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Il caso: le gite scolastiche con lo “sballo”

La scuola e la famiglia

Ritorno su di un argomento che mi sta a cuore: il problema dei giovani. Le ultime gite scolastiche credo abbiano avuto il merito di avere suscitato e risvegliato apertamente un dibattito forse sopito, fuori della scuola, e di essere state una utile opportunità di riflessione per tutti. Abbiamo constatato che gli studenti vorrebbero protrarre, anche nelle gite, quasi con naturalezza, modi di vita tutt'altro che condivisibili. Da tempo, all'uso di droghe si sovrappone, purtroppo, l'assidua consuetudine degli alcolici e superalcolici. Questo tipo di sballo, senza distinzione di sesso, non è più un fatto sporadico, ma per molti un vezzo settimanale, quasi una moda. Pericolose abitudini in quanto vissute con leggerezza e superficialità, come innocue, senza il senso di ribellione o eversione che condizionava i giovani delle passate generazioni.
Nei corsi di Educazione alla salute, che si tengono negli istituti scolastici, gli alunni vengono informati da anni sui rischi delle droghe e, più di recente, sui problemi dell'alimentazione. Ma, lo sappiamo tutti, droghe di vario tipo circolano ovunque, circolano quotidianamente. Conoscerne i rischi non funge da deterrente. Come contenere e contrastare questo fenomeno dilagante? Quale può essere il comportamento della scuola, se non confermare i propri compiti di trasmissione di valori attraversi la cultura, sperando che questo contribuisca a formare allievi che trovino in sé, non solo le motivazioni di un sereno divertimento, ma, soprattutto, un senso diverso dell'esistenza? Può servire dare più spazio a questi argomenti negli organismi competenti? Come non riflettere anche sul ruolo e i doveri dei genitori, sulla crisi della famiglia ed il disorientamento di molti adulti? La scuola può affiancare non sostituire la famiglia. Noi adulti dovremo affinare la nostra sensibilità per affrontare questa ardua sfida, con condivisione di intenti. I disagi a volte ci sfuggono, ci troviamo disarmati di fronte a casi imprevisti ed irreparabili. Se alla base dei comportamenti devianti dei ragazzi ci sono i timori, le insicurezze, il senso di provvisorietà, la mancanza di solidi riferimenti e di mete ideali, dobbiamo noi adulti adoperarci a cambiare in meglio la realtà che li circonda ed attestare nei fatti che la vita non è cosa facile, ma è per tutti un “impegno”, direbbe Manzoni, che può e deve essere affrontato con coraggio, fiducia e perché no? con entusiasmo. Così il tema dell'educazione diventa, come sempre, per adulti e giovani, un problema di serie responsabilità e consapevoli scelte civili e morali: un problema di vita.
"Anguis latet in herba", dicevano i latini: la serpe si nasconde nell‘erba.

Alida Angelotti


Gli adolescenti e i rischi “dell'agita”

Mi perdoneranno gli addetti ai lavori, psicologi e psichiatri, per questo scherzoso gioco di parole. Solitamente quello di cui si discute molto, parlando di adolescenza, sono i rischi dell'agìto, maschile terribile che indica la modalità nella quale l'azione irrompe sul pensiero e sulla parola. Il gesto, a volte improvviso, si pone a sostituto del pensiero e della comunicazione, irriverente dei limiti e delle conseguenze. Soltanto in un secondo tempo, e se abbiamo fortuna, possiamo ritradurre in parole i desideri e i conflitti che ne sono alla base. E di parole, sul caso dei ragazzi della gita del Liceo, ne sono state dette tante, quasi la città si fosse trasformata, in quei giorni, in un enorme setting di terapia di gruppo nel quale insegnanti, genitori e mass-media avessero cercato di dare senso e parola a quei fatti. I giovani, spesso, ci comunicano con degli agìti, e di fronte a questo uno psicologo come me non può che fare il suo mestiere, ossia cercare di decodificare ansie, disagi, devianze. Del resto, non è forse la gita stessa, il viaggio, metafora  dello sballo, della ricerca, attraverso il movimento dell'ignoto e della perdita di confini? Sposa designata dell'agìto, la gita scolastica in questione ha evidenziato tutto il suo potenziale di  gesti inequivocabili, non avendo nulla da invidiare all'omonima gita del film di Pupi Avati. Ve ne ricordo il motivetto “…godi l'incanto di questo istante e non ti chiedere per quanto e perché; solo un momento dura l'incanto, poi potrai vivere la vita com'è…”
Sigmud Freud, di cui si è festeggiato proprio in questi giorni il centocinquantenario della nascita, ebbe a cuore fin dall'inizio dei suoi studi la questione dell'agìto; e sosteneva, forse con troppa semplicità, che mettendo in parole le rappresentazioni, si poteva evitare di ripetetele nei gesti. Ne era così convinto che aprì la porta agli agenti della Gestapo, piombati a casa sua per prelevare la figlia Anna, con l'intenzione di discutere. Proprio lui che aveva un rapporto ambiguo con i “viaggi”. Da un lato la sua paura di salire sul treno, il timore per i gesti espliciti ed istintivi (compreso, contrariamente a quanto si crede, l'atto sessuale), dall'altro la confidenza con le droghe. Condivide poi con l'amico e collega Ernst Fleischl il fumo dei suoi sigari, lo studio sugli effetti terapeutici della cocaina. Questi, ironia della sorte, dopo avergli rubato l'idea per le scoperte scientifiche in proposito, si ritrovò dipendente della sostanza e ne morì giovane. Anche Freud  morì di droga, quella dei suoi sigari responsabili del male alla mascella, ed infine di un'iniezione di morfina, richiesta per terminare le sofferenze.
Si sono dette tante cose sulla droga, sullo sballo, sul rispetto delle leggi di Stato, sui ragazzi che ne sono protagonisti. Tante voci differenti, chiavi di lettura, opinioni e testimonianze per esprimere una realtà complessa e sempre incompleta. Per quello che vedo, la droga è un agìto. Dalla compulsione a drogarsi, può nascere il dialogo e la relazione.      

