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Piazze da riscoprire

Dai tempi dell'agorà dei greci e del foro dei romani, ma ancor prima all'epoca degli spiazzi tra le capanne dei villaggi del neolitico, gli abitanti di una città hanno trovato nelle piazze il luogo della socialità, il luogo della vita pubblica, delle manifestazioni del potere civile e religioso, delle manifestazioni di popolo, dette appunto “di piazza”, ma anche sede delle botteghe degli artigiani, dei negozi, dei giochi, delle feste. La “Piazza grande”, così si chiamava anche l'attuale piazza del Popolo di Pesaro (a proposito perché non ridarle o affiancarle l'antico nome?), era il centro della città medievale ed anche i quartieri, i sestrieri o le contrade avevano le loro piazze e piazzette, sempre frequentate dall'alba al tramonto. Negli ultimi decenni, prima della saggia politica di pedonalizzazione dei centri storici, le piazze divennero invivibili parcheggi di automobili; quelle più piccole furono adibite ad aiuole spartitraffico o a “sgambatoi” per cani. Negli ultimi tempi pedoni, ciclisti, mercatini, sagre, manifestazioni sociali e culturali hanno ripreso possesso delle piazze di Pesaro. Alcune piazze di quartiere (piazza Redi, piazza Europa, piazzale 1° Maggio) hanno recuperato la loro vivibilità e chi passeggia o si muove per lavoro trova di nuovo in esse una sosta piacevole. Ancora però manca molto per avere piazze che favoriscano la convivenza, la socialità, la tolleranza. Se chi si sposta nel traffico spesso convulso, tra clacson e inquinamento, trova dei luoghi dove cresce un albero o un giardino, si ammira un monumento, si ascolta l'acqua di una fontana, si conversa o si prende il sole su una panchina, vivrà meglio e sarà meno aggressivo. Le piazze possono abbellire ogni quartiere. Devono essere progettate bene, se no divengono dei “non luoghi”, dove nessuno si ferma, anzi dove si accelera il passo: come nella piazza del Centro Benelli, dove un architetto forestiero, che forse non conosceva la bora, ha progettato un incubo di vuoto, di cemento spigoloso, di vetri incombenti, di gallerie del vento. Luogo senza storia dunque, senza passato e senza futuro. Nei luoghi privi di identità la qualità della vita s'abbassa, il disagio è più elevato, la devianza e la delinquenza sono più diffuse. Chi ci vive non li ama, li imbratta di stupidi graffiti o li incendia. Se sono gallerie commerciali ne sfrutta i negozi o i fast-food ma non li usa per sedersi e chiacchierare. Questi luoghi anonimi sono persino privi di collegamento con i luoghi della vita reale, non vi si aprono abitazioni o botteghe e neppure uffici ma ipernegozi o altri templi del consumo. Gli strati sociali più deboli – poveri e anziani – ne sono esclusi o vi arrivano tutt'al più a mendicare.
La crescita interminabile delle città, l'accavallarsi di una periferia sull'altra, il sovrapporsi di un centro commerciale all'altro, rischia di costringere masse sempre maggiori di persone a spostarsi in un territorio dilatato, dove “incontrarsi” è sempre più difficile, dove è più il tempo che si passa nella scatola di latta dell'automobile o in un autobus di quello dedicato al lavoro, dove l'ambiente fisico è consumato da strade, rotatorie, bretelle, tangenziali e raccordi che in progressione devastano la campagna e il paesaggio.
Su questi temi amministrazioni locali, cittadini e costruttori di immobili devono confrontarsi. Le piazze stile Centro Benelli vanno ripensate e corrette. Le nuove piazze devono connotare lo spazio urbano, devono permettere di riconoscere un quartiere e di riconoscersi in esso. Anche un nuovo moderno insediamento può consentire a chi ci abita di identificarsi in esso, come succede per chi abita in un centro storico o in un borgo antico. Le piazze, i giardini, le opere d'arte e i monumenti all'aperto possono permettere questa identificazione e condivisione solo se urbanisti e amministratori lo capiscono e lo vogliono.

Luciano Baffioni Venturi


 
 
 
 
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