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Pillole di storia: Raimondo Montecuccoli, condottiero europeo


Ho avuto il privilegio di imbarcarmi sul mitico incrociatore “Raimondo Montecuccoli” al termine del primo anno della Scuola Navale Militare, giugno 1963, per una campagna di istruzione nel Mediterraneo. Al rientro, assistemmo alla partenza per quella che sarebbe stata l'ultima crociera della nave prima del disarmo. Era stata varata nell'agosto del 1934, 8.800 tonnellate di dislocamento, 37 nodi di velocità, 8 cannoni da 152/53 e ben 6 da 100/47; 57 ufficiali componevano il suo stato maggiore, 550 erano gli uomini dell'equipaggio. Questo gioiello dell'ingegneria navale italiana aveva partecipato a tutte le più importanti battaglie del secondo conflitto, Punta Stilo, Prima Sirte, Mezzo Giugno, Mezzo Agosto. In porto a Napoli, il 4 dicembre 1942, aveva subìto un bombardamento aereo con morti e feriti ed una bomba si infilò dentro il fumaiolo senza esplodere, lesionando solamente l'asse di legno su cui era inciso il motto dell'Unità: “Centum oculi” e asportandone la “o”. Io ho visto quell'asse, che tutti a bordo consideravano il portafortuna, e così ho imparato il motto di un grande italiano, conosciuto ed osannato in Austria, sconosciuto ai più qui da noi.
Raimondo nacque a Pavullo (Modena) il 21 febbraio del 1609 nel castello di Montecucco. Il padre Galeotto era il feudatario e la madre, Anna Bigi, dama d'onore presso la corte estense. Rimasto orfano del padre, si arruola come soldato semplice nelle schiere di Rambaldo di Collalto e partecipa a tutte le campagne militari d'Europa: la guerra dei Trent'Anni (1625-1648) e la Guerra di Polonia (1637-1659). Nella presa di Kaiserlautern si guadagna la nomina a colonnello. Conosce anche la prigionia per ben due volte (1631 e 1639) e la sfrutta per leggere tutto quello che trova nella biblioteca dei castelli in cui è ristretto raccogliendo i suoi pensieri in Quaderni di osservazioni. Dopo la strepitosa vittoria di Troppau, nel 1643 viene “chiesto in prestito” dai suoi vecchi signori, gli Este, per battere Papa Urbano VII nella guerra di Castro (1643-1644), vinta sotto il suo comando. Rientrato in Germania, ottiene la nomina a maresciallo di campo e riparte per le vittoriose campagne in Sassonia, in Ungheria, in Franconia, in Boemia e nella battaglia di Triebl (agosto 1647) guadagna sul campo la nomina a generale della cavalleria. La sua fama giunge all'apice nella guerra contro i Turchi (1663-1664) conclusasi con la celebre quanto inaspettata vittoria sul fiume Raab (1 agosto 1664) quando Raimondo, alla guida delle truppe imperiali con meno della metà degli uomini a disposizione dei Turchi, tagliò loro la ritirata al fiume. Nominato per questa impresa presidente del Consiglio di Guerra della Corte, Montecuccoli nella campagna del Reno (1672-1675) contro i Francesi di Luigi XIV, il Re Sole, ebbe di fronte il più grande condottiero dell'epoca, il maresciallo Turenne che, sconfitto, trovò la morte nella battaglia di Altenheim il 20 luglio 1675.
Raimondo fu anche autore di un celebre “Trattato della Guerra” su base scientifico matematica e del saggio in tre volumi “Della guerra contro il turco” che contengono i famosi Aforismi dell'arte bellica. Ugo Foscolo fu un suo ammiratore e fu ricordato anche da Napoleone. Uomo pragmatico e idealista, con una lungimirante concezione dell'Europa, fu grande studioso della psicologia dell'avversario, cui non negava anche la sua stima. Dettò una frase che rimane valida in ogni tempo: “Per fare la guerra occorrono tre cose: denaro, denaro e denaro”. Di lui si sospettò una relazione con la regina Cristina di Svezia che nel 1654 abdica al trono e, abbandonato il suo Paese, si converte al cattolicesimo e si trasferisce a Roma accompagnata proprio dal Montecuccoli. Ma la storia dice che rimase sempre fedele alla consorte, principessa Margarethe von Dietrichstein che gli portò in dote il castello di Hohenegg, in Austria, sua dimora preferita e gli diede tre figlie femmine ed un maschio: Leopoldo Filippo che morirà nel 1698 senza eredi.
Morì per un'emorragia, a 71 anni, il 16 ottobre 1680, a Linz dove si era rifugiato per sfuggire all'epidemia di peste. Voleva essere sepolto nella chiesa dei Gesuiti dei Nove Cori Angelici a Vienna e l'imperatore accolse il suo ultimo desiderio con una cerimonia funebre di un fasto mai visto prima. Ma nessuno dei Savoia fu presente. I successori ebbero in dono il castello di Pisino (Istria) che conservarono fino alla fine della seconda guerra mondiale.

Paolo Pagnottella


 
 
 
 
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