Raniero Bastianelli

Mini-inchiesta di una studentessa sulla droga nelle scuole

Dalla sigaretta alla “canna” quotidiana

Il mese scorso gli studenti del Liceo Scientifico “G. Marconi” sono stati al centro di uno scandalo: alcuni ragazzi in gita in Sardegna sono stati fermati per detenzione di hascisc e pasticche di anfetamina. Questo accadimento è solo la punta di un iceberg che testimonia quanto sia diffuso l'uso di droga tra i giovani di Pesaro.
Intervistando alcuni ragazzi che frequentano le scuole superiori pesaresi il quadro è scoraggiante. Dice Claudia (16 anni, Liceo Scientifico “G. Marconi”): “Portare del fumo in gita è assolutamente normale! Ma l'uso di spinelli è frequente anche a scuola, molti compagni si fanno uno spinello prima di entrare in classe”.
Giulia (17 anni, Istituto Tecnico Agrario “A. Cecchi”): “C'è un mio compagno che spesso ha il portafoglio pieno di banconote, viene a scuola con un sacco di soldi. Ho scoperto perché: spesso nel porta casco del motorino ha una tavoletta di fumo, che vende all'uscita di scuola o tra i suoi amici”.
Anche Marco fa il Liceo Scientifico “G. Marconi”, ha 18 anni e dice: “Molte volte vedo gente che si fa una canna a scuola, nel bagno o all'uscita e in gita tanti portano il fumo, ma a scuola non ho mai visto girare altra roba tipo anfetamine o cocaina”.
I ragazzi iniziano a fumare molto presto, quasi per gioco, ma molto spesso la sigaretta quotidiana si trasforma nella canna quotidiana. Il “rito” di fumare insieme diventa un momento per socializzare, per farsi degli amici. Sono sempre i caratteri più deboli che ci rimangono fregati; infatti se non riusciamo a farci accettare per le nostre qualità, più che per le nostre trasgressioni, il bere o il fumare saranno sempre i nostri unici mezzi per avvicinarci agli altri. Quando la canna diventa un'abitudine alle superiori, sarà difficile cambiare all'università.
Dice Marta (22 anni, terzo anno all'Università di Bologna): “Ho cambiato tre case in tre anni perché ho trovato sempre dei coinquilini sbagliati, la maggior parte di loro fumava hascisc dalle 9 di mattina alle 4 di notte! L'ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato quando ho trovato due miei coinquilini che tiravano cocaina sui piatti dove di solito mangiavamo”.
Anche Francesco (20 anni, secondo anno all'Università di Ancona) dice: “Gira molto fumo all'università e molto spesso, tra una lezione e l'altra, ci si fuma una canna insieme”.
Questi fatti accadono tutti i giorni ma se ne parla solo quando succede il caso eclatante. Non dovrebbe servire il fatto di cronaca per riaprire la pagina droga; tutti sappiamo dove  e come procurarci un po' di hascisc. Ognuno di noi è stato almeno una volta in discoteca e non è un'impresa impossibile trovare qualcuno che ti offra fumo o pasticche. Ci troviamo di fronte a due alternative: o gli uomini delle varie istituzioni sono così stupidi da non vedere (e credo proprio che non sia così) o si ritiene che sia una situazione accettabile e che questi noiosissimi articoli patinati siano utili per risvegliare le nostre coscienze intorpidite, risvegliarle quel tanto che basta da dimenticare tutto appena chiudiamo il giornale.
Quindi lancio un appello perché chi di dovere assuma delle serie iniziative; iniziamo a far capire che dietro la parola “droga”, troppo generica e ormai ridicola, non c'è solo lo sballo affascinante ma proibito. Certo la televisione e i giornali non ci aiutano: i nostri canoni di bellezza sono modelle che stanno in piedi con una mela al giorno ma sono sempre stranamente sorridenti; e calciatori palestrati, felici & contenti ma che non sanno articolare una frase di senso compiuto e in italiano corretto. Iniziamo delle campagne educative contro la “droga”; così la prossima volta si eviterà, almeno, che molti lettori muoiano a causa della noia.

