Era l'anno in cui il dibattito sull'obbligatorietà del casco per i conduttori di motociclo aveva assunto toni da operetta. Le signore, spalleggiate dalle loro parrucchiere, protestavano perché avrebbe rovinato l'acconciatura, i giovani perché se ne sarebbe andata in fumo buona parte della loro spavalderia, le ragazze perché non avrebbero mai potuto come una volta le loro mamme, capelli e gonne al vento, salire spensierate sulla Vespa dell'innamorato. Con il casco, si diceva, sarebbe stato impossibile fare un film come “Vacanze romane”. Dall'altra parte si opponeva il numero dei giovani rimasti paralizzati e persino l'elenco delle morti causate dalla mancanza del casco. Ero allora insegnante in una scuola superiore e ricordando ai miei allievi che almeno dieci anni prima avevo promosso nell'indifferenza generale una battaglia simile, chiesi loro di dare una dimostrazione unitaria, volontaria e pubblica. Ai giovani, con qualche perplessità sul versante femminile ed una sola assoluta, invalicabile diserzione di colei che si riteneva la “bellona” della classe, la proposta piacque. Furono sedotti, ne sono sicuro, dall'idea di diventare “celebri” dando per giunta una prova di maturità e saggezza. Mi chiesero però una contropartita. Poiché avevo detto loro che anche Valentino Rossi sosteneva l'idea del casco mi chiesero papale papale: “Prof. lei fa venire Valentino in classe e noi le promettiamo di venire tutti con il casco”. Ricordando che ero stato per cinque anni assessore allo Sport della Provincia accettai la sfida. Una telefonata a Tavullia, un contatto con il padre del campione, una vaga promessa. Allora era ancora possibile. Entusiasmo generale con richiesta di ospitalità nella nostra classe da parte dell'intero Istituto. Ma i giorni passavano e l'auspicata epifania non si avverava. Per allentare la tensione chiamai allora a parlare dell'incredibile carriera di Valentino il suo biografo: suo e mio amico Franco Bertini. Fu un successo incredibile, non so come, la notizia di questa singolare sfida trapelò e trovò ospitalità anche sulla pagine nazionali di alcuni quotidiani. Il mattino successivo un bidello trafelato entrò in classe e mi comunicò che mi cercava “la televisione”. Destando l'ilarità generale, risposi che trattandosi di un elettrodomestico poteva passargli “il frigorifero”. Il suo sconcerto mi spinse però a chiedere da dove avessero chiamato. La risposta venne, sussurrata, con il sussiego dei marchigiani: da Roma. A questo punto non potevo più sottrarmi. Scesi in Segreteria ed una voce femminile mi comunicò, dopo essersi accertata della mia identità che Bruno Vespa avrebbe voluto me e la mia classe a “Porta a Porta” nella stessa serata in cui sarebbe stato ospite Valentino. Sicuro del fatto mio accettai a nome della classe ed iniziai una defatigante trattativa perché la signora gentile ma ferrea voleva che fossimo noi a pagarci il pullman. Altrettanto seccamente risposi che conoscendo gli scandalosi cachet pagati dalla RAI non se ne parlava nemmeno. Nessun compenso per la comparsata, nessuna spesa a carico nostro. Aggiunsi che se in tutti i casi analoghi la RAI si fosse comportata in questo modo avrebbe potuto risanare i suoi bilanci senza ricorrere sfacciatamente ogni anno all'aumento del canone. Non so se la convinsi però ottenemmo il pulman ed anche la promessa di un pasto post trasmissione. Arrivammo puntuali agli studi e fummo parcheggiati in un corridoio . Provate voi a tenere buoni in uno studio televisivo dove le celebrità si alternano alle celebrità venticinque ragazzi e ragazze di sedici anni. Ci fu chi riportò a casa 18 autografi esibiti ogni volta al sottoscritto come trofei. Per farli smettere suggerii di far firmare anche l'usciere inventando che da giovane era stato un grande attore finito in miseria per il vizio del gioco ed assunto alla RAI per pietà. Dopo ore, senza cibo e bevande con il supplizio di vedere passare vassoi su vassoi di tramezzini diretti alla stanza dei VIP ci fu consentito di entrare nello studio dove dopo mezz'ora apparve, senza neppure salutare i presenti, Bruno Vespa. E la ripresa cominciò. Valentino fu insuperabile; anche Mancini, non ancora allenatore dell'Inter, fu simpatico e disponibile. I ragazzi se la cavarono egregiamente. Vespa, lo notarono anche i ragazzi, dimostrò interesse soltanto per il proprietario della casa motociclistica italiana per la quale allora correva Valentino. Per fortuna ci fu un intervallo durante i quale i giovani scesero in platea a salutare i loro beniamini e raccattare gli ultimi autografi. Da Vespa neppure una parola. A ripresa terminata, insalutati ospiti, con un panino elastico e lattine di coca in mano, ci riavviammo al pullman per il viaggio di ritorno. Fu così che vidi da vicino, per la prima ed ultima volta, Bruno Vespa. A Fano nessuno ci aveva visto. La gloria poteva attendere. Senza che ci fosse comunicato nulla, la trasmissione non era andata in onda. Alcuni fortunati la videro soltanto alcune settimane dopo.
Alberto Berardi
|