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  *

I bronzi di Pergola sono di Pesaro!

Il

Il gruppo scultoreo dei Bronzi dorati di Pergola, ormai da tempo pendolari col Museo archeologico di Ancona dopo una salomonica decisione ministeriale, non hanno niente a che fare né con Pergola, né tanto meno con Ancona. I Bronzi avrebbero fatto bella mostra di sé nella piazza principale di Pesaro, prima di una razzia dei barbari Iutungi nel 271 d.C. Questi, sbaragliati sul Metauro dall'imperatore  Aureliano, e in fuga precipitosa, dovettero sbarazzarsi del ricco bottino abbandonandolo nelle campagne di Cartoceto di Pergola.
Questa è la sorprendente rivelazione del prof. Lorenzo Braccesi, che sta tenendo a Pesaro una serie di conferenze. L'ultimo appuntamento (che si terrà presso la sala della Provincia, sabato 10 giugno alle ore 17.30) tratterà appunto questa controversa vicenda. Secondo la sua ricostruzione storica, uno dei due cavalieri del gruppo scultoreo era il pesarese Marco Livio Druso Claudiano; l'altro (di cui resta solo il cavallo) era suo nipote, l'imperatore Tiberio. La dama con la testa è Livia (figlia di Druso e moglie di Augusto); l'altra è Agrippina, vedova di Germanico (figlio adottivo di Tiberio) e madre di Caligola. Insomma doveva trattarsi di un bel ritratto di famiglia, con i rappresentanti di quattro generazioni. Vi spiegheremo più avanti i particolari di questo processo indiziario, dopo un profilo del suo autore.

“Chi ha vinto a Troia?”

Sul suo biglietto da visita c'è scritto “antichista”: forse per indicare, con un pizzico di civetteria, il suo status di esperto globale della storia delle nostre origini. Lorenzo Braccesi, 65 anni, è nato a Pesaro da due insegnanti fiorentini. Il padre Roberto, docente di Storia e Filosofia, è stato uno dei leggendari professori del liceo classico “Mamiani” negli anni ‘50 (insieme a Settembrini, Giunchi, Corsi): quelli che hanno fatto crescere i cervelli, e la coscienza civile, di alcune generazioni di pesaresi. Gli studenti lo chiamavano affettuosamente Fafù, perché era stato vice-preside per un certo periodo e aveva incautamente usato questo acronimo nella firma degli atti, per indicare appunto il suo ruolo di “Facente Funzione”. Ma il rampollo non ha conservato legami con il sangue fiorentino, salvo il pessimo carattere (per sua esplicita ammissione). Con un'ineccepibile interpretazione dello jus soli, ha scelto subito Pesaro come sua “polis”; e il mondo dell'antichità come sua dimensione culturale ed esistenziale. Al nostro territorio ha dedicato due opere significative: “Pisaurum 1 - le iscrizioni della colonia” e i due volumi sulla “Provincia di Pesaro e Urbino in epoca romana”.
Dopo la laurea in Lettere classiche a Bologna e un immediato incarico come assistente, è chiamato da Scevola Mariotti alla neonata università di Cassino: dove una sua prima opera scientifica vince un premio importante e  lo segnala all'attenzione del mondo accademico, propiziando la sua nomina a professore incaricato di Storia greca all'università di Torino (dove già insegnavano alcuni “mostri sacri” come Alessandro Galante Garrone, Aldo Garosci, Claudio Magris). Nel 1974 – a soli 33 anni – è già professore ordinario: una specie di enfant prodige, se si pensa che a quei tempi i titolari di cattedra della sua materia erano sette in tutt'Italia. Seguendo il richiamo dell'Adriatico, si trasferisce poi a Venezia e infine a Padova dal 1994. Autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche, ha creato una scuola: con allievi che sono a loro volta in cattedra a Torino, Venezia, Padova e persino ad Harvard. Ma purtroppo non sono tutti così, anche perché la riforma Berlinguer, con la moltiplicazione dei corsi, le lauree brevi, la separazione tra didattica e ricerca, ha abbassato – a suo giudizio – il livello delle facoltà umanistiche: con studenti di archeologia che conoscono a malapena il latino della seconda media di una volta. “Vorrei farle una domanda professore” – lo ha interpellato tempo fa uno studente, facendogli pregustare un ghiotto quesito di epigrafia latina – “la guerra di Troia l'hanno vinta i Greci o i Troiani?”.
Oggi, tre volte padre e quattro volte nonno, vive a Merano con Graziella (la moglie bolognese dai ridenti occhi celesti, conosciuta sui banchi dell'università) facendo il pendolare con Padova. Potrebbe rimanere in servizio fino a 75 anni, ma vede meglio nel suo prossimo futuro un'attività di consulenza per grandi istituzioni culturali; con eventuali incarichi di professore a contratto presso le università straniere.