Alice Querin

Il sindacato dei genitori

Nell'ormai lontano ottobre 1998 ho scritto sullo Specchio un articolo… onirico su certe dinamiche familiari. Visto che la situazione non è cambiata granché da allora (se mai è forse peggiorata), ho pensato di ripubblicarlo in questa pagina dedicata alle recenti storie di droga nelle scuole. D'altra parte è probabile che la grande maggioranza dei lettori lo vedrà per la prima volta. Perché, come diceva Mario Missiroli, mitico direttore del Corriere della Sera: “Niente è più inedito di quello che è già stato pubblicato”.

A.A.


___________________


Ho fatto un sogno. Dopo l'ennesima disgrazia del sabato notte (una macchina fuori strada alle 6 del mattino con quattro ragazzi a bordo: 19 anni il più vecchio, 15 anni la più giovane), un mio amico di mezz'età, ex sessantottino, stava dicendo ai suoi figli durante la cena:
"Cari ragazzi, da oggi si cambia musica. La nostra famiglia non è un albergo dove si entra e si esce a piacimento, né una banca dove si va solo a prendere i soldi. La famiglia è un nucleo organizzato, basato sull'affetto e sulla solidarietà, che deve rispettare alcune regole di convivenza civile: come succede per qualunque comunità, ufficio o club sportivo. Quindi d'ora in avanti vi prego di tornare entro l'una per il pranzo ed entro le otto per la cena, salvo giustificato motivo. Dopo cena potete fare quello che volete, nei limiti del buon senso. Però dovete rientrare a casa prima delle undici nei giorni feriali e prima dell'una e mezzo di notte nei giorni pre-festivi".
"Cosa?!", strillò la figlia quindicenne, aggiustandosi nervosamente una ciocca di capelli, "Tornare a casa il sabato poco dopo l'una? E' pazzesco! Tutta la mia compagnia comincia la serata a mezzanotte e la finisce col cappuccino delle cinque. Vuoi fare di me una disgraziata, isolata dal mondo?"
"No di certo, perché d'ora in avanti non sarà più così. Infatti abbiamo creato un 'Sindacato dei genitori' della Provincia di Pesaro-Urbino e gli iscritti si sono impegnati a far rispettare alcune regole come quelle appena illustrate. Non ci sarà più un ragazzo in giro per discoteche dopo l'una e mezzo di notte, anche perché non gli verrà più concesso l'uso della macchina di famiglia o delle chiavi di casa dopo il primo ritardo. Quindi andrete tutti a ballare alle nove di sera e uscirete dalle discoteche poco dopo l'una: ballerete lo stesso numero di ore, senza rincoglionirvi di sonno e di stanchezza, e sarete più freschi e pimpanti il giorno dopo".
"Ma questa è una limitazione della mia libertà...", replicò la ragazza quasi senza fiato.
"La libertà di ognuno trova sempre un limite nella libertà degli altri", recitò solennemente l'ex sessantottino facendomi sobbalzare nel sonno, "Per esempio io e tua madre vorremmo essere liberi dall'angoscia di svegliarci alle cinque, vedere il tuo letto ancora vuoto e chiederci se tornerai a casa tutta intera anche questa volta. Inoltre devi sapere che i genitori sono responsabili civilmente (cioè debbono risarcire gli eventuali danni causati dai figli) e sono addirittura responsabili penalmente (cioè vanno in galera) per 'omessa custodia', se per esempio i figli minori si mettono a lanciare sassi sull'autostrada".
"Tutto questo non mi riguarda", interloquì il figlio maschio, un diciannovenne di belle speranze appena iscritto all'Università, "Io sono maggiorenne e posso fare quello che voglio".
"Certamente: però non con i miei soldi, la mia casa e la mia macchina. Finché vivi con noi dovrai seguire anche tu le regole decise dal 'Sindacato dei genitori'. Naturalmente sei libero di trovarti un lavoro, cercarti un alloggio e fare quello che ti pare della tua vita, rispettando le leggi di un altro club: quello dello Stato. Comunque vedrai che dopo una settimana di lavoro in ufficio o in fabbrica verrà sonno anche a te dopo l'una di notte".
Ci furono vibrate proteste in tutta la provincia giovanile: ma, come era accaduto anni prima con l'ora legale e col divieto di fumo nei cinema, dopo pochissimo tempo nessuno ne parlò più. Gli orari si spostarono naturalmente all'indietro e le discoteche cominciarono a chiudere presto: perché dopo l'una rimanevano solo pochi clienti quarantenni che si guardavano in faccia sbadigliando. E poi anche i disc-jockey erano stanchi, avendo cominciato a lavorare alle nove.

***

A questo punto mi sono svegliato. Però se qualcuno dei nostri lettori vuole continuare a sognare, ci mandi una lettera con i suoi commenti, pensieri, suggerimenti su questo argomento. Le pubblicheremo tutte sullo Specchio

 


 
 
 
 
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