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Storia e miseria di Palazzo Perticari


Se la contessa Costanza entrasse oggi nel palazzo che la ospitò per dieci anni a Pesaro, in Via dei Fondachi (oggi al 48 di Corso XI Settembre, così chiamato in ricordo dell'entrata dei Piemontesi in città nel 1860) stenterebbe a riconoscere il palazzo avito dei Perticari, fatto costruire da Andrea, padre di Giulio, Giuseppe e Gordiano Perticari. Quest'ultimo, “Gordianino” come lo chiamava il fratello maggiore Giulio, fu il fondatore della Cassa di Risparmio di Pesaro non appena, alla caduta dello Stato Pontificio, l'usura fu sottratta agli ebrei e concessa anche ai cristiani. Niente di negativo, per carità, le banche ebree e i Monti dei pegni cattolici non erano da meno, in fatto di alti interessi da pagare, delle banche aperte in quegli anni dai possidenti più facoltosi delle varie città. A Pesaro i Perticari appartenevano alla piccola e recente nobiltà, il loro cognome derivava dall'umile “pertica” degli agrimensori; non avevano quindi blasoni illustri provenienti dai duchi Sforza o Della Rovere, ma semplicemente erano stati nominati conti qualche decennio prima dal Papa per i loro meriti di fedeltà alla Chiesa. Per anni furono in lite con i conti Mamiani Della Rovere, veri feudatari di S. Angelo in Lizzola, paese nel quale i Perticari avevano case e terre, perché non volevano pagare al “barone” le tasse feudali che gli spettavano. Ci vollero i Francesi e Napoleone, che abolirono i privilegi feudali, perché i Perticari la spuntassero.
Molti di loro, come lo stesso Giulio Perticari, erano stati avviati alla carriera ecclesiastica (Giulio, canonico già all'età di otto anni, vi rinunciò da giovane, anche per la lunga relazione che ebbe con Teresa Ranzi che gli aveva dato un figlio “segreto”), altri alle cariche pubbliche: Giulio fu giudice, consigliere comunale, commissario alle scuole, gonfaloniere di Savignano; Gordiano fu più volte gonfaloniere, e cioè sindaco, di Pesaro; Giuseppe per contrasti con Giulio, del quale non accettò mai il matrimonio con Costanza Monti, andò a vivere a Napoli. In conclusione i Perticari vivevano di rendita, possedendo decine di poderi a Pesaro e dintorni, ma non si potevano permettere lussi eccessivi; pertanto il loro palazzo, pur comprendendo una cinquantina di stanze su quattro piani di altezza, non poteva gareggiare con i palazzi degli Antaldi, dei Baldassini, dei Mosca, dei Paoli. Comunque varie stanze, nonostante l'avarizia memorabile della famiglia, furono affrescate già dalla costruzione del palazzo, alla fine del Settecento, forse da allievi del Lazzarini, come Tommaso Bacciaglia che ne fu probabilmente l'architetto. Una ghiotta occasione per abbellire alcune stanze capitò a Giulio quando nel 1817-1818, come promotore della costruzione del Teatro nuovo (che più tardi prese nome di Teatro Rossini) riuscì a portare a Pesaro vari artisti di rilevanza nazionale, conosciuti a Milano grazie alle altolocate frequentazioni del suocero, il poeta Vincenzo Monti. Per decorare il teatro, assieme a Monticelli, Landriani e Sanquirico che eseguirono le scene, vennero i decoratori Bertolani, Trifoglio e Felice Giani. Di quest'ultimo Giulio e Costanza divennero amici e l'ospitarono in casa, tanto che Giani per loro decorò uno studiolo e una camera da letto. Lo studiolo privato di Giulio fu da lui abbellito con scene mitologiche, Minerva, Apollo e Muse racchiuse in ottagoni, esagoni e tondi. Una stanza del piano superiore fu decorata con i segni dello zodiaco su fondo azzurro.
 Anche se la documentazione precisa dell'incarico a Felice Giani per Palazzo Perticari non è stata per ora rintracciata, tutto fa pensare a lui: la presenza di Giani, amico ed ospite a Pesaro di Giulio, la mano del pittore che ricorda gli analoghi dipinti di Palazzo Severoli a Faenza: e i medaglioni della libreria Marciana di Venezia. Felice Giani, piemontese, pittore e decoratore di interni, fu uno dei massimi esponenti del neoclassicismo italiano. Dipinse a Roma, a Venezia, a Ferrara, Ravenna, Forlì, Imola. Napoleone lo volle a Parigi. Nel 1802 lavorò alla decorazione di Palazzo Milzetti a Faenza: forse il suo capolavoro. Nelle Marche era già venuto nel 1797 per lavorare nel palazzo comunale e alla volta del teatro (oggi dedicato a Pergolesi) di Jesi, dove eseguì otto riquadri con storie di Apollo e con le Ore, contribuendo decisamente al rinnovamento in senso neoclassico dell'arte locale. Molti suoi studi e ritratti si conservano a Fermo nella Biblioteca comunale. Vero personaggio "irregolare" nel panorama artistico neoclassico, con una grande conoscenza della storia e della mitologia pur essendo illetterato, Giani conduceva una vita girovaga e bohemién e lavorava con un'organizzata bottega che comprendeva ornatisti, stuccatori e mobilieri.
Ora purtroppo Palazzo Perticari è in abbandono totale; e se il Comune di Pesaro, al quale è andato per lascito dell'ultima contessa Vittoria Perticari nel 1948 (in realtà la contessa lo lasciò all'Ospizio Mazza Mancini, poi Irab, a scopo di beneficenza, ma, con l'incorporazione degli enti comunali di assistenza da parte dei Comuni, è ora del Comune), non si affretterà a trovare una soluzione il palazzo crollerà da solo. Quelli che crollano fin da ora sono gli affreschi, in particolare quelli del salone delle feste, dipinti su cassettoni di legno, che già sono caduti in migliaia di frammenti sul pavimento.
Cosa direbbe oggi la contessina Costanza che in quelle stanze, fino alla morte del marito Giulio nel 1822, passò i dieci anni più belli della sua tragica vita? Così Costanza in una lettera al padre parla di quel periodo felice: “Giulio è il migliore marito del mondo. Passo la mia giornata che non me ne accorgo neppure. La mattina io mi alzo alle nove circa, la mia toletta e la colazione mi porta fino alle dieci e fino ad un'ora dopo mezzogiorno studio l'inglese, scrivo, leggo (…) Poi fino all'ora di pranzo mi metto al pianoforte. Dopo il pranzo, se il tempo lo permette, vado a fare una trottata. Alla sera ho la mia piccola società di amici, e si suona, si balla, si canta, si legge forte qualche cosa che ci faccia ridere, o altro. Qualche volta vado a passar la serata da qualche signora amica mia e per lo più alla mezzanotte me ne vado a letto. Quando v'è teatro vado a teatro…”.
Poi, il 22 agosto 1822, tutto precipita. Costanza è cacciata da Pesaro dal cognato Gordiano e dal cugino del marito, Francesco Cassi, che l'accusano di avere avvelenato il povero Giulio, in realtà morto di cancro al fegato. Dei Perticari, in quelle stanze vuote (e forse disgraziate), non v'è più un solo segno; ma, chiudendo gli occhi, si può sentire ancora la risata fresca di Costanza e le note al clavicembalo di quel buontempone di Gioachino Rossini, che fu per mesi gradito ospite e amico della casa.

Luciano Baffioni Venturi


Nelle foto:
1)Il Palazzo Perticari a Pesaro.
2)Apollo di Felice Giani.
3) Segno zodiacale.

 


 
 
 
 
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