stiamo salvandovi, coraggio”. Il sommergibile F14 fu recuperato dieci ore dopo.
Il porto militare di Pola, la mia città istriana, era stato un'invenzione dell'Austria, e particolarmente dell'imperatore Francesco Giuseppe che aveva saputo sfruttare al meglio le sue meravigliose condizioni naturali, profondendovi notevolissimi capitali ed attirando nella città, che aveva vivacchiato stentatamente fino alla metà dell'800, masse di operai e di tecnici; ricreando condizioni di benessere che Pola non vedeva dalla felice epoca romana. La Marina italiana, che vi si era insediata dopo la disgregazione dell'Impero asburgico, pur rappresentando la logica nazionale della stragrande maggioranza dei cittadini, poteva dare l'impressione di essere il “cuculo nel nido di altri”.
La tragedia dell'F14 rivelò l'amore incondizionato dei polesani per la “loro” Marina. Al passaggio delle 27 bare, la folla, che si era assiepata ai lati del percorso, cadeva in ginocchio, mentre si levava un mormorio di commiserazione misto a singhiozzi. Era evidente che si era prodotta una fusione perfetta tra la popolazione e la nostra Marina. Tra quelle 27 bare, due erano di figli dell'Istria, della mia stupenda Istria. Erano entrambi sottocapi: Giordano Vicich di Pisino d'Istria e Garibaldi Trolis, radiotelegrafista di bordo di Pola.
Mio nonno materno Carlo non ha sopportato il dolore della perdita di quel figlio ed è venuto a mancare poco dopo, colpito da “angina pectoris”. Mia nonna Pina è vissuta in casa con noi, aspettando di rincontrarsi il più presto possibile con quel figlio, che il nostro mare le aveva portato via. Lei era nata dai conti Valentinis di Tricesimo (Udine).
Mio zio è stato un Eroe; attaccato alla sua tastiera, ha mantenuto, fino all'ultimo, il collegamento con il sommergibile gemello F15, morendo con le mani sul Morse. Per la sua abnegazione e per il suo alto senso del dovere ora riposa nella “Tomba degli eroi” nel Cimitero monumentale di Venezia, trasportato con la motonave Tuscania, in occasione dell'esodo di noi 350 mila nel 1947. A me, sua nipote, è rimasto il suo incancellabile ricordo e la sua preziosa Medaglia al Valore.

Milena Salomone Di Trolis


 
 
 
 
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