Il suocero di Augusto

Eravamo rimasti al primo cavaliere, Marco Livio Druso Claudiano, i cui molti nomi rivelano l'origine fra la gens Claudia e  la successiva adozione nella gens Livia per facilitargli l'accesso alla carriera politica (sarebbe troppo lungo spiegarne i motivi in questo breve spazio). Sta di fatto che questo signore, nato a Pesaro nel primo secolo a.C., aveva ricoperto incarichi di rilievo nella pubblica amministrazione: come è testimoniato dagli scritti di Cicerone e, indirettamente, da quelli di Tacito e Svetonio. Ma la sua gloria imperitura deriva dal fatto che la figlia Livia andò in sposa in seconde nozze a Cesare Ottaviano Augusto. Di conseguenza Druso fu (dopo morto) il suocero del primo imperatore romano e il padre di una dea: titolo che a Livia spettava di diritto, come moglie di un “augusto”. Per la verità Druso si era schierato politicamente con Bruto e Cassio (e quindi contro il futuro genero) in difesa della legalità repubblicana, morendo insieme a loro a Filippi nel 42 a.C.; ma, come padre di Livia e quindi nonno di Tiberio, i posteri decisero di onorarlo ugualmente con grande fasto.
Ad Augusto, attraverso complicate vicende di successione dinastica, segue infatti Tiberio, figlio di primo letto di Livia. Per cui Druso (il difensore della Repubblica) si è ritrovato ad essere l'antenato di quattro imperatori: nonno di Tiberio, bisnonno di Claudio, trisavolo di Caligola e quadrisavolo di Nerone. Può sembrare strano, ma a Pesaro – prima dell'intuizione di Braccesi – nessuno si era mai occupato di questo personaggio che rappresenta un anello fondamentale di congiunzione fra Roma e la città adriatica: tanto che Pesaro venne rifondata come colonia augustea e prese il nome di “Colonia Iulia Felix Pisaurum”. Appunto seguendo le tracce di Druso da Pesaro a Roma, da Formia (patria di sua moglie Alfinia, madre di Livia) a Samo (dove c'è un'iscrizione a lui dedicata), Braccesi è arrivato all'identificazione dei personaggi dei Bronzi: probabilmente un gruppo scultoreo eretto a Roma fra il 19 e il 29 d.C. e poi riprodotto in vari multipli da collocare in diverse località dell'Impero – fra cui Pesaro e Samo – per celebrare la divina Livia con tutti i suoi cari.
“Ma, a parte i Bronzi, è possibile – si chiede il professore – che a nessuno sia venuto in mente di intitolare una via o una piazza al più illustre cittadino pesarese di tutti i tempi?”.

Alberto Angelucci

P.S. E adesso non ci rimane che dichiarare guerra a Pergola, per riportare i Bronzi nella loro collocazione originale. Ma state tranquilli: prima bisognerebbe creare un Museo archeologico a Pesaro. La guerra può aspettare.

 


 
 
 
 
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