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Lettera all'amico di penna


Come abbiamo già ricordato in passato, una signora di Modena, Noris Cametti Ponzana, è stata idealmente la madrina – o la levatrice – del nostro giornale. E' stato infatti dopo l'apparizione di una sua lettera sulla festa di “San Valentino” in ospedale, pubblicata nell'edizione nazionale del Resto del Carlino nel 1997, che ha preso forma il progetto di un giornale cui potessero collaborare tutti i cittadini con un commento, un'idea o una creazione letteraria da condividere con gli altri. In questi dieci anni siamo ringiovaniti insieme: lei scrivendo i suoi pezzi in punta di penna, noi cercando ogni giorno nuovi interlocutori e nuovi talenti. Pubblichiamo questo articolo per il decimo anniversario dello Specchio, augurandoci di festeggiarne ancora tanti, insieme ai nostri collaboratori e lettori.

Carissimo amico,
amico da sempre, da quando ho imparato a scrivere e anche prima, quando scarabocchiavo solamente, tu hai diviso con me i miei pensieri, i miei sfoghi, le mie impressioni. Sei stato sempre il mio foglio bianco, con i quadretti, le righe, silenzioso, pulito, paziente in attesa che la penna amica ti riempisse con le mie parole. Quante cose abbiamo detto, espresso, condiviso: cancellature, segni, a volte anche lacrime, dovute alle mie emozioni che ti bagnavano e che tu velocemente assorbivi per darmi modo di continuare a scrivere. Lettere, sogni, sognati la notte, che di giorno non erano più realizzabili e svanivano, finivano nel cestino; e tu, tutto stropicciato, mi guardavi quasi rimproverandomi. Come avrei fatto senza di te? Quante rime, virgole, punti, puntini, accenti, e la scrittura sempre diversa perché esprimeva il mio stato d'animo. A volte rabbiosa, a volte dolce, ma finiva sempre su di te. Ho iniziato a scrivere con una penna di legno con un pennino fatto a campanile, e intingendolo nella boccetta dell'inchiostro, sovente ti macchiavo; per cui chiedevo aiuto alla carta assorbente. Abbiamo azzardato certe relazioni sui convegni medici ai quali partecipavamo insieme; abbiamo mandato articoli ai giornali esprimendo complimenti o disappunti. Abbiamo espresso ai nostri parenti ed amici il nostro bene, il nostro pensiero, abbiamo dedicato qualche preghiera a Maria con devozione… e sono passati settant'anni.
Un giorno una telefonata da parte di una persona importante molto più di noi due ci disse che avremmo potuto mandare i nostri scritti a un  giornale di Pesaro e che sarebbero stati l'inizio da seguire da parte di tanti altri cittadini che volessero farlo. Nasceva, quel giornale, proprio con quell'intendimento e noi "onoratissimi" ci mettemmo al lavoro mandando a quel giornale, che stava per nascere, i nostri pensieri. Io cercavo di scrivere con una calligrafia dignitosa ma a volte la segretaria del giornale mi telefonava perché non capiva cosa avevamo combinato come scrittura. Venne un giorno che i miei figli mi regalarono il computer. Io – ormai settantenne – temevo di non essere all'altezza di capire il funzionamento, ma con il loro aiuto tutto è stato facile e piacevole. Tu però, infilato nella stampante con tanti altri fogli, mi guardavi triste e accettavi le botte d'inchiostro che ti arrivavano, ti riempivano di parole in grassetto, in corsivo e rimpiangevi il tempo nel quale la mia penna su di te vergava parole su parole: ed erano per te carezze, massaggi che ti rincuoravano. Io con l'aiuto del computer ho scritto su di te già tre libri, ma le mie lacrime di emozione le ho dovute asciugare da sola, senza di te che le assorbivi come facevi un tempo, mentre rivivevo e ricordavo momenti belli e altri tristi. Tu c'eri ma eri lì sotto, infilato nella fessura; e a volte, per dirmi il tuo dispiacere, ti stropicciavi tutto arricciandoti e io dovevo accarezzarti, facendoti capire che non era cambiato niente fra me e te… era solo cambiato il modo di comunicare, era cambiato il mondo! Comunque caro amico di scrittura, di penna, sono passati dieci anni da quel primo giorno in cui scrivemmo un articolo per “Lo Specchio della città” e io non potrei essere presente ai festeggiamenti per la ricorrenza senza di te. Quindi andremo assieme e ti giuro che se qualcosa dovrò scrivere lo farò con una penna; non più quella con il pennino, ma il contatto fra noi due ci sarà e sarà quello di una volta. Tu lo sai che senza di te non potrei fare niente. Sei indispensabile sempre! Tu sei l'amico di penna, di scrittura e anche se ti ho infilato in una fessura sei il mio amico inseparabile e – ovunque vado – ti porto sempre con me! Il formato può essere piccolo, grande, chiuso in un blocchetto, in tasca, nella borsa, ma sempre a me vicino. Grazie amico! La tua amica di penna.

Noris

 


 
 
 
 
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