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Il riscaldamento della Terra

Dopo aver affrontato nei precedenti incontri temi quali ad esempio: “Le frontiere della ricerca”, “La Scienza e l'Uomo” (tenute dal professor Carlo Rubbia), “Il futuro dei giovani” (tenuta dal professor Antonio Vitale), la Fondazione Occhialini si è interrogata recentemente sul problema del riscaldamento globale della Terra. Non sempre l'opinione pubblica riesce a seguire il ritmo dei cambiamenti in atto e ad intervenire con cognizione di causa nei processi decisionali. Questi incontri della Fondazione Occhialini (che verranno raccolti in un libro) rappresentano un esempio concreto di come si può mantenere un canale informativo fra scienza e società, fra ricercatori e cittadini, per affrontare criticamente le grandi questioni sollevate dal progresso.

Qualcuno, per far capire quanto drammatica sia la situazione energetica e ambientale della “navicella spaziale Terra” ci ha paragonato ai passeggeri del Titanic che spensieratamente – allietati da musica, balli e champagne – vanno incontro alla tragedia. Ma il paragone è ingeneroso nei confronti di questi ultimi, perché loro non sapevano che di lì a poco avrebbero incrociato un iceberg, mentre noi sappiamo di stare andando incontro alla catastrofe e facciamo finta di niente.
Prima dell'avvento dell'era industriale, cioè indicativamente prima del 1800, l'uomo non aveva gli strumenti necessari ad uno sfruttamento intensivo delle risorse naturali. Per quante modifiche potesse apportare agli ecosistemi naturali, i cicli naturali (biologici o climatici) riuscivano a ripristinare le condizioni precedenti all'intervento umano in una scala di tempi misurabile in anni o decenni. La rivoluzione industriale ha dotato l'uomo di una capacità di modifica dell'ambiente in cui vive che non ha precedenti nella storia dell'umanità. E' una capacità in generale molto positiva; ha portato, ad esempio, alla bonifica di diverse regioni prima inabitabili o dove malaria, malattie e carestie in genere erano endemiche; si è contemporaneamente avuta una riduzione sostanziale della mortalità neonatale, un allungamento della vita media (da meno di 40 a più di 80 anni) ed un miglioramento generale delle condizioni di vita.
Questo sviluppo non è però avvenuto né in maniera omogenea (vi sono regioni del mondo molto più sviluppate di altre) né in maniera organica. Il modello base dello sviluppo è consistito nello sfruttamento delle risorse disponibili e nell'abbandono nell'ambiente dei prodotti di scarto della produzione, senza alcuna cura né per il fatto che alcune risorse disponibili non sono infinite, né per l'inquinamento ambientale più o meno grave che la dispersione nell'ambiente dei resti di produzione o dei rifiuti in generale può comportare. I problemi connessi a questo modello di sviluppo sono molteplici: la stabilità degli approvvigionamenti di energia (in particolare di quella fossile, che costituisce la maggiore fonte energetica) è spesso subordinata alla stabilità politica di intere regioni; l'inquinamento di acque, terreni ed atmosfera possono rendere difficile od impossibile la vita in intere regioni; il progressivo disboscamento e la desertificazione alterano interi ecosistemi. In alcuni casi, gli effetti dell'alterazione degli ecosistemi sono sotto gli occhi di tutti ed è quindi relativamente più facile sensibilizzare l'opinione pubblica a questi temi. Purtroppo vi sono anche altri effetti, più subdoli perché meno visibili (ma non per questo meno pericolosi), che possono essere osservati solo da scienziati o tecnici della materia. I casi più noti sono relativi al cosiddetto “buco dell'ozono” studiato attraverso satelliti artificiali a partire dagli anni 80) ed ai cambiamenti climatici globali, il più noto dei quali è “l'effetto serra''.
Il primo consiste nella riduzione dello strato di ozono (che è una molecola formata dal solo ossigeno) che ci ripara dai raggi ultravioletti del sole. La riduzione dello strato di ozono potrebbe portare ad un aumento di casi di cancro della pelle su scala mondiale. Fortunatamente, per il momento, questa riduzione è stata osservata solo sulle regioni antartiche, quindi in regioni non abitate.
Il secondo effetto consiste nel progressivo accumulo in atmosfera di biossido di carbonio (CO2) ed altri gas analoghi che hanno la proprietà di trattenere sulla terra la radiazione solare che altrimenti verrebbe dispersa nello spazio. Agiscono cioè come i vetri di una serra che lasciano passare la luce del sole e nel contempo trattengono dentro la serra l'energia (sotto forma di un aumento di temperatura) che questa radiazione solare trasporta. Questo effetto porta ad un generale aumento della temperatura su tutto il pianeta, a una maggiore desertificazione, e a un progressivo innalzamento del livello dei mari e degli oceani, con conseguenti allagamenti di zone attualmente popolate.
E' chiaro che se si vuole salvare il pianeta dal suo destino di discarica a cielo aperto o dalla progressiva erosione delle zone abitabili, occorre cambiare radicalmente il modello di sviluppo che la nostra società sta seguendo. In particolare occorre passare dal modello “produci-usa-getta” ad un modello del tipo “produci-usa-ricicla”, dove cioè ogni bene già utilizzato non venga abbandonato nell'ambiente dopo l'uso, ma partecipi a un ciclo dove possa essere riutilizzato più e più volte. Il passaggio dall'economia di sfruttamento a quella dell'utilizzo consapevole non è né facile dal punto di vista tecnico né vantaggioso economicamente (almeno allo stato attuale delle cose). In generale occorre mettere in atto politiche mirate e spesso di natura sovra-nazionale per agevolare lo sviluppo di metodologie e cicli produttivi che abbiano il minimo impatto ambientale.

Antonio Vitale

 


 
 
 
 
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