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  *

Arnaldo Ninchi fra teatro e basket


La partita contro il Borletti

Serata in onore di Arnaldo Ninchi presso la sala della Repubblica del Teatro Rossini alla presenza del sindaco di Pesaro e dell'assessore alla Cultura Bartolucci. Il 9 maggio l'attore pesarese (figlio di Annibale, nipote di Carlo, cugino di Ave, padre di Arianna: tutti Ninchi) è stato festeggiato da un folto pubblico durante la presentazione del suo libro di memorie: “La vocazione teatrale di Arnaldo Ninchi”.
È stata l'occasione per ripercorrere anche un lungo tratto di storia dello sport, e in particolare della pallacanestro pesarese, attraverso l'affettuosa rievocazione di Franco Bertini: infatti Ninchi è stato titolare della “Benelli” in serie A (quando si giocava ancora nel campetto in cemento di Viale della Vittoria, prima della messa di mezzogiorno) e "nazionale" di basket.
Il momento clou della serata è stato la rappresentazione/lettura di un famoso atto unico di Pirandello, “L'uomo dal fiore in bocca”: interpretato insieme a Matteo Giardini, conduttore e “fine dicitore” della manifestazione. Infine Ninchi ha proclamato l'elenco delle compagnie finaliste al 56° Festival Nazionale d'Arte Drammatica che si svolgerà a Pesaro nel prossimo ottobre.
Riportiamo di seguito uno dei capitoli del libro.

[…]
A Bologna, sfottuti come “i marinai”, anche se disperatamente sostenuti da tutti i nostri universitari, non riuscivamo mai a vincere. Ci consolavamo prendendoci sempre la rivincita sul nostro campetto pesarese di un cemento crudele, alle 11 di mattina, prima della Messa di mezzodì. Chi invece non riuscivamo a battere erano i milanesi del “Borletti”, indi “Simmenthal”. Il suo presidente, Bogoncelli, triestino, si era accaparrato le più forti personalità vincenti: dal “Principe”, ossia Cesare Rubini, triestino, “nazionale” sia di pallacanestro che di pallanuoto, medaglia d'oro alle Olimpiadi di Londra dove si era fatto la fama di un supercolosso osando intervenire a dividere, tra gli astanti impotenti attoniti e allibiti, Ghira e Pedersoli (il futuro Bud Spencer) impegnati in una lotta di Titani che faceva tremare i vetri e le pareti dell'hangar dov'era ospitata la nazionale italiana. Poi, oltre che sulla prestanza fisica di Richj Pagani (il “cinese” che sarà poi il protagonista de “I Sogni nel cassetto” di Castellani) contava sul duo Stefanini (veneziano) – Romanutti (triestino) che giocavano nella stessa squadra contendendosi la palma di capocannoniere del campionato.
Alle 11 di mattina di un rigido inverno li aspettammo all'aperto sul nostro  cemento pesarese. Cominciai coll'eliminare fisicamente, del tutto involontariamente (ci ho messo anni a convincerlo) con una gomitata fortuita nell'occhio nel raccogliere una palla vagante il “Principe”, che alla vista del sangue sveniva e fu così costretto a uscire dal campo. In difesa col mio compagno Renato Ragnini sfoderammo una grinta insospettata: al terzo rimbalzo consecutivo conteso a Romanutti, Renato, vedendomi sfinito e rassegnato, non seppe far di meglio che darmi alle spalle un grande spintone che mi mandò a rovinare sul triestino: avemmo due falli (tiri liberi) contro, ma la palla non la presero. Romanutti, che era quello a cui mi dedicavo, nel tentativo di intimidirmi e timoroso di segnare meno punti del compagno-rivale Stefanini, a sua volta guardato da Renato, nel rientrare dopo un loro attacco andato a vuoto, mi passava vicino sfiorandomi e minacciandomi: “Guarda, Ninchi, che devi venire a Milano!”. Stefanini, attentissimo, capendo l'antifona, mi sfiorava a sua volta: “Non starlo a sentire è uno stronzo!”
Galvanizzato nel sentirmi così importante sfodero il meglio del mio repertorio segnando anche dei bei canestri (cosa rara allora per un difensore). Dopo lunga e dura battaglia, arriviamo a 4 secondi dalla fine in perfetta parità. Una palla vagante gettata alla disperata mi passa sopra la testa. Saltando potrei prenderla e magari tentare un attacco in extremis. Nello stesso tempo si insinua nel mio animo esausto anche il desiderio di accontentarsi del pareggio e lasciarla uscire. In quel frangente odo alla mia destra la voce gaudente di un tifoso pesarese (mi sembra di riconoscere un mio amico, ma in tutta la vita non ho poi osato mai chiederglielo) che grida: “Lasciaaaa!!!”. Il che fece pendere la bilancia dalla parte dell'inazione. Dietro di me c'era invece Reina, una riserva dei milanesi appena entrato, che riesce a carpirla, a correre sulla linea di fondo, buttarla a casaccio in alto e, a tempo scaduto, questa palla era ancora lì che ballonzolava tra i ferri del canestro per poi entrarvi maledettamente e definitivamente.
Non so quale sarebbe stata la mia vita se non avessi lasciato quella palla: ero giovane, nazionale, corteggiato da squadre metropolitane tipo la “Virtus” di Bologna che mi offriva tutta l'Università. Con una vittoria (o pareggio) sui campioni del “Borletti”, e col “Principe” che andando a trovare i suoi amici della pallanuoto a Recco con un occhio nero, di fronte alle loro esterrefatte domande “Ma chi è stato?!” mugugna “Ninchi, uno di Pesaro” trasformandomi immediatamente come in una pubblicità indiretta nell'uomo più terribile d'Italia, non avrei mai avuto il coraggio di lasciare lo sport.
Invece, come in quel “Lasciaaaa!”, il mio animo era già segretamente diviso tra il tarlo di sperimentarmi come attore e quello di raccogliere applausi a scena aperta in Sala Borsa a Bologna dopo un bel canestro. Tarlo che si era insinuato in me dopo la lettura di un libricino grigio che per chissà quale tragica, o benefica, dimenticanza era rimasto vagolante per la casa: “Il Gabbiano” di Anton Cechov. […]


 
 
 
 
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