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L'attacco austriaco a Pesaro e Fano


Circa due settimane dopo la dichiarazione di guerra dell'Italia all'Austria (24 Maggio 1915), una squadra navale nemica in navigazione nell'Adriatico batteva la costa tra Fano e Rimini con l'intento di interrompere in più punti le comunicazioni ferroviarie. Composta da undici unità, durante la notte un incrociatore e due torpediniere si erano fermati di fronte a Fano mentre un altro incrociatore e sette torpediniere avevano proseguito per aprire il fuoco, alle cinque del mattino, contro “il ponte di cemento sul Marecchia”. L'esito del raid, pubblicato il giorno successivo, evidenziava l'incapacità dei cannonieri austriaci per le lievi scheggiature nei parapetti riportate dalla struttura e praticamente rimasta integra, così come era avvenuto per le rotaie, dovendosene facilmente sostituire una sola nella linea per Ravenna. Rivolti poi i cannoni sulla città di Rimini per distruggere le caserme, avevano invece centrato “le case circostanti e pochissimi e lievi furono i feriti”.
Contemporaneamente l'altro gruppo di navi compiva anch'esso un tentativo rimasto inconcludente in quanto sparando una “dozzina di colpi per ogni ponte (sul Metauro e sull'Arzilla), non facevano che danni insignificanti subito riparati. Sulla via provinciale restava comunque ucciso un asino”. Spostatosi quindi verso nord intercettava un treno merci in transito verso Ancona ma che con abile manovra di retromarcia del personale ferroviario si sottraeva alla vista riparando dietro una curva della linea ed usciva “incolume dall'impari lotta”. Amareggiati per l'insuccesso, gli austriaci sparavano allora, con la solita imprecisione, su alcuni obiettivi della città di Pesaro; dirigevano infatti il tiro sull'hangar, in quel momento vuoto, non guastandone altro che un angolo; illeso completamente si rinveniva “il semaforo e solo la lanterna in cima al molo riportava lieve danno”. A conclusione dell'impresa, durata nel complesso circa venticinque minuti, i due gruppi si riunivano e dirigevano verso il largo.
Con la strada ferrata rimasta inalterata, i convogli ferroviari potevano riprendere la normale circolazione e soltanto per cautela un “treno passeggeri in marcia per Ancona venne trattenuto a S. Arcangelo” e fatto ripartire con qualche ora di ritardo. Il bombardamento aveva mostrato la necessità di un segnale d'allarme preventivo per i pesaresi e la prova fatta successivamente “col colpo di cannone” non aveva avuto buon esito; si era pertanto optato per “i razzi detonanti” la cui fornitura però – negata dalle vicine ditte pirotecniche Paci di Montegaudio e Dionigi di Meleto per l'impossibile reperimento delle materie prime, da tempo requisite – si otteneva da una ditta di Milano dopo replicate richieste e dopo molti mesi d'attesa.   
I pescatori intenti al lavoro non erano stati oggetto d'attenzione; comunque in seguito il governo imponeva “per gravi ragioni inerenti alle imprescindibili esigenze della guerra il divieto assoluto di pesca nell'Adriatico con barche a vela”, causando subito difficoltà nel mercato dei generi alimentari. Si accordavano in conseguenza i sindaci di Pesaro e Fano per ottenere dai comandanti portuali la revoca del divieto ai pescatori delle due città di oltrepassare rispettivamente le foci del Genica e di fosso Sejore e quindi di poter accedere anche in quel tratto di mare intermedio con battelli a remi per effettuare la pesca con la tratta. Il prezzo del pescato era poi sottoposto ad uguale calmiere da entrambi i comuni.

Leon Lorenzo Loreti


 
 
 
 
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