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Giugno 2007 / Lettere e Arti
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Questioni di lingua:
La congiuntivite cronica

Di congiuntivo prima o poi dovevamo parlare, se non altro per dare conto di un'iniziativa partita da una scuola di Castiglione delle Stiviere, nel Mantovano: la costituzione del SIC (“Salviamo il congiuntivo”, quasi si trattasse di una specie protetta), con relativo sito Internet, richiesta di adesioni, comparsa in Tv dei ragazzi promotori del movimento. Una notizia che ha fatto un certo clamore.
Sennonché, a ridimensionare la presunta “crisi” o addirittura “morte” del congiuntivo, ciclicamente denunciata da qualche grammatico catastrofista o da non addetti ai lavori, sta di fatto che questo modo verbale resiste ancora bene, se non nel parlato, nell'italiano scritto, anche quello senza pretese letterarie, nella stampa popolare e perfino nei fumetti. Provare per credere: si dia una sguardo a Topolino. Ma dov'è questa crisi?
Si sa che l'indicativo esprime ciò che è o avviene, il congiuntivo una modulazione affettiva: ciò che pensiamo, speriamo, temiamo, crediamo opportuno o possibile, magari a certe condizioni (“Credo che sia un'impresa difficile”, “Se avessi partecipato, avresti vinto”). In realtà fin dai primi secoli della nostra lingua, al di là dell'opposizione tra certezza e incertezza, oggettività e soggettività, l'alternanza indicativo/congiuntivo è stata per lo più il riflesso di una scelta tra due registri stilistici: colloquiale e formale rispettivamente, ovvero popolarità e tradizione: “Credo che si mossero”, Dante; “Credo ch'avete assai malinconia”, Sacchetti...
Che il congiuntivo stia perdendo quota nell'italiano parlato d'oggi non può che dispiacere: perde qualcosa la nostra identità culturale. Ma i cambiamenti linguistici hanno sempre una giustificazione, e magari più d'una. In questo caso, visto che il verbo reggente (“penso”, “credo”, “spero”) contiene già l'idea di dubbio o di ipotesi, potrebbe essere superfluo ribadirlo anche col congiuntivo. Quindi la costruzione “Penso che è meglio” si può giustificare come... economia linguistica.
E' la sorte, come osserva F. Sabatini, di tutte le lingue molto parlate, che avevano inizialmente il congiuntivo, ma lo hanno poi gradualmente sostituito con l'indicativo. Assai più in là di noi si è spinto nella riduzione il francese e così pure lo spagnolo, ma non ne hanno risentito più di tanto. Di congiuntivo non si muore (dal punto di vista delle lingue!). In ogni caso, che una lingua viva si cambi è un fenomeno fisiologico. Cambia proprio perché è viva e nessuno può arrestare i suoi cambiamenti: né i grammatici, né tanto meno le istituzioni.
Ma insomma: “Non so perché mi abbiano invitato” o “Non so perché mi hanno invitato”? Sono espressioni entrambe corrette, solo differenti nello stile: l'una più elegante e classica, per così dire in giacca e cravatta, l'altra più pratica in maglietta e jeans. E' il contesto del discorso a consigliare la scelta. Piuttosto sarebbe importante non intonare l'ennesima geremiade e non creare una “congiuntivite” linguistica. Ce n'è già un'altra, quella oculare, di per sé abbastanza fastidiosa!

Alfredo Prologo

 


 
 
 
 
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