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Giugno 2009 / Lettere e Arti
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Le donne del Cesano secondo Agrà

Natale Patrizi, P.d’A. Musa del Cesano.

A completamento dell'articolo di Alberto Berardi (“Natale Patrizi: le donne del Cesano”, Lo Specchio di maggio) vorrei aggiungere qualche mia considerazione sul tema. Consideravo l'italiano una lingua forestiera, abituato a parlare il dialetto del luogo; non c'era verso che riuscissi a cambiare. Queste difficoltà verbali mi ostacolarono poi qualsiasi approccio con le ragazze del mio paese, soprattutto con le ragazze “per bene”; ogni dialogo si interrompeva, si tornava a quel silenzio insopportabile per continuare a non dire le cose, quelle per sempre taciute…
Aver incontrato d'estate le ragazze straniere, che non conoscevano la mia lingua né io la loro, mi metteva alla pari, mi sentivo a mio agio, nel cercare nei gesti, nelle espressioni dei loro occhi un dialogo improvvisato, inventato: un modo nuovo di comunicare. Tutto era vero, reale, genuino: quei corpi e quegli occhi risplendevano di blu e di azzurro del mare, mentre il cielo era bianco, abbacinato di luce. E' qui che cominciai a dipingere la “luce”. Siamo nel 1966 (mentre incidere le donne sulle sabbie del Cesano fu una decina d'anni più tardi) e i miei cartoni ombrosi, dai colori della sera, diventarono improvvisamente pieni di luce. Sconvolto in tutta la persona, quei cartoni uscivano forgiati da passioni tumultuose, si modellavano di quelle loro forme vellutate. Il cartone era la loro immagine proiettata in un angolo dell'Italia, su quel litorale ghiaioso di una Marotta ancora intera, genuina, felliniana. Da emarginato quale ero, mi sentii privilegiato nel godere di questa bellezza. Ricordo, tra tutti cartoni, una tela di materasso a righe larghe intelaiata, con una tedesca bionda dipinta, dalle carni ambrate, che ritrassi in tutta la sua altezza, da non finire mai di dipingere quelle sue gambe che arrivavano in fondo alla tela: morbide ben tornite profumate, calde: la luce gli girava attorno, rendendole irresistibilmente belle. Dovevo dipingerle perché sapevo che, una volta dipinte, sarebbero state mie per sempre.
Passai l'estate a ritrarre le straniere e poi tornai sui monti cercandole ovunque, rivedendo i loro grandi corpi nelle brume, nelle nebbie del mattino: e l'insieme dei campi formavano il loro grande corpo, e quei nudi di donna si alternavano per quelle colline che da Pergola salgono a San Savino. Col tempo l'esperienza all'aperto la riportai in studio; e le nuove arrivate, a quei corteggiamenti insoliti, risultavano compiaciute, tanto che già a metà lavoro dovevo smettere… per dedicarmi interamente a loro! In quasi quarant'anni, di sole lastre ne ho incise quasi mille, delle quali molte non ho avuto il tempo di provarle, altre si sono ossidate, ma è come se non le avessi fatte: ogni volta che incido è sempre la prima volta. Nel libro “Donne del Cesano”, che ne raccoglie appena 150, a conclusione del volume riporto – sull'urgenza di incidere – queste testuali parole: “Mi premeva precisare che l'irregolarità di molte matrici, soprattutto quelle incise negli anni '70, è legata alla difficoltà di procurarmi il metallo, usufruendo solo di ritagli di zinco (da 2,4, 5 decimi ) che un artigiano di San Michele al Fiume mi metteva da parte; consistenti sforbiciature trapezoidali che incidevo con molta attenzione da ambedue le parti evitando di oltrepassare il lieve spessore; è qui che sono nate Donne del Cesano, Donne di Ponte Sasso. Il metallo era per me prezioso, permettendomi di esprimere nell'“urgenza” di una emozione; rimanendone senza dovevo tornare al più presto a farne rifornimento.
L'urgenza d'espressione nasce dal di dentro, come energia poetica che solo la donna può far scaturire nell'uomo: quando in sua assenza tutte le cose parlano di lei; quando in sua presenza tutte le fa parlare. La poesia ha il conforto delle cose che la ricordano: non solo le colline, ma anche il mare stanno a ricordare o sottolineare i suoi occhi, i suoi seni. E ripensando ai suoi fianchi, rivedi prosperose colline di frumento scese al mare o viceversa. Le cose non avrebbero sapore se non fosse stata creata come ultima immagine la “donna”; ed io avrei dipinto un solo quadro, inciso una sola lastra della “stacciola” se mi fossi trovato nel silenzio delle cose, solo, senza la mia compagna!

Natale Patrizi (Agrà)


 
 
 
 